(Cinema) Recensione: Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo di Steven Spielberg (1977)

L’infanzia interiore e la meraviglia dell’oltre 

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Siamo nel 1976, in piena epoca della Nuova Hollywood. Un ventottenne Steven Spielberg era reduce da poco del suo primo grande successo commerciale: lo Squalo, film che probabilmente ha dato un certo contributo ad allungare di qualche anno la salute dei progetti di questi giovani “nerd del cinema”, come li definiva il regista stesso, poiché dimostrò come in altri casi che quest’emancipazione da certi dogmi della Hollywood classica poteva anche preservare una certa “commerciabilità”, nel senso più imparziale della parola.

Come risultato di questa “autorevolezza” produttiva che Spielberg stava mostrando, il progetto successivo: Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo parte con un budget di tutto rispetto (per l’epoca) di circa 20 milioni di dollari: leggermente più del doppio rispetto al progetto precedente (per intenderci, film come Guerre Stellari e Alien avevano budget di 11 milioni) e questo è molto probabilmente uno dei motivi principali per cui gli effetti visivi sono invecchiati benissimo per i tempi.

E’ probabilmente con Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo che, uscito nel 77, nasce un certo approccio ovattato e infantile per cui Spielberg è rimasto noto, lontano dalla selvaggia secchezza dello Squalo e che verrà ripreso e rielaborato più volte, dal di poco successivo E.T a film più recenti come The Fabelmans.

La trama è questa: in più parti dell’America avvengono scomparse misteriose: dei ricercatori sopra il triangolo delle bermuda e un bambino nell’Indiana, tutti sembrerebbero essere stati rapiti da un UFO. Il protagonista: Roy Neary è un elettricista che indaga su delle misteriose interruzioni di corrente e che si trova presto ad essere testimone insieme ad altre persone del passaggio di queste astronavi e dei loro effetti sul territorio sottostante. Dopo quest'esperienza inebriante, Roy diventa ossessionato dalla ricerca di risposte sugli alieni, fino a creare conflitti in famiglia soprattutto con la moglie scettica, ma anche con le autorità competenti e i ricercatori.

Da questa sinossi potremmo già immaginare una delle peculiarità del film rispetto ad altri “colleghi”: il fulcro del minutaggio non è il contatto con gli alieni, che avviene molto in là nella storia e neanche la descrizione dei prodromi di un’invasione, ma la descrizione dell’esigenza di risposte, di ricerca, di brama dell’oltre, di attesa spasmodica per qualcosa che rompe l’ordinario, di cui gli alieni sono l’incarnazione.

Come Spielberg stesso commentò, l’intenzione era di mostrare persone normali alle prese con lo straordinario, in condizioni simili a noi spettatori. Questo istinto escapista non è però una critica alla noia della quotidianità, alle condizioni infime della gente comune e “politicaggini” simili, ma viene analizzato da un punto di vista più istintuale ed esistenziale, che emerge soprattutto nelle persone che conservano qualcosa dell’età infantile.

Questo ricorso a valori comunemente attribuiti all' “età dell’oro” come l’entusiasmo, la curiosità, la mancanza di pregiudizi non è però didascalico o retorico perché non viene imboccato con il cucchiaino ma viene in buona parte lasciato all’immaginazione attraverso gli schemi narrativi come la descrizione del rapimento del bambino affascinato dagli alieni in quella meravigliosa notte “stilizzata” dai riflessi azzurrini sul quartiere dalle finestre illuminate che creano un’atmosfera confortevole, ovattata e serena; oppure la scena in cui Roy parla con la moglie e con i figli sul film da vedere, dove lui vuole guardare Pinocchio con loro ma il figlio grande non vuole, perché lo considera da bambini mentre il padre è cresciuto con quel film e preferisce quella scelta a Goofy Golf. In questa scena emblematica si capovolgono gli standard: l’adulto preme per un classico Disney mentre un bambino di 8 anni non vuole vederlo perché lo ritiene “per bambini”; la scena non solo esplicita il legame di Roy con la propria infanzia come qualcosa da approcciare con una spontaneità priva dei pregiudizi conformisti dell'età adulta, ma sembra sottintendere che in questo discorso non conta tanto l’età anagrafica, ma la mentalità che in alcuni casi può cambiare nettamente già in tenera età.

In altre parole, Roy risulta la fusione tra questi valori tipici dell’infanzia con le risorse e l’intelletto dell’età adulta ed è di conseguenza l’estremo idealista del film: colui che, grazie a queste prerogative, riesce ad avere un rapporto privilegiato con le altre persone alla ricerca di risposte, in alcuni casi quasi da leader ufficioso della causa e in seguito anche con gli alieni.

Stupisce quanto Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo sia proiettato verso le nostre esigenze comuni senza andare sul generico e quanto sia non semplicemente un film meraviglioso ma un film meraviglioso -sulla- meraviglia, come se fosse una riflessione su ciò che tendenzialmente cerchiamo nella fantascienza stessa.

Proprio perché Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo parla anche dall’esterno di certe emozioni a noi comuni, parla più di noi che degli alieni, che non solo appaiono verso gli ultimi minuti ma hanno anche una fisionomia tutto sommato ordinaria e bambinesca (probabilmente anche questa scelta ricalca -indovinate quale tema-), facendoci capire che il punto era non solo la bellezza degli UFO ma la costruzione di un contatto, di una nuova ispirazione ed è proprio questo che diminuisce verso l'ultimo l’unicità del carattere di Roy, perché tutti (inclusi noi spettatori) sul finale fremiamo dalla voglia di vedere un evento atteso e desiderato per tutto il film, dove in prima visione siamo in balia di qualcosa di più grande (come se fossimo dei bambini), con una curiosità così grande da travolgere ogni remora o ansia pessimistica. Da questo punto di vista è eloquente anche la scena in cui Jillian teme per il figlio e non vuole assistere all’arrivo degli alieni ma poi, man mano che questi scendono dalle navi e si avvicinano, abbandona le sue remore e scende dall’altura per vedere da vicino.

In conclusione, lo scopo degli eventi narrati non è solo la contemplazione ma anche, come dice lo stesso titolo, l’incontro, inteso come la creazione di una reciprocità. Stupisce infatti l’importanza capitale che viene data alla musica, con un suono in 5 note (come le lettere di hello, per volontà del regista) che gli alieni e gli umani sfruttano come mezzo di comunicazione reciproco, fino a rendere questo evento non solo il primo caso di contatto tra umani e forme di vita da altri pianeti ma anche una sorta di mini-concerto inatteso e magico, una dichiarazione d’amore all’arte e alla sua capacità di creare un’armonia universale tra popoli totalmente diversi, che incarna e nobilita un approccio sotteso un po' ovunque nel cinema di Spielberg di un’arte democratica, che possa arrivare a tutti ma che sia anche (almeno nei casi virtuosi) di grande valore.





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