(Cinema) Recensione: Crimes of the Future di David Cronenberg (2022)

 Il sublime del futuro

Locandina di Crimes of the Future

Dopo quasi dieci anni dall'ultimo suo film, il cantore della nuova carne è tornato, con un’opera che ci fa ritornare ai fasti dei suoi anni 70-80, con l’ immaginario body horror e le atmosfere tech-noir.

Il film è ambientato in un futuro imprecisato dove molte persone hanno raggiunto dei livelli di evoluzione tali da non sentire più il dolore fisico, altre sono addirittura riuscite a nutrirsi di rifiuti industriali quali la plastica o il vetro senza rischi fisici.

Come conseguenza di tali sviluppi, le ferite e le interiora non hanno più un forte impatto psicologico sulla gente e la chirurgia ha smesso di essere una pratica limitata a professionisti laureati, diventando un metodo per ricavare piacere fisico e anche artistico.
I protagonisti sono infatti Saul Tenser e Caprice: due artisti performativi di body art, con il primo, interpretato da Viggo Mortensen che pianifica l’idea, fa crescere spontaneamente organi dentro di sé con la seconda, interpretata da Léa Seydoux che pratica dei tagli mirati sul suo corpo per asportarli.


In un mondo come il nostro, in pochi riuscirebbero ad apprezzare un’arte del genere, perché l’umanità ha una repulsione spontanea, quasi ancestrale per ciò che sta all’interno di noi, dovuta anche alla percezione del dolore che in Crimes of the Future manca. Ed è qui che sta, alla fin fine, la linea di demarcazione con il nostro presente: i valori di questa società sono molto diversi dal normale, c’è un continuo contatto voyeuristico con quelle che oggi chiameremmo le nostre “brutture”, un contatto così grande da diventare una sorta di simbiosi.

Se in Cronenberg c’è sempre stato il tema dell’uomo visto come un oggetto, come un qualcosa di non così diverso da una macchina e di indagato nelle singole parti, mai come in questo film la cosa è autoconsapevole, fino a creare un discorso metanarrativo.

In diverse scene “minori”, in apparenza fatte solo per corroborare i costumi di questa società, vediamo persone sedute su scalette o su divanetti che si fanno tagliare per trarne piacere fisico, senza un accenno di passione, di impulso vitale, se non in chi prova piacere.

Non c’è (o meglio, non è più importante) la dimensione del sesso per come lo abbiamo conosciuto, neanche nel sadomasochismo, nel quale c’è comunque una complicità passionale da “gioco di ruolo” e neanche nel sesso freddo della prostituta, dove comunque entrambi ricevono degli stimoli, piacevoli o meno: si tratta di qualcos’altro, con dinamiche a sé, non a caso nel film viene considerato il nuovo sesso e non “nuovi modi di fare sesso”, qui i genitali non hanno più importanza, il piacere è quasi mentale, sentito per vie traverse e la dimensione della condivisione non è necessaria, è più inteso come una sorta di massaggio, dove ci si limita a toccare i punti nevralgici del corpo e l’altra persona non è più qualcosa che fa scaturire l’eccitazione con la propria fisicità o i gesti, ma un mero mediatore tra le lame e il gaudente.

In altre parole, se in altri film il regista si era concentrato sul fantastico che penetra un mondo simile al nostro in tutto e per tutto, in film come il Pasto Nudo e eXistenZ aveva cercato di creare una sorta di “nuovo mondo” retto sull’ennesima invenzione tecnologica nonostante parta da un’alterazione del nostro, ma mai come qui si è concentrato sul superamento dello step tecnologico per mostrarne le implicazioni culturali ed estetiche. E la genialità del canadese sta proprio nel delineare con forza il capovolgimento dei nostri valori nelle implicazioni socioculturali di questo futuro, dando all’osservatore un senso di alienazione e stupore.

Se Cronenberg è sempre stato da fuori il demiurgo di nuovi modi di armonizzare carne e metallo, istinti e raziocinio, vita e materia inerte, in questo film sembra quasi diventare parte della storia, nelle vesti di Saul e Caprice che sono anche loro creatori e contemplatori di quell’estetica, nonostante facciano body art e non i registi. Tuttavia, non sono dei veri e propri alter ego del regista, ma più dei portavoce, coloro che hanno il compito di portare il messaggio, il senso da attribuire agli eventi attraverso l’arte. Non stupitevi se il film è freddo e i personaggi sono di conseguenza dei “burattini”, intesi non come macchiette, ma come qualcosa di fin troppo lineare e monocorde, fatti per essere dei veicoli più che degli esseri umani con tutte le loro tante contraddizioni. Loro stessi sono una singola contraddizione, poiché apatici ma allo stesso tempo sempre alla ricerca di piaceri sensuali e intellettuali, una dicotomia che riflette il mondo in cui vivono.

Non è un caso che sia stata scelta l’arte invece della filosofia come focus del film, perché entrambe le discipline sono in grado di dare una chiave di lettura alle cose, ma l’arte è anche estetica, piacere dei sensi e per questo viene detto che la chirurgia è la nuova arte, che si unisce al concetto di nuovo sesso, con la chirurgia come nuovo perno.

Il mondo di Crimes of the Future è un mondo profondamente antiumanistico, dove l’uomo non è più visto più come un’essenza ingabbiata in un corpo che non conta più di tanto nel pratico, che è solo un fastidio da mantenere ma un qualcosa di bello se visto da fuori. L’uomo è qui visto come le sue singole parti, è ricondotto a quello che lo accomuna con gli animali e con la materia inerte, che si fa sua estensione. Non a caso le invenzioni avveniristiche di questo film come sarcofagi per le autopsie, letti stimolatori e sedie che accompagnano la nutrizione hanno un design simile a qualcosa di biologico come scheletri o rettili e anche le persone a loro volta vengono alterate dalla tecnologia, in un legame biunivoco. La tecnologia qui non è un qualcosa di staccato ma è una nostra estensione, un medium attraverso cui si rivela qualcosa di noi.

Ad essere denunciata in questo film è l’indolenza, che qui si fa comune in quasi tutti i personaggi: interessati più a concetti astratti che all’empatia e alla morale. E gli artisti sono sia lo specchio di questa società oggettificante che i più consapevoli di essa e in questo si riflette uno dei messaggi di Cronenberg: per comprendere meglio noi stessi è importante conoscere il nostro lato oscuro, celato nei nostri vizi, nei nostri istinti e nelle cose che meno sentiamo nostre, nonostante facciano parte di noi e tramite quest’autocoscienza cercare di contrastare le nostre derive più pericolose. Cronenberg vuole sia farci conservare ciò che c’è di buono nello scenario che ha creato che esorcizzare o almeno prendere coscienza dei nostri mali che esistono già nel nostro presente e che il regista amplifica per sottoporli alla nostra attenzione.

Ma c’è anche un altro discorso, che già si poteva carpire in altri film ma che in Crimes of the Future emerge nella maniera più ampia: quello di nuovi tipi di bellezza, al di fuori delle armonie tradizionali, tema su cui si basa la poetica di Saul e Caprice ma che in fondo si riflette nel film: se abbiamo un certo tipo di corde, non possiamo fare a meno di riconoscere una paradossale bellezza nelle diavolerie di questo film e nella Grecia decadente in cui è ambientato, con quello che i romantici definiscono “sublime”: l’orrido e l’inconsueto che si fa suggestione, fascino.

In conclusione, Crimes of the Future riesce a non essere la classica ripetizione sterile e priva di novità dei temi cari ad un regista con 50 anni di carriera, poiché tocca dei temi insoliti non solo nel contesto della sua filmografia ma di tutto il cinema e di tutte le arti narrative: il tema dell’ innovazione tecnologica applicata all’arte invece che a qualcosa di più pratico e vitale, ma anche il tema ambientalistico del riutilizzo dei rifiuti, dove il regista una tantum non pone l’accento sugli sviluppi nefasti dell’argomento ma risulta costruttivo e si lega alla contemporaneità delle recenti scoperte sull’utilizzo alimentare delle plastiche. Il film è anche in un certo senso una summa della carriera di Cronenberg, una grande playlist di grandi temi toccati ma non attraversati in oltranza in pellicole come Inseparabili, Crash, Videodrome, dimostrandoci che attraverso il suo ultimo capolavoro (speriamo non quello finale) è capace di comunicare qualcosa di grande anche nel nostro presente.

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