(Cinema) Recensione: The Neon Demon di Nicolas Winding Refn (2016)

L’incubo patinato della moda statunitense

In questi ultimi anni si è detto tutto e il contrario di tutto su The Neon Demon di Nicolas Winding Refn: un film che nel bene o nel male non è rimasto indifferente a nessuno. Grosso modo la polarizzazione verte su chi lo considera un film vuoto, tutto estetica e niente sostanza e chi lo considera addirittura un capolavoro con importanti spunti narrativi e pregi registici.

In tale scenario, la conclusione più stereotipata e “cauta” sarebbe di collocarmi nel mezzo, ma non vi nascondo che in realtà mi colloco nella seconda categoria e questa recensione, oltre ad esporre quello che mi ha colpito di The Neon Demon, è anche un tentativo di difesa e un compendio degli spunti che vi ho riscontrato.

La trama è abbastanza semplice: Jesse è una sedicenne caratterizzata da una bellezza diafana ma naturale, quasi da principessina Disneyana, il suo sogno è di esordire nel mestiere della modella e per raggiungerlo forma un sodalizio con un fotografo di nome Dean, che le fa un set per un’agenzia di Los Angeles.

Dopo essersi finta diciannovenne nella burocrazia, Jesse riesce ad iniziare questo percorso, introducendosi in un mondo di scheletri nascosti dietro un armadio di grande fattura, che si riflette sia nei personaggi (tra Jesse e le sue colleghe modelle) che nell’ambiente, filmato attraverso una fotografia patinata e ipermoderna fino all’eccesso, sia nello stile che negli ambienti come camerini, nightclub e uffici che danno spesso l’impressione di fastoso, ma senza anima, ma dietro una tale perfezione alienante vi è anche una certa morbosità che progressivamente diventa più evidente nella seconda parte, man mano che si scoprono le carte. Nei primi minuti il film risulta anche spesso incategorizzabile perché manca il riso, manca il dramma, manca l’azione, manca il sovrannaturale, manca il mistero; non abbiamo idea di dove stiamo per essere sballottati ma allo stesso tempo sappiamo che c’è qualcosa che non va, perché sono le immagini a parlare, quelle che in questo caso permettono all’osservatore, dati gli stimoli, di non annoiarsi anche se un po’ straniato, fino a scoprirsi un horror/thriller nella seconda parte.

E’ proprio perché sono le immagini a parlare che The Neon Demon è stato spesso frainteso e considerato un film vuoto, poiché gli aspetti visivi sono più difficili da interpretare rispetto alle parole e se non afferrati sul momento può sembrare che qualunque discorso complesso a proposito sia una supercazzola. Per paradosso, è spesso più facile capire perché un film molto più verboso e filosofico come Ordet (per restare in tema di registi danesi) sia considerabile un capolavoro piuttosto che un film del genere, che spesso eccelle in un messaggio tra le righe, ma mai troppo criptico.

Uno dei temi trattati in maniera più originale nel film è quello della contrapposizione tra la bellezza naturale e quella chirurgica e artificiale, dove in questo caso la norma è capovolta: non è la bellezza artificiale ad essere la più auspicabile di quella naturale ma il contrario. Le colleghe di Jesse si sono rifatte per cercare di raggiungere le vette del successo, ma l’arrivo della nuova ragazza ha rappresentato una scossa nell’organico dell’agenzia, poiché ha reso nulli i loro tentativi di raggiungere le vette, portando grandi invidie e rancori. Ma, se questa prospettiva a favore della bellezza naturale può sembrare consolatoria e positiva, il film ci mostra con un certo cinismo anti-retorico che dal punto di vista del settore la bellezza naturale è qualcosa di raro, la chirurgia può smussare i difetti di ragazze brutte o normali abbastanza da permetterne l’accesso al mestiere, ma la modella si espone al rischio di rimanere “nella media” poiché una delle tante ad aver ricorso ad una soluzione così “facile”, o addirittura di essere liquidata dalla concorrenza di una ragazza come Jesse, punta di diamante della sua agenzia. Un discorso che, sebbene sembri in apparenza inverosimile, è in realtà concreto, poiché spesso i massimi ruoli cinematografici o della moda sono attribuiti a donne naturali piuttosto che a donne con labbra carnose o curve attribuite dalla chirurgia.

Jesse è una ragazza che ha scalato le vette della moda anche perché solletica con il suo aspetto fisico l’immaginazione dei dirigenti (non tanto dal punto di vista sessuale ma proprio nel suo senso più puro), perché fonde armonia estetica con un aspetto tutt’altro che anonimo, a differenza di altre colleghe. E, se questo rifuggire la banalità in apparenza nobilita la bellezza perché si basa anche su una lieve suggestione intellettuale (che nel film definiscono come una “luce”), ci viene presto fatto capire che proprio per questi motivi è usata come un’arma che va a spese di chi non ha la fortuna di nascere con la genetica giusta e anche della stessa Jesse che, da classica ragazzina sognatrice e santarellina diventa una narcisista che ha rinunciato a qualunque altro aspetto della sua personalità a favore di un pregio che le è stato conferito dalla roulette genetica natura piuttosto che da doti personali, sviluppabili con la fatica e l’abilità, anche per l’influenza di un ambiente che promuove l’estetica sopra la sostanza e che porta ad un homo homini lupus dove chi è stato meno benedetta dalla natura cerca o perlomeno auspica fino alla psicosi di far fuori l’alfa della genetica e di rubarne la bellezza.

Un po’ tutto dal punto di vista estetico sembra una “denaturalizzazione” di qualcosa che dovrebbe essere normale: dalla scelta degli ambienti (pieni di neon, per l’appunto e di conseguenza a volte quasi frastornanti e psichedelici) ma anche su dettagli come il cielo viola, una macchina in apparenza normale che però dentro ha un assetto da tuning con luci blu-rosse un po’ ovunque, le scene oniriche, la colonna sonora composta soprattutto da parti elettroniche e trippy, ma anche da una canzone di Sia (una delle cantanti pop patinate per eccellenza negli ultimi tempi). In contrasto, ci sono però scene macabre come una scena di necrofilia oppure scene di cannibalismo, che evidenziano lo sporco dietro un ambiente in apparenza perfettino.

In conclusione, The Neon Demon è un film che riflette sulla possibilità di utilizzare la bellezza come un’arma piuttosto che sul classico proverbio latino “mens sana in corpore sano”, è una sorta di favola nera e orrorifica che, tramite il capovolgimento di luoghi comuni, riflette sui pericoli che possono dare la ricerca di fama e approvazione a tutti i costi e soprattutto sui pericoli di esaltare troppo la forma sulla sostanza, quest’ultima critica espressa nei confronti del film stesso proprio da chi non ha colto il gioco metanarrativo che, voluto o meno che sia è alla base del suo linguaggio.


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