(Cinema) Recensione: La Maschera del Demonio di Mario Bava (1960)
Il risveglio del gotico
italiano
"Nemo profeta in patria", si suol dire e Mario Bava è
stato uno dei tanti a “subire” lo scetticismo tipicamente italiano nei
confronti del cinema horror e più in generale del cinema “di genere”.
Complice anche il fatto che la Maschera del
Demonio: suo esordio alla regia, sia un film in bianco e nero in
un’epoca in cui stava sorgendo il technicolor, inoltre sembra più un film teutonico che un film italiano per lo
stile della fotografia, caratterizzato da innaturali contrasti di luci e ombre,
squisitamente espressionistici, ma anche per il soggetto della storia:
l’omonimo racconto gotico di Gogol, che nel film ha derive sordide e
decadenti insolite per i tempi.
La storia in sé non brilla di particolare originalità e chi
ha letto il racconto può testimoniare se ciò sia imputabile alla materia
originale o alla trasposizione di Bava: nel XVI
secolo in Moldavia la principessa
Asa e il suo amante sono stati
condannati a morte dall'inquisizione per stregoneria. I due amanti satanisti
vengono risvegliati dal sonno eterno quando circa due secoli dopo il dottor Chroma Kruvajan e
il suo assistente scoprono il cadavere di Asa nella cripta dove era stata
sepolta, quest'ultima vuole impossessarsi del corpo di una donna di nome Katia, che pare sia una sua copia fisica.
Questo discorso della trama non invalida però la bellezza del film che si basa soprattutto sulla messa in scena, con una gestione molto equilibrata dei tempi e una grande suggestività di immagini ed effetti speciali che sono anche un mezzo per comunicare spunti di riflessione e aspetti di originalità del film: come il trattamento dei vampiri che qui non sono semplici seduttori dall’aspetto belloccio come nello stereotipo che oggi risulta imperante, ma sono delle figure traviate non solo nella morale, ma a livello fisico, poiché decomposti, pieni di ferite e incrostazioni, anche con parassiti sulle spoglie in alcuni momenti , quasi come se al regista premesse mostrare i vari stati dei corpi, in una sorta di necrofilia concettuale, di fascino per l’orrido che rende questo film meno “patinato” e meno etereo sia rispetto ad altri film horror che espressionisti, esaltando l’effetto di ribrezzo e perturbante che più caratterizza il suo genere. Questi personaggi hanno dunque dei tratti intermedi tra lo zombie e il vampiro tradizionale: il primo è decomposto e sgradevole, il secondo dotato dell’intelligenza e di una bellezza praticamente incorrotta se non nel colorito pallido, una bellezza che in questo caso non è data per scontato, ma è un traguardo da “guadagnarsi”, un passaggio essenziale per tornare a vivere non come un’ombra isolata e fuori dalle leggi naturali ma come un surrogato di esse.
Degna di nota è anche la scelta degli ambienti come i rovi
insolitamente contorti e boschi contrapposti a taverne, giardini e carretti che
danno un tono più rassicurante. Sembra infatti che i nemici del film portino
con sé “il proprio mondo”, perché appaiono spesso con inquadrature diverse dal
solito: più cupe, come è lampante nella chiesa abbandonata, profondamente
lugubre e ombrosa (nonostante alcune aperture avessero dovuto filtrare luce in
una scena verosimile), contrapposta alla luce dell’esterno e del carro, con uno
stacco quasi stile “Impero della Luce” di René Magritte.
Oggetto di critica sono stati i dialoghi, fortemente poetici
e innaturali, ma che ben si adattano in realtà all’ ambientazione ottocentesca,
dove gli scrittori non avevano tendenzialmente la stessa cura del realismo che
c’è oggi e dove in effetti le persone parlavano in maniera diversa, un po’ più
macchinosa rispetto ad oggi.
Da antologia è la scena del
rogo, con delle vibes fortemente esoteriche e un’austerità medievale dalle
tinte apocalittiche a-la Settimo Sigillo che qui viene però portata agli
estremi, in un’atmosfera da allucinazione mistica.
In conclusione, si tratta di un capolavoro di estetica e
tecnica registica che ha permesso a Mario Bava di essere molto apprezzato
soprattutto negli Stati Uniti, in Inghilterra e in Francia, stupefacente per
essere un esordio.






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