(Letteratura) Recensione: Hollywood, Hollywood di Charles Bukowski
Un vecchio moscone da bar e il cinema
È stato detto tutto e il contrario di tutto su Bukowski: un autore che divide molto il
pubblico. I detrattori al peggio lo detestano per idiosincrasia nei confronti
dei temi pessimistici, lo stile rude e le tante scene di sesso, al meglio lo
trovano noioso per i suoi romanzi-fiume che raccontano vite di barboni,
prostitute e sottoproletari in generale. Anche i fan amano trovarci quello che
vogliono, perché c’è chi lo apprezza soprattutto per il lato sentimentale e per
i tanti aforismi che lo hanno reso famoso sui social; ma c’è chi ne coglie
invece gli aspetti descrittivi, cioè quelli che, con un atteggiamento genuino e
senza peli sulla lingua, ci immergono in un
mondo degradato e degradante sotto un po’ tutti i punti di vista, per alcuni
aspetti anche morali.
La difficoltà di leggere Bukowski dunque non sta nella comprensione dello stile
e dei contenuti, che sono semplici da capire e tutto fuorché cervellotici, ma
nella chiave di lettura da dargli perché nessun personaggio, neanche lui stesso
può essere assunto a modello di virtù e si sente che la sua mentalità è molto
diversa da quella che abbiamo noi, fortemente influenzata dalla sua epoca e dal
suo ambiente naïf.
Hollywood, Hollywood, uscito nel 1989,
è il romanzo di un Bukowski sessantacinquenne che, grazie alla sua fama
guadagnata tardivamente, ha finalmente trovato una sicurezza economica e una
relazione stabile e viene contattato da un
regista per scrivere la sceneggiatura sul film “Barfly – Moscone da Bar”. Il
romanzo ci narra i retroscena dietro il film: le prime chiamate della troupe, i
lavori, le riflessioni sul risultato.
Un uomo che ha sempre provato un certo senso di
cameratismo e di identità con suoi compagni dei bassifondi che si trova a
lavorare con i ricconi di Hollywood che ha sempre detestato, si
trova sia a godere degli onori che è riuscito a raggiungere che a riflettere se
abbia effettivamente tradito la sua classe, se abbia abbracciato il “nemico”.
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| Locandina di Barfly |
Sotto questo punto di vista, l’esperienza della sceneggiatura filmica è stata
importante anche per scuotere un po’ questa dialettica, mostrarci sia il marcio che il buono di Hollywood e questo contribuisce a darci un punto di vista
al di fuori della solita cerchia che negli scorsi romanzi mancava proprio
perché Bukowski non era stato ancora coinvolto in un ambiente più altoborghese.
Anche la contrapposizione tra l’epoca del film e quella della scrittura ci
rende l’idea di questa dialettica tra due mondi: il
bellissimo Barfly ci parla del Bukowski di “Donne” e “Storie di Ordinaria
Follia”, il giovane alcolizzato che faceva dei bar che puzzano di
piscio delle seconde dimore, delle risse una catarsi
e che cambiava molteplici fidanzate e “amiche con benefici” nel giro di pochi
giorni.
Se si mette a ragionare sul proprio ruolo in tale condizione di agiatezza,
ripensa anche a quegli anni giovanili dove mai si sarebbe immaginato di
superare i 60 anni, erano gli anni più difficili ma anche quelli che hanno
forgiato quasi tutta la sua gloria letteraria.
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| Charles Bukowski con Mickey Rourke, attore protagonista di Barfly |
Se da una parte Bukowski avrebbe desiderato avere già da prima della sua
anzianità la BMW che è riuscito a comprare solo grazie all’anticipo della
sceneggiatura, prova nostalgia verso quegli anni difficili, costellati dal dinamismo delle scazzottate, da vecchi amici e vecchie
compagne perduti a causa dei loro vizi e delle loro vite difficili, dove non
c’era bisogno dell’eroina per morire giovani.
E assistiamo ad un vecchio che rivede nella scala della produzione filmica i
suoi rifiuti giovanili, dove i suoi scritti non avevano successo e provocavano
aspre polemiche, dove trovare e mantenere un lavoro era difficilissimo per un
uomo svogliato e allergico ai compromessi come lui, ma non si lascia
demoralizzare dall’indifferenza e a tratti astio che i produttori nutrono nei
confronti della sua sceneggiatura, ormai si era abituato a situazioni così, il
suo approccio è ormai distaccato e ironico e per questo abbiamo la sensazione
che si faccia un po’ trascinare dagli eventi, poiché aveva accettato la
proposta dal regista più che altro per fare soldi e per la mera spontaneità
della scrittura, ma abbiamo la sensazione che sia stata un’esperienza
importante per la sua crescita personale, quasi come se vedessimo la sua vita
reale nella prospettiva di un “viaggio dell’eroe”, dove la complessità
dell’interiorità di un personaggio si percepisce e ammira anche in base a
quanto rispetta una certa pluralità elegante di passaggi interiori.
In questo libro, Bukowski compie anche un confronto tra la letteratura e il
cinema, accusando quest’ultimo di essere più bigotto e conformista. Ma in
comune tra attori e scrittori ci sono i difetti maggiori: il narcisismo, la
noncuranza nei confronti degli indigenti, l’intellettualismo. Bukowski odia in
effetti la maggior parte dei suoi colleghi, si sente più vicino ai
sottoproletari dei bassifondi e dei ghetti che a loro. Ed è qui che sta la
peculiarità del moscone da bar di Los Angeles: narra con sincerità dei suoi
pregi e difetti e attraverso di essi ci porta un’umanità
che vive lontano dal lusso e dal sogno americano, senza idealizzazioni e la
retorica salvifica dei monaci pauperisti ma ci mostra un edonismo che lascia
poche speranze di un messaggio di rivalsa o di uno scopo più alto, è
un contesto in cui le uniche forme di serenità
stanno negli effimeri piaceri dell'escapismo.





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