(Musica) Recensione: Christian Death - Only Theatre of Pain

Spettri Luciferini nell’era del punk

Siamo negli anni 80, il gothic rock era ormai diventato un grande fenomeno in Gran Bretagna, caratterizzato da un nuovo modo di intendere il post-punk: meno minimalista e più stratificato, basato su tastiere atmosferiche e chitarre riverberanti, testi malinconici e romantici (più nell’accezione del movimento ottocentesco che in quello meramente sentimentale), immaginario occulto e legato in qualche modo ai film d’orrore, ma con un’eleganza glamour tutta britannica.

Ma, come spesso accade nella musica novecentesca, gli Stati Uniti non hanno tardato ad assorbire le invenzioni britanniche, inserendosi subito nella prima ondata, in un sottogenere denominato deathrock che si caratterizza per l’estremizzazione del lato horror e provocatorio del goth che per il richiamo alle radici punk, di cui i losangelini Christian Death sono gli esponenti più noti e probabilmente i pionieri della scena.

Basti vedere il nome che hanno scelto per la band: inequivocabile nel suo anti-cristianesimo, esposto nei testi del principale paroliere e cantante Rozz Williams che in Only Theatre of Pain, loro disco di debutto del 1982: usa sia l’arma di provocazioni blasfeme e sataniste (come nel capovolgimento della preghiera in Prayer), citazioni letterarie e horror (tipo quella alla morte rossa di Edgar Allan Poe in Cavity – First Communion) che la critica al razzismo e alle derive violente di coloro che si fregiano di venerare i testi sacri (Romeo’s Distress e Spiritual Cramp).

Non a caso, Rozz Williams ha avuto conflitti sia con la gente comune per la propria omosessualità che con la propria famiglia di fede battista e particolarmente bigotta che probabilmente ha innescato o perlomeno alimentato il messaggio che voleva dare. La critica ad un’ideologia che lo ha maltrattato viene però inserita in una più ampia descrizione di immagini bibliche, sordide e (naturalmente) orrorifiche (come ad esempio la necrofilia o la descrizione del rapporto di Adamo ed Eva come qualcosa di incestuoso), quasi come se volessero farsi carico delle brutture, delle perversioni e delle stranezze del mondo per esorcizzarle.

Altra caratteristica interessante del disco è la copertina spigolosa, vampiresca e con colori in negativo che non sfigurerebbe nella discografia dei Black Sabbath o dei Venom.

Ma, a differenza di molte band metal che basano la loro estetica infernale quasi solo nelle copertine o in un’aggressività caricata dalla potenza delle chitarre distorte o di batterie molto dure e a differenza di altre band goth che prendono più il lato notturno delle atmosfere, i Christian Death hanno caricato molto il lato sepolcrale, senza aver bisogno di dare troppa importanza ai riverberi di chitarra e alla tastiera (dopotutto, tra i metallari e i punk è diffusa l’idea che le tastiere, se rese protagonistiche, “infighettano” il suono), ripiegando su una caratteristica voce graffiata e angosciata di Rozz Williams, dall’uso di campane austere, rumorismi sinistri e psichedelici, nonché per il basso di James McGearthy, suonato con una cupezza quasi a-la Joy Division.

I Christian Death nei primi anni

Il disco non eccelle in eterogeneità, ma ciò non esclude che ci siano alcune canzoni che spiccano sulle altre: una di queste è Cavity – First Communion che apre le acque, qui Rozz Williams dà forse il meglio di sé con la voce, nel suo stile volontariamente ossessivo, che sembra quasi preso da un delirio febbrile.

Figurative Theatre è uno dei pezzi più lineare pesanti del disco, quasi Sabbathiano per la distorsione delle chitarre. Il suo testo è criptico e allo stesso tempo immaginifico, tratta di “ospiti senza carne”, probabilmente degli spettri che assistono ad uno spettacolo di cabaret che si ripete sempre. Tra le righe c’è una visione pessimistica che viene spesso tirata in ballo nel disco: secondo Williams, il mondo è un eterno ritorno della sofferenza e non c’è un Dio che si intromette per risolvere le cose neanche nei momenti peggiori.

Burnt Offerings: il pezzo più sperimentale del disco: un’interessante resa oscura della psichedelia, con una chitarra dissonante e vorticosa che non sfigurerebbe come colonna sonora di un film slasher, con un basso che non ha mai un assolo ma che dà un importante contributo al complessivo nel suo incedere funereo.

Mysterium Iniquitatis spicca per la struttura interessante, quasi progressiva per la sua progressiva velocizzazione e l’utilizzo di un utilizzo innovativo di rintocchi campanilistici che qui non sono semplicemente utilizzate come intro a-la Hallowed Be Thy Name degli Iron Maiden ma addirittura in un modo percussivo, insieme alla batteria tribale di George Belanger che, unite allla chitarra noisy e sinistra di Rikk Agnew, dona al disco una spettralità convulsa come in un inseguimento sovrannaturale da film horror.

In conclusione, Only Theatre of Pain è un disco molto importante per la scena goth mondiale e riesce nel miracolo di riportare il proprio genere verso una spigolosità viscerale e senza pretese, con una velocità di esecuzione punk e che ben si adatta ad un suono minaccioso, ma che non ha bisogno di essere “urlato” come nell’heavy metal di quegli anni: riesce a risultare altrettanto sordido e cattivo attraverso espedienti compositivi meno diretti ma non più annacquati, poiché caratterizzati da quella stravaganza teatrale che Rozz Williams gli dà e da un’effettistica semplice e mirata.

 

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