(Musica) Recensione: Deutsch Amerikanische Freundschaft – Alles ist Gut

 Ritmi metallici per sadomasochisti

Correva l'anno 1981: la musica industrial era ancora giovane, eppure il genere per come si configurava al tempo aveva già cristallizzato le sue sonorità e i suoi temi: un immaginario di computer, robot, distopie Orwelliane e in generale tutto ciò che è sperimentazione elettronica rumorosa, ipertecnologica, metallica, alienante e senza respiro vitale.
Erano già usciti diversi capolavori, eppure se il genere fosse rimasto a caratterizzarsi solo da questi temi, non avrebbe mai avuto la longevità che si è guadagnato e che continua ancora oggi.

E i tedeschi Deutsch Amerikanische Freundschaft, detti DAF hanno rappresentato un elisir di lunga vita perché hanno rinnovato dalle fondamenta il genere e i suoi presupposti, segnando con le loro intuizioni un nuovo orizzonte che verrà poi percorso da molteplici band come i più famosi Rammstein e Nine Inch Nails ma anche nelle derive più “discotecare” del nuovo millennio.

Dopotutto, l'intento della band era creare una musica che fosse diversa e autonoma rispetto a quella angloamericana: un intento simile a quello del krautrock ma che loro hanno messo in pratica non solo nella sostanza ma anche nella lingua adoperata che è il tedesco.

L’intuizione più importante dei DAF si vede nel terzo disco: Alles ist Gut ed è stata quella di conservare il timbro meccanico, futuristico e oscuro dell’industrial ma dandole un nuovo lato più istintivo e caldo, legato alla carnalità del corpo in più aspetti: sia quello erotico ed espressivo che qui acquisisce un’importanza inedita che per il ricorso a corde nuove: dinamogene e danzerecce.

I DAF nei primi anni

Inaspettatamente, un suono così sintetico, quasi Kraftwerkiano e poco rassicurante è in grado di trasmettere il fuoco della sessualità, di far venire voglia di “muovere il piedino” e ballare, di coinvolgere quindi non tanto il cervello degli ascoltatori, quanto più le viscere. Queste sonorità hanno permesso ai DAF di coniare il termine EBM (electronic body music) per definire il sottogenere dell’industrial da loro creato.

Se i DAF hanno reso l’industrial potenzialmente commerciale, a ostacolare la loro popolarità come band è stata la componente punk, manifestata nella spigolosità e nella provocatorietà complessiva del tutto, soprattutto nello stile di cantato: provocante e sguaiato che ricorda i Suicide, illustri precursori sia di loro che dell’industrial stessa, ma soprattutto nel ricorso a temi delicati che provocheranno grossi fraintendimenti (come nel caso di Der Mussolini, su cui ritornerò fra poco).

Data la carnalità e la ballabilità oscura di Alles ist Gut, potremmo dire che rappresenti per l’industrial qualcosa di simile a quello che Non-Stop Erotic Cabaret dei Soft Cell rappresenta per la new wave, che d’altra parte è uscito nello stesso anno.

Per quanto riguarda i singoli pezzi, c’è uno stile di composizione morboso come tipico del punk più sordido, per cui ci sono alcuni pezzi che, salvo alcune variabili, riassumono le sonorità o comunque emergono per importanza rispetto a tutto il resto: ne è un esempio Der Mussolini: la canzone più famosa e trascinante del disco che ai tempi di pubblicazione diventò una hit per settimane. Il personaggio nel titolo è già eloquente del motivo di tali fraintendimenti e insieme a lui vengono menzionati anche il dittatore tedesco, persino Gesù Cristo e il comunismo, che vengono tutti considerati come danze (non a caso viene usato l’articolo di persona per tutti, cosa che non si usa sia nell’italiano che nel tedesco), una goliardica presa in giro di personaggi e ideologie che sono idoli per diverse frange di persone.

Mein Herz macht Bum più che una canzone sembra una sorta di orgasmo sadomasochistico in musica, con tanto di testo equivoco e una ritmica serrata e ipnotica che ben si adatta ad un pezzo che vuole essere “corpo” in musica in tutto e per tutto, ma che lo è in un’epoca dove, riflettendo la lezione di J.G Ballard e David Cronenberg, la carne (in esteso il ludibrio dei sensi e degli istinti primordiali) e il metallo si fondono, come due facce dello stesso edonismo capitalista e quasi tutte le canzoni riflettono questo dualismo nella forma e nei testi volontariamente caciaroni ma c’è anche un tocco ironico e pungente che aleggia un po’ ovunque.

Der Räuber Und Der Prinz è un brano simile ad una parodia di una ninna nanna, con un synth notturno e con sonorità a tratti dissonanti, con un cantante: Gabi Delgado che qui canta in maniera sorniona e sommessa, ma con la sua tipica verve sensuale.

Ich und die Wirlichtkeit è un pezzo con atmosfere ventose, con una ritmica molto discontinua e un Gabi Delgado che qui si fa quasi cantante “percussivo”: veloce, gemente e marziale, come se intonasse una litania mentre è inseguito da qualcosa o qualcuno.

Verlier nicht den Kopf è una sorta di versione indurita di una canzone da film di spionaggio, con il suo tipico andamento ritmato e ripetitivo ma in qualche modo sornione, che non esplode mai in un’esplosione catartica di suoni.

Alle gegen Alle è una canzone che sintetizza un po’ il manierismo del disco: molto orecchiabile e danzereccia, con un synth che nella sua semplicità è molto evocativo e futuristico, quasi da ambientazione cyberpunk.

Alles ist Gut: la title track conclude il disco, appesantendo alcune parti di synth del pezzo precedente e si fa più lento e stratificato, con battiti pesanti e minacciosi e dei tocchi di effettistica fumosa in sottofondo che dà ariosità e profondità al suono, aumentando per certi versi il senso di pericolo che si respira fino alla fine e che si spezza solo con il termine della canzone.

In conclusione, si tratta di un disco inaspettatamente orecchiabile e senza particolari intellettualismi, nonostante le sensazioni morbose, marziali e oscure che lo caratterizzano, un approccio che nel bene o nel male ha fatto scuola, sia da chi ne ha conservato lo spirito, sia da chi ne ha approfittato per creare un suono platealmente radiofonico che ha annacquato tutto lo stile cupo e iconoclasta che metteva in comune i DAF con i padri dell’industrial.

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