(Musica) Recensione: Discharge - Hear Nothing See Nothing Say Nothing
I profeti hardcore dell'apocalisse imminente
Quando è nata l’hardcore punk, l’idea era di
estremizzare i tratti salienti del punk come il suono
grezzo, l’aggressività del cantato, la voglia di fare qualcosa di diverso dalle
sonorità di massa, accusate di poca autenticità; ma c’era anche una voglia di
non seguire alcune strade musicali viste come fallimentari e di cattivo gusto.
E, se
oggi il legame tra metal e punk ha acquisito sempre più consensi e
influenze reciproche, ai tempi erano molto più distanti perché il metal era
ancora una sorta di deriva più radicale dell’hard rock, quindi con un
suo suono relativamente virtuosistico, pulito (in paragone al punk) e tematiche
più escapiste. Insomma, erano due modi molto diversi di sublimare ed
esorcizzare istinti distruttivi e allo stesso tempo vitalistici.
Ebbene,
i britannici Discharge con il loro debutto di nome Hear Nothing See Nothing Say
Nothing, uscito nel 1982, dimostrano di poter conciliare perfettamente due modi
di fare musica con la creazione del cosiddetto D-beat: termine
ispirato al caratteristico stile batteristico di Garry Moloney.
Un
matrimonio dove l’hardcore è in effetti molto cannibalizzante nei confronti del
metal, già a partire dalle tematiche
anarcoidi e di protesta del disco più rare nel
secondo, ma anche nello stile minimalista di composizione e di cantato, eppure
il metal è il complemento perfetto per un disco che non vuole semplicemente
basarsi sulla velocità di esecuzione e sulla cattiveria, ma che vuole cercare
di evidenziare la pesantezza dei singoli riff di chitarra distorta e della
batteria fino a creare un’atmosfera
opprimente e thriller, quasi come se il disco si focalizzasse sul mostrare un
mondo che si sfascia per le derive disastrose di un progresso inumano, fino ad
arrivare all'apocalisse, di cui si fanno “profeti” rinfacciando agli uomini le
loro colpe.
Se vi
sembra un’esagerazione chiamarli toni profetici, i testi possono restituire una
visione più solida di questo tema. Ed è difficile fare un’analisi sui singoli
brani perché sono come schegge
forsennate che si aggirano tra il minuto e i 3 minuti, con testi
formati generalmente da 3 o 4 distici che di conseguenza non si reggono su un
cantato rapidissimo alla stessa maniera degli strumenti, ma è un cantato per alcuni aspetti
sconnesso, che ricorda quasi un’invettiva politica, a differenza
del cantato ritmico e grintoso di colleghi come i Dead Kennedys o i Minor
Threat, ma non si sentono nemmeno quei tipici toni da inni giovanili che
caratterizzano la scena hardcore del tempo. Un po’ perché la voce di Cal Morris sembra molto matura per il suo timbro grezzo, quasi alla Lemmy, un po’ perché
l’invettiva non sembra avere un fattore così costruttivo, di “chiamata alle
armi” che caratterizza invece gruppi come i Black Flag.
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| I Discharge nei primi anni |
Un testo
come quello di The
Final Blood Bath è molto
eloquente sotto questo punto di vista:
“L’odore della
morte è vicino
La sua presenza sempre vicina
L’ultimo bagno di sangue sta arrivando
E’ proprio dietro l’angolo
L’odore della morte è vicino
La sua presenza sempre vicina
L’ultimo bagno di sangue sta arrivando.
E’ proprio dietro l’angolo.”
Il suo
tema è inequivocabile: il sentore che stia per arrivare una strage. Con
quest’unica canzone non capiamo a che tipo di bagno di sangue si riferisca, ma
prendendola da sola l’impressione è che si tratti di un sesto senso nefasto e
paranoico, marcato da una ripetizione completa (e non parziale, a differenza di
quanto succede di norma) che potenzia la sua efficacia, facendola apparire più
convinta e solenne, il tutto con la perfetta resa sonora dello stile
chitarristico massiccio e sferragliante del grande Tony Roberts.
Gli
altri pezzi simili a slogan sembrano comporre con esso un affresco in cui
si critica inizialmente l’establishment che sta portando alla rovina il mondo e
abusando delle masse, per poi passare direttamente alla strage, come in un
film.
E’ per
questo che l’arringa che si può riscontrare in Protest and Survive vacilla in un contesto nel quale non c’è
stato alcun tempo di agire perché si è già raschiato il fondo del barile.
Cries of Help è simbolicamente uno dei pezzi più importanti del disco, poiché ci mostra
sì la solita rabbia e la solita atmosfera
opprimente, ma
include anche un campione da “The War Game”: un documentario che
teorizza un’esplosione a Londra, con pianti e sofferenze di bambini. Si tratta
quindi di un pezzo che sintetizza in due forme diverse il fulcro del disco: sia
nella suggestione della musica che negli autentici suoni di un’umanità sofferente per
le devastazioni. L’apocalisse non viene dunque vista nel timore di
un’astratta fine dell’umanità, ma anche nelle pene che l’umanità può patire
prima della fine totale.
Nonostante
questo crescendo testuale di brutture, il suono non sembra però seguire lo
stesso processo, rimanendo più o meno cristallizzato in una minacciosa tempesta
strumentale, quasi come se alla fin fine fosse tutta un’apocalisse interiore,
un alone di fatalismo e rabbia persistente all’interno del paroliere e dei
musicisti.
In
conclusione, Hear Nothing See Nothing Say Nothing è un disco che non fa per voi
se volete a forza un disco eterogeneo e testualmente ricco di sfumature. Se
questi sono alcuni "difetti" tipici del punk, ciò è in parte
giustificato dal mood terroristico e ossessivo del disco, che è una gemma del
punk soprattutto per il sentimento
nero e naïf delle sonorità che stupiscono
per l’età anagrafica dei membri e per i virtuosismi tecnici che li
contraddistinguono, spesso odiati dal punk per il timore di sembrare
cervellotici, autocompiaciuti o ingabbiati in regole fisse, ma che qui sono
usati con equilibrio e con una coerenza che traduce in forma la carica violenta
e minacciosa che le tematiche meritano, con pochi eguali nel genere e persino
nel metal, il quale ne attingerà soprattutto per la nascita del thrash metal.




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