(Musica) Recensione: The Incredible String Band – The Hangman’s Beautiful Daughter
Visioni di armonia e panteismo hippie
Correva
l’anno 1968, in piena
rivoluzione musicale e culturale: il “potere dei
fiori” imperversava in tutto l’occidente e anche chi non faceva
parte delle comunità hippie era
spesso in preda ad una certa euforia musicale e controculturale. Era appena
nata la più grande rivoluzione musicale degli anni 60: la psichedelia che si proponeva di replicare in
musica gli effetti dei trip lisergici e anche, almeno nell'ideologia hippie, il
messaggio di fondo della fusione tra l’interiorità individuale con l’ambiente e
con ciò che va oltre, data l’irrealtà della visione: un’ allucinazione per
arrivare ad una verità personale che in fondo è sempre stata presente nelle
religioni e nel nostro inconscio, ma mai totalizzante e artisticamente
produttiva come in questi anni; un discorso che in fondo combacia con quello
della rievocazione di una realtà che è sempre stata all’ interno di noi ma che
non è mai stata ripresa scientemente e che di conseguenza risulterà nuova e
all’avanguardia.
Ma, se ai tempi band come i Silver Apples e i Pink Floyd in pieno
periodo Syd Barrett preferivano focalizzarsi sul lato fantasioso,
squisitamente fricchettone e surreale della psichedelia con tanto di vertigini
inquietanti da bad trip, quella degli scozzesi
Incredible String Band è una
psichedelia fortemente radicata nell’ideologia hippie, fino ad aver creato con The Hangman’s Beautiful Daughter un capolavoro che funge un po’ da manifesto sonoro e
contenutistico della visione hippie o perlomeno di quello che
avrebbe dovuto essere: una visione incontaminata dalle derive oscure e
criminali di Charles Manson o dello squallore di certe comuni da canyon
americani.
Un capolavoro che non è solo spiritualità e
fantasia, ma che ci fa anche entrare in una Gran Bretagna idilliaca e pastorale
(ma anche in altri luoghi e in altri tempi), dove risuona la magia delle
tradizioni folkloristiche rivisitate con uno stile favolistico, dolcemente
allucinato e con un effetto rassicurante sull’ascoltatore, come un good trip in
un bosco lussureggiante.
In the Hangman’s Beautiful Daughter brilla anche una delle grandi prerogative
dell’ arte hippie: la spiritualità espressa in
forma nuova e al di fuori delle liturgie, che di conseguenza non
viene espressa in maniera plateale (a differenza dei canti gregoriani, per fare
un esempio) ma più sottile, proprio perché c’è
una visione nuova della spiritualità, più contaminata con la “cultura pop” e con diverse forme di spiritualità, quasi come se le diverse culture volessero arrivare ad
un’unica verità per mezzo delle diverse conoscenze che le caratterizzano.
Questo discorso universalistico si riflette, almeno in parte, anche nella
musica: se la base è di folk contemporaneo, c’è
anche un vasto ricorso alla musica celtica e ai raga indiani: cosa
che, per diverse band del periodo, era una sorta di vezzo da fricchettoni (o
poco più), ma che, nel loro caso, dà un importante contributo al messaggio del
disco e del movimento di cui faceva parte la band.
![]() |
| La Incredible String Band nei primi anni |
Dal punto di vista dei singoli pezzi, il disco è abbastanza omogeneo, ma le canzoni si differenziano soprattutto per i singoli strumenti, dato il grande arsenale della band: una chitarra, flauto di Pan, mandolino, armonica, organo hammond, dulcimer, cimbali, arpa, sitar e altro ancora. Di tutto insomma e in questo modo la band dimostra anche un approccio ancora piuttosto inconsueto nel suo genere: un folk senza il minimalismo del cantautorato e con un approccio quasi da orchestra, ma non nella maniera esecutiva: superficialmente perché gli strumenti sono propri della tradizione folk e non strumenti della musica classica, ma anche perché questa vastità di strumenti non viene usata all’unisono, ma vengono selezionati in piccoli gruppi per ogni pezzo, dimostrando un grande virtuosismo della stessa arte di arrangiare, con lo scopo di rimbalzare tra le varie influenze folkloristiche e donare poliedricità all’insieme.
Il primo brano: Koeeoaddi There è un pezzo caratterizzato soprattutto da un organo in sottofondo e dall’effettistica giocosa quasi circense tipica della psichedelia di quegli anni e dal sitar, con una delle migliori performance canore del cantante Robin Williamson, semplice ma espressiva, quasi da cantastorie medievale. Testualmente, il pezzo rappresenta un’ottima introduzione ai temi del disco: un immaginario legato agli alberi o ai giardini, nonché a figure molto semplici della spiritualità e dello spiritualismo un po’ di tutto il mondo ma non sempre facili da cogliere per la scrittura surreale e spesso criptica del disco, ne sono un esempio il ricorso ai quattro classici elementi: terra, aria, fuoco e acqua, nonché ai tarocchi.
The Minotaur’s Song sembra un pezzo che non sfigurerebbe in un lungo viaggio tra amici o in campeggio per l’utilizzo unico di una chitarra acustica e la voce, con molti cori, ma anche qui c’è il tipico tocco di ironica stramberia della band per il testo buffo che finge di essere minaccioso nonostante le sonorità da banda scalcinata e la deformazione della pronuncia sulle L finali e gli stranianti versi simili ad ululati che ricordano un po’ alcune sperimentazioni vocali di The Piper at the Gates of Dawn dei Pink Floyd come in Pow R. Toc H. ma resi qui in maniera più silvestre e meno circense.
Witches Hat è un pezzo molto semplice e lineare, caratterizzato da uno stile di cantato vagamente a-la Leonard Cohen e un vasto utilizzo di chitarra acustica e flauti che danno un tocco molto retrò al pezzo, con un testo altrettanto semplice che, invece di fondere spiritualità, straniamento e naturalismo, si basa solo su quest’ultimo, con un tono favolistico.
A Very Cellular Song è in assoluto il pezzo più importante e stupefacente del disco: una suite da 13 minuti che riassume tutti gli aspetti migliori del disco. A cantare qui è Mike Heron, in un pezzo che è la summa del messaggio del disco è del contesto culturale di cui faceva parte la band: c’è un senso di comunanza spirituale, di senso di accettazione cristiano della vita nonostante i problemi, ma anche di panteismo, di armonia e di amore verso natura e le sue creature al di fuori del tempo e dello spazio. Un pezzo fortemente religioso che comunica la grande bellezza della natura senza la magniloquenza di molta musica classica a tema liturgico, non solo tramite immagini astratte e grandiose come la luna, il sole, i pianeti ma tramite il ricorso ad elementi piccoli come le amebe, i manghi e le stesse cellule in crescita, fino ad immagini della vita quotidiana, il tutto visto con una tenerezza materna, che fonde il ricorso a figure come San Giovanni e Gesù con la madre che dà la buonanotte ai figli. Strumentalmente, il pezzo è il più completo, ad esempio per l' utilizzo di uno stupendo violino da locus amoenus poi flauti, clavicembalo e persino un kazoo, che veramente in pochi sanno porre in un contesto dove non sembra irritante (e loro riescono perfettamente nella resa giusta).
Mercy I Cry City, Waltz of the New Moon e The Water Song continuano su queste coordinate tematiche, con immagini e strumenti diversi e arriviamo a There Is a Green Crown, il secondo più lungo con i suoi 7 minuti. Il pezzo si caratterizza per un cantato alla orientale e il forte ricorso a strumenti a corda come il violino, il mandolino e il sitar, che rendono il brano un misto tra canto religioso indiano e una musica percussiva tribale, benché il testo sia intriso di temi cristiani come la colomba, i tre doni dei re Magi e l’angelo Gabriele.
Se Swift as the Wind è il pezzo che brilla meno per inventiva, Nightfall è una degna conclusione per un capolavoro, con i suoi virtuosismi di chitarra acustica che si alternano tra cavalcate a-la Cohen e rapidi trilli e con un sitar che qui raggiunge il suo picco di effetto ipnotico e tranquillizzante.
In conclusione, The Hangman’s Beautiful Daughter è un capolavoro della cosiddetta “popular music” per aver catturato e sublimato molti umori della sua epoca, sia per l’unicità stilistica della band che per i valori interculturali e intertemporali della musica, che abbraccia più epoche e contesti culturali: non per mero ecletticismo ma per incarnare nella forma come nella sostanza un messaggio di armonia in tutte le possibili accezioni che, se espresso in altro modo, avrebbe potuto essere viziato da prevedibilità e retorica di scarso valore.




Commenti
Posta un commento