(Musica) Recensione: Ramones - Rocket to Russia
I fast four: l’anima goliardica del punk
Quando
leggiamo di grandi artisti nei libri di storia dell’arte, di letteratura e di
musica, viene spesso in mente l’immagine di intellettuali dalle pose
sofisticate che, sprezzanti delle norme, creano un linguaggio complesso,
profondo e quasi cervellotico.
Ci vengono in mente jazzisti con i completi neri e le melodie eleganti, i
musicisti classici con il frac e la delicatezza di un pianoforte, oppure i Pink
Floyd con il loro rock raffinato e i concept album singolari.
I grandi pionieri del punk sono tutta
un’altra cosa: presentano sì un lato “maledetto” e sensibile, ma non ricordano
quel topos elitario e per molti aspetti staccato dal “mondo dei comuni
mortali”, sembrano al contrario sguazzarci più di tante persone che non sono
creative per mestiere o vocazione.
In altre parole, la differenza non sta solo nel modo di mostrarsi o nella
percezione collettiva, ma anche nei contenuti e dell’estetica musicale. Il punk rappresenta il culmine di quel rapporto di
vicinanza e coinvolgimento reciproco tra musica e masse: un insieme
più o meno vago ma suggestivo di valori estetici, ma anche un sentire comune,
un modus vivendi, tutto questo è stato in grado di agire anche su un
proletariato e una bassa borghesia cresciuti all’infuori di un’educazione
culturalmente esigente e di grandi filippiche filosofiche.
Insomma, è l’arte della giovinezza e delle
controculture, con tutti i suoi opinabili pro e contro: la sua
carenza di grandi riflessioni e di pretese, con la ricerca di un senso
d’identità, di collettività al di fuori di ogni elitismo, ma allo stesso tempo
con un senso di anticonformismo diffuso e di continua insoddisfazione verso il
presente.
Sotto questo punto di vista, i grandi pionieri del punk come i britannici Sex
Pistols hanno prosperato per il paradosso di essere i più celebri
“demagoghi” del punk e allo stesso tempo avevano quel grado di premeditazione e
distacco che hanno immesso soprattutto Johnny Rotten e Malcolm
McLaren, un grado che non poteva non esserci in una band che viene
considerata, nel bene o nel male, “la più grande truffa del rock’n’roll”,
quasi un esempio involontario di pop art in musica.
Gli statunitensi Ramones invece sono un po’ all’inverso: non sono dei
grandi demagoghi, non c’è un grande rapporto con l’alterità nella loro musica e
non cercano di essere grandi provocatori, guardano il proprio orticello ma
anche per questo sembrano paradossalmente avere uno spirito comunitario, sentiamo che sono “dei nostri”, persone simili a noi ma
con un talento sopra la norma da valutare al di fuori delle gerarchie di
tecnica.
Ascoltandoli, la sensazione è che non siano così diversi nell’approccio da dei
buontemponi con cui fare bisboccia o dal classico gruppetto mediocre di paese,
disimpegnato e musicalmente provinciale che però riesce ad intrattenere
decentemente per una serata.
La sottile differenza tra il dilettantismo improduttivo e i Ramones sta non
nelle competenze tecniche che in effetti sono bassissime rispetto a cosa ci si
aspetterebbe di solito da un gruppo rock dei tempi, ma nella spontaneità e
nell'inventiva. I Ramones suonano al massimo quattro accordi, ma
quell’approccio coraggioso nella voglia di suonare nonostante l’analfabetismo
musicale e quel suono grezzo e grintoso hanno
avuto un’influenza travolgente sulla storia della musica, che va oltre il loro
livello di fama.
E anche guardandoli a posteriori, l’alchimia tra quel suono duro e grintoso e
quel cantato adolescenziale, simpatico e pop di
Joey Ramone è rimasto sostanzialmente unico, perché tante band hanno
costruito le loro discografie su singoli aspetti dei loro suoni.
C’è chi ha preso lo stile chitarristico di Johnny
Ramone e lo ha radicalizzato in
durezza e chi ha invece radicalizzato gli aspetti orecchiabili, dando vita al pop
punk.
Rocket to Russia, uscito nel simbolico anno 1977 è, per molti aspetti, il
più compiuto e divertente del trittico iniziale, con una produzione
che esalta al meglio i suoni dei loro strumenti.
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| I Ramones nei primi anni |
La simpatia che i Ramones suscitano non è però derivante esclusivamente dalle loro pose o dalla loro scarsa competenza tecnica. Pezzi come Cretin Hop sono molto eloquenti su questo aspetto: “non c’è modo di fermare i cretini dal danzare. Ti conviene mantenere il ritmo dei cretini”, con il suo testo affine al titolo e il suo slang giovanile (hoppin’ non per intendere il salto ma la danza e l'abbreviazione hoppin’ invece di hopping).
Rockaway Beach è un pezzo allegro ed estivo alla Beach Boys, ma che ironicamente parla di una spiaggia in uno dei quartieri più sordidi di New York.
Here Today, Gone Tomorrow è un pezzo vagamente malinconico (raro in un disco del genere) che mostra il tipico menefreghismo dei Ramones verso ciò che minaccia la libertà della band, in questo caso un amore che non poteva durare. Il punto di vista ricorda un tempo in cui “sembrava per sempre”, ma per lui la fine della relazione doveva portare ad un miglioramento, anche se qualcun altro ha dovuto pagarne le conseguenze.
I Don’t Care è una perla emblematica che si distingue per essere uno dei più duri e graffianti, quasi heavy metal e comicamente ha un testo che non è per niente minaccioso, politico o aggressivo e neanche il classico “sesso, droga e rock’n’roll”, è semplicemente: “Non me ne frega. Non glie ne frega. Non me ne frega di questo mondo. Non me ne frega di quella ragazza. Non me ne frega”, una banalità resa ilare anche dal contesto della canzone, dove queste parole vengono pronunciate nei primi ventidue secondi insieme a quattro accordi cazzuti, dando a posteriori la sensazione che il succo della canzone fosse già finito lì e il minuto e diciassette che manca non è altro che una ripetizione, che per la sua catchiness risulta comunque tutt’altro che indigesta. E’ un pezzo che lascia anche capire la grande differenza tra il punk dei Ramones e l’hard rock, al quale in apparenza può somigliare per l’approccio semplice, ruvido, vagamente edonista e disimpegnato: nel bene o nel male, la band è portavoce di una fascia di popolazione in bilico tra goliardia, entusiasmo e apatia, a differenza dell’hard rock che solitamente esibisce una certa sicurezza “macho”, forti istinti passionali e un grande ottimismo di fondo.
Pezzi come We’re An Happy Family e Teenage Lobotomy ci mostrano invece il lato più nero ma sempre naïf dell’umorismo dei Ramones, visto che la prima parla di una famiglia povera che cerca di mantenersi con lo spaccio, con una ripetizione di “siamo una famiglia felice” con tono canzonatorio e infantile, mentre Teenage Lobotomy usa la stessa tendenza ad ostentare un sentimento falso parlando di una persona lobotomizzata che sembrerebbe felice “anche se non ho il cervelletto” di essere seguito dalle donne. A rimarcare l’ironia c’è proprio il mood dei suoni che è sempre infantile e caciarone, che tutto sembra fuorché malinconico o triste, persino Here Today, Gone Tomorrow che ha contenuti meno drammatici sembra più malinconica a confronto.
In altre parole, Rocket to Russia ci mostra i Ramones in tutti i loro pro e contro: basati su poche singole idee quadrate, ma allo stesso tempo più che in grado di creare un disco di grande intrattenimento e originalità, mostrandoci che la loro accezione di “compagnone” non riguarda l’essere gaudenti perfetti per andare a rimorchiare e portare il macchinone nuovo, sono un’anima della festa in una maniera un po’ più semplice e al di fuori delle grandi occasioni: cinici e con i loro disagi come tutti, ma capaci di lasciarsi andare alla danza della vita con una musica che è avanti con i tempi nel fatto di riuscire a soddisfare in una maniera fresca e distintiva dei bisogni semplici e ordinari, condivisi dalla band con un pubblico ampio e al di là dell’età, della nazionalità o del ceto sociale.




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