(Cinema) Recensione: Trilogia della Casa di Sam Raimi (1981-92)
Gli incubi surreali di un maestro dell’horror goliardico
Sam
Raimi è un regista che mi ha sempre
incuriosito, a causa dell'aura di “eccezionalità” che ha intorno a sé, visto un
po’ come l'unico regista insieme a James Gunn, Tim Burton o Christopher
Nolan ad aver portato nel cinema supereroistico un'idea di cinema più autoriale,
che vinca o almeno rivaleggi con la figura del produttore, che soprattutto nel Marvel
Cinematic Universe è diventato il vero protagonista artistico.
E ho visto la
sua trilogia di Spiderman, ma troppi anni fa per avere un ricordo nitido
e di recente ho visto anche il suo Doctor Strange 2: Nel Multiverso della
Follia.
Guardando la
trilogia della Casa, composta da alcuni tra i primi film del regista
statunitense in un contesto indipendente e molto meno mainstream, il mio
diletto è stato anche nel fare una retrospettiva, nel capire a posteriori cosa
c'era in nuce in questi film degli anni 80 rispetto alle opere più recenti e
perché sia stato scelto proprio lui a fare un cinema così diverso, volevo
capire se con i blockbusters si fosse un po’ snaturalizzato o se fosse una
scelta armoniosa e affine al suo stile.
Questa
premessa più personale potrebbe sembrarvi scollegata, ma penso che questa vista
in retrospettiva mi abbia aiutato a capire meglio il valore di Sam Raimi e ad
apprezzare un pochino di più anche questi primi film.
Ebbene,
stiamo parlando di un cinema horror
sovrannaturale e splatter che ha avuto un budget abbastanza inferiore rispetto a certi film
più recente e che è stato prodotto per un pubblico non dico di intenditori (non
si sta parlando di roba poco fruibile e cervellotica), ma comunque meno ampio.
Da questi
film ho potuto capire che Raimi è un regista che si prende poco sul serio, nel
senso buono del termine: dà l’idea di uno che sa dare un tocco scanzonato senza togliere inquietudine ad un
genere come l’horror che non è
mai stato noto per questo (almeno fino a quei tempi), evita di darsi un tono
con virtuosismi fini a sé stessi o verbosità austere, i momenti degli spiegoni
sono al contrario spesso caricaturali e favoleschi piuttosto che aulici e
complessi.
Si vede anche un gusto per la narrazione imprevedibile e non lineare, per un certo messaggio morale che non è comunque presentato in maniera banale e scontata, anche all’interno della stessa trilogia della Casa vi sono grandi cambiamenti di generi. In altre parole, Sam Raimi ha dimostrato di saper giocare con i filoni e gli approcci in maniera molto disinvolta e di mettersi a suo agio anche con i film più generalisti, conservando alcuni aspetti che però erano già presenti qui, insieme ad altri più importanti e seminali. Su questo parallelismo, andrò nello specifico più in avanti.
Inquadrature da "la Casa"La
Casa: uscito nel 1981, è un film che potremmo definire il più “classico” della
trilogia, parla di un
gruppo di amici che va in uno chalet di montagna per trascorrere il weekend, qui
scoprono presto dei fenomeni sovrannaturali menzionati in una registrazione su
nastro. I protagonisti si trovano dunque a dover cercare di sopravvivere e fuggire
da tale minaccia.
Si tratta di un
puro splatter sovrannaturale che ha però riferimenti a tanti altri sottogeneri
dell’horror: i demoni che hanno l’aspetto e la dinamica dell’infezione degli
zombie, il ricorso al necronomicon di Lovecraft nonostante
non si tratti di un horror cosmico, il ricorso a quella che sembra una “casa
stregata”, nonostante la minaccia sia demoniaca e non di fantasmi, la struttura
narrativa survivalista che non è poi così diversa da quella di uno slasher (con
tanto di casa retrò e spartana, quasi “southern gothic” alla maniera di “Non
Aprite Questa Porta”).
Infatti, nonostante
l’aspetto dei nemici, il posto mostra fenomeni come alberi posseduti,
levitazione dei demoni e camuffamento temporaneo, con effetti che spesso si
nota siano finti, ma all’avanguardia per i tempi, anche perché fatti con trucco
e oggetti di scena piuttosto che con la computer grafica, danno l’idea di una “materialità”
invidiabile ancora oggi, che li rende davvero perturbanti e ben fatti.
Come spesso
accade nei film di sopravvivenza, il film non si basa tanto sulla caratterizzazione
dei personaggi singoli ma sulla caratterizzazione dei rapporti umani,
soprattutto nella gestione del pericolo, facendo pesare molto le loro decisioni
sui principali movimenti della trama. C’è sempre il personaggio più “fifone”, quello
più temerario, quello più razionale, quello più dolce e alla ricerca di un
compromesso, ma il film si mostra comunque abbastanza crudele nel costringere i
personaggi a dover affrontare i loro stessi cari che ormai non sono più persone
vere ma semplici condotti di forze demoniache.
Per il resto, nonostante la fantasia della messa in scena e del design del pericolo sovrannaturale, il film è per molti aspetti il più convenzionale della trilogia, il primo esperimento filmico di tutta la carriera di Raimi ma, sebbene non ci sia la stessa messa a fuoco unica dei film successivi, è comunque un ottimo primo inizio.
Inquadrature da "la Casa 2"La
Casa 2: uscito nel 1987, è più che un seguito della Casa, una sorta di remake, parte da una storia che non sembra avere
una relazione causa-effetto con il primo. Il protagonista è un ragazzo apparso nel
gruppo del primo film: Ashley J. Williams,
un commesso che va con la ragazza (quindi senza gli amici del primo film) nello
chalet di montagna dove trova dei demoni evocati dal necronomicon che
minacciano la vita dei protagonisti. Gradualmente, Ashley incontra due coppie
di personaggi che si trovano a malincuore a collaborare per evitare una mattanza imprevista, con il protagonista che fa un po’ da stratega
improvvisato per affrontare queste minacce, sempre più consapevole delle loro
dinamiche.
Il
film si differenzia dal primo per la sua veste caricaturale e goliardicamente
surreale, che fa uso
di un’alternanza di momenti perturbanti come nel primo film e inaspettati
momenti di delirante ilarità, quasi come se fosse una decostruzione non tanto
dei film di zombie ma della stessa prima pellicola. Sentiamo che la
pericolosità di ciò che sta avvenendo, nonché l’atmosfera sono le stesse, ma rese
più varie e ancora più imprevedibili. Gli avversari sono sempre demoni, alberi
risvegliati e parti del corpo autonome, nonché l’ambientazione che è rappresentata
praticamente dallo stesso edificio. Eppure vediamo figure più finte, a volte
con contorni marcati in stile cartoonesco (nonostante il budget fosse dieci volte
superiore, il che ci fa capire che si tratta molto probabilmente di una scelta
arbitraria e non di economia), spettri distorti in inquadrature veloci e
oblique, ad incarnare un certo stato di confusione nei personaggi e in
contemporanea ad esibire l’imprevedibile e apparente semi-onnipotenza dei
nemici.
Anche i virtuosismi tecnici ci mostrano un Sam Raimi più maturo e consapevole, come nella prima mezz’ora durante l’inseguimento di una creatura vista in prima persona con la telecamera verso il protagonista Ashley, che alterna senza confondere con il punto di vista di Ashley, in una frenetica e sghemba oscillazione di grande realismo e tensione spasmodica. Benché si tratti di una fusione di horror e commedia, il film dimostra insomma di saper utilizzare i suoi strumenti per inquietare e tenere attaccati anche più del primo e, per originalità e memorabilità surreale delle scene è, a parer mio, il più bello della trilogia.
L’ Armata delle Tenebre: uscito nel 1992, è un film che, nonostante nettamente diverso dagli altri due (già a partire dal titolo), riassume molti aspetti di Raimi che si percepivano nei film precedenti e anche nella trilogia di Spiderman, con il protagonista: Ashley J. Williams che si ritrova nel medioevo dopo la fine de “la Casa 2” che, tramite gli strumenti del futuro di cui dispone (una motosega, un fucile e un’automobile) e una profezia dalla sua parte, si ritrova ad essere una sorta di supereroe, l’ ”eletto” che deve aiutare gli abitanti di un villaggio del XIV secolo, suo malgrado per riuscire a ritornare nel suo presente, giacché apparentemente costretto dagli eventi a riprendere il necronomicon. L’ambientazione è dunque totalmente diversa e la componente horror è tenuta a freno rispetto a quella dell’avventura storica e della commedia, con Ashley che deve cercare di ambientarsi in un contesto che non lo comprende a pieno e dove non conosce nessuno, in modo da organizzare il suo ritorno e nel frattempo conoscere abilità che lui stesso, probabilmente, non sapeva di avere.
Nonostante l’espediente
“facile” dell’eletto, che già dall’inizio ci fa presagire un finale positivo già
scritto nero su bianco, Raimi dimostra un coraggio narrativo totalmente
inaspettato nel dipingere finalmente il carattere di Ashley in una maniera più
precisa, al di fuori dell’azione pura che travolge buona parte del film,
mostrandoci una sorta di antieroe snob e insolente, che chiama i medievali “primitivi”
nonostante debbano collaborare per la reciproca salvezza.
Presto vediamo
però che Ashley non è semplicemente un opportunista e che ha un buon cuore, infatti
quando l’armata delle tenebre si risveglia, i cittadini sono disposti a farlo
comunque tornare nel presente per la promessa che avevano fatto ad Ashley, ma il protagonista si trova in un bivio morale: lasciare in
balia del suo destino un villaggio in un altro tempo, in un’altra terra, di cui
ha conosciuto la gente pochi giorni prima, oppure salvarli? Niente di diverso
dal mantra “da un grande potere
derivano grandi responsabilità” di
Marveliana memoria. Questo film ci ha dimostrato quindi che determinati
temi e valori espressi in Raimi erano già in nuce ben prima che fosse coinvolto
in lavori più mainstream e che sono dunque una naturale prosecuzione della sua
poetica.
Nel corso del
film, il protagonista compie deliberatamente gesta inverosimili, come gli spari
senza guardare come se fosse un tiratore scelto di grande esperienza, oppure la
riparazione della macchina e l’aggiunta di nuovi dispositivi alla portata del
medioevo per mezzo di un mero manuale di chimica che aveva nel bagagliaio. Si
tratta insomma di un improvvisato Tony Stark dei poveri, che però non stupisce
perché il film precedente ci aveva già fatto capire l’antifona dei colpi di
scena surreali di Raimi, nonché del mood sovrannaturale che accompagna tutto. In questo film c’è dunque poco del primo film ma c’è sia
l’estetica slapstick e comica del secondo film che l’elemento quasi
supereroistico e fantasy storico totalmente inedito nella trilogia, in
un’opera coraggiosa nell’aver cambiato praticamente tutto nel mood senza allo
stesso cambiare niente dal punto di vista dei legami di trama (che qui sono
ancora più solidi rispetto a “la Casa 2”, visto che alla fine del secondo film
il protagonista si ritrova nella nuova ambientazione attraverso un turbine
spaziotemporale che ne “la Casa 2” rispetto a “la Casa 1”, visto che si
trattava di una sorta di remake ufficioso); per tutti questi motivi, l'Armata delle Tenebre è, dal mio punto di vista, il secondo più efficace della trilogia.
In
conclusione, la trilogia della Casa riesce nell’obiettivo
di rendere ogni membro memorabile e ci dimostra un talento e una libertà
espressiva di alto livello (nonostante
il finale del terzo film sia stato cambiato in corso di produzione per essere
più positivo rispetto a quello preventivato), con un grande talento nel fondere
leggerezza e senso di pericolo senza smorzarli a vicenda e con scene che hanno praticamente
fatto la storia del cinema.









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