(Cinema) Recensione: Avatar 2 – La Via dell’Acqua di James Cameron (2022)

La nuova via travagliata della tecnologia 3D

James Cameron è tornato, dopo 13 anni, come diceva un amico bonariamente, “solo per girare le scene in acqua” su vasta scala che, fatto con l’animazione computerizzata è sicuramente un grande esempio di novità tecnica che mancava nel primo film.

E, a parte gli scherzi, è qui che concordano un po’ tutti gli spettatori: Avatar 2 – La Via dell’Acqua è prima di tutto un aggiornamento tecnologico del primo film, che aveva fatto la storia per le innovazioni sugli effetti speciali e la complessità estetica del mondo creato.

Stupisce ad esempio come si siano curati di mostrare in un’inquadratura i dettagli della peluria di un alieno che è più glabro di un maschio umano qualsiasi, in un realismo straordinario.

Al netto dell’ormai nota perizia tecnica di Cameron e il resto della troupe, la trama parte diversi anni dopo il primo film, con il protagonista Jake Sully che si è rifatto una vita nel pianeta Pandora con la moglie Neytiri, membro della razza Na’vi, facendo tre figli e adottando Kiri, figlia della dottoressa Grace.

La famiglia Sully è ricercata da un piccolo esercito statunitense colonialista comandato dal colonnello Qiaritch, morto nel primo film e riportato in vita nel corpo di un Na’vi; i Sully si vedono costretti a fuggire verso le sedi di una tribù inedita che vive molto a contatto con l’acqua, sono caratterizzati da un aspetto simile a quello dei Na’vi della giungla ma con differenze fisiche di livello simile a quelle che in noi intercorrono tra europoidi e i sudsahariani o gli asiatici del sud-est, cosa che è molto interessante perché gli stereotipi dei pianeti fittizi sono o di descrivere una società omogenea fino all’ inverosimile con una singola etnia o di descrivere etnie contrapposte eticamente (come elfi bianchi ed elfi oscuri); in questo film invece le due etnie vengono presentate come simili e compatibili a livello di mentalità, sebbene non avulse da differenze di costumi; per cui la sensazione è che non ci sia una gerarchia ideologica e che tutto sia coerente con il messaggio di fondo di questa saga.

Un’altra delle cose nuove rispetto al primo film è che qui si ribaltano i ruoli: una famiglia di Na’vi che è sempre stata la maggioranza che conosce bene le regole si trova ad essere straniera in terra straniera (in un altro villaggio), ad imparare tradizioni e stile di vita del luogo con gradualità e fatica iniziale.

D’altra parte, se nel primo film era un’abitudine mostrare gli avatar come Jake e Grace che, conoscendo di persona le dinamiche del pianeta ne venivano assorbiti e volevano vivervi in simbiosi, in questo film viene mostrato anche l’altro lato della medaglia degli umani trasformati in avatar Na’vi che sono rancorosi nei confronti del popolo Na’vi che vogliono imitare.

In altre parole, i pregi di questo secondo film sono prevalentemente nell’aver arricchito l’ambientazione, facendoci capire che il pianeta Pandora è più complesso e curato di quello che sembrava e che insieme ai prossimi film c’è l’opportunità di restituirci un affresco vasto e organico, che sentiamo non come un paesino di dimensioni planetarie ma come un insieme di comunità differenti, sebbene non si ambisca sicuramente a rappresentare un’antropologia fittizia come in Tolkien.

Dopo aver parlato a lungo degli aspetti positivi, devo però passare ai difetti, che sicuramente sono tanti; ora, io sono consapevole del fatto che si tratta di una serie di film con poche ambizioni contenutistiche e che la trama doveva essere semplice, però bisogna dire che il primo film non era sicuramente scevro da spunti narrativi, come l’aspetto spirituale di Pandora di simbiosi con l’ambiente naturale in una rete interconnessa simile ad un internet biologico, come se il pianeta Pandora fosse una sorta di realizzazione nella forma e nella struttura di un panteismo e un mito del buon selvaggio che naturalmente si ripete dai tempi di Jean-Jacques Rousseau ma che qui è singolare per la resa strutturale, in questo sequel lo spunto c’è ancora ma viene riutilizzato così com’era e non viene integrato con altro.

Ora, questo film soffre la sua natura di seguito per diversi motivi: uno è perché, a differenza del primo, si focalizza quasi solo sulla descrizione delle dinamiche “pratiche” dell’ambientazione e sulle vicende familiari, mentre il primo oltre a fare questo si focalizzava sul messaggio o filosofia di vita che basa quelle stesse dinamiche.


Avatar 2 – La Via dell’Acqua non fa altro che replicare quella filosofia, quando avrebbe potuto aggiungere qualcos’altro che dia un senso nuovo agli eventi grossi che sono in fondo quasi sempre gli stessi: i marines colonialisti che vogliono impadronirsi delle risorse di Pandora ai danni degli indigeni, con lo stesso antagonista del primo film.

La sensazione è che Cameron, che è un regista come si deve in questo aspetto si sia perso in un bicchiere d’acqua (visto che siamo in tema), se contiamo che altri blockbusters con le stesse basse ambizioni narrative e addirittura una minore qualità complessiva sono riusciti a differenziare meglio primo film e sequel, come nel caso -e mi prendo tutte le responsabilità di quello che sto per dire- di Spiderman di Tom Holland o Captain America.

Vi sembrerà un’eresia perché Cameron è più libero di mostrare la sua bravura e i loro registi sono “impiegati”? Ed è vero che lo sono ma, aldilà che quei film vi piacciano o meno, si vede che sono differenziati anche a livello tematico oltre che estetico, mantenendo comunque lo stesso spirito e l’arco di trasformazione del protagonista, scelta che in fondo anche i detrattori della Marvel non lamentano, e oltretutto non scelgono di mantenere lo stesso antagonista (che in Avatar 2 non sembra particolarmente cambiato dagli eventi, se non in aspetti superficiali), mostrandone alcuni sviluppati meglio (o meno peggio) rispetto a quello dei primi film.

Ne consegue che, guardando Avatar 2 – La Via dell’Acqua, si abbia la sensazione di aver visto non troppo più di un remake piuttosto che un sequel, nonostante la continuità narrativa, l’enorme quantità di personaggi nuovi e tutte le bellissime novità di ambientazione, proprio perché tutte queste novità sono spesso “fattarelli” isolati da un disegno più grande o novità estetiche piuttosto che novità narrative.


Credo che questo problema si debba al fatto che Avatar 1 ci ha mostrato già tutti i migliori aspetti narrativi, cosa che di suo non sarebbe un problema per quel film in sé, ma che a posteriori risulta qualcosa che indebolisce i seguiti se non si è programmato con lungimiranza di spezzettare la storia originale lasciando importanti margini di manovra, o semplicemente se si vuole tenere un universo chiuso a tutti i costi, pretesa che in fondo non è così utile, perché credo che il pubblico generalista che Cameron voleva catturare per finanziare un film dal budget così imponente sarebbe neutrale nei confronti di una storia più diversa, concentrato sull’esperienza in sé piuttosto che sugli ambienti nello specifico o sui personaggi, che non sono rimasti come icone singolarmente (la storia di Avatar ha gli stessi vincoli di una trasposizione fumettistica? No, perché è una storia inedita).

E non ditemi che Cameron non aveva il budget per un’ambientazione più staccata, perché le scene in acqua sono tante e sono una roba totalmente nuova, nettamente diversa dalla giungla del primo film. Altra cosa che non mi ha fatto impazzire è naturalmente la caratterizzazione dei personaggi, che fanno emergere alcuni spunti nuovi, come accenni di razzismo interno tra i Na’vi (che nel primo film ci erano stati illustrati come pregiudiziosi solo nei confronti degli umani, rei di averli perseguitati) e che sicuramente smussa leggermente la caratterizzazione linda e pinta della razza nel primo film (dandone un accenno di complessità in più), sebbene si tratti naturalmente di un aspetto trattato in maniera effimera e raffazzonata.

Anche i personaggi nuovi non sono trattati benissimo e soffrono della sindrome di “troppa carne al fuoco” e, sebbene Cameron abbia evidentemente tentato di distinguerli per qualcosa che non sia il loro aspetto fisico, è tutto un po’ troppo vago rispetto alle differenze che intercorrevano ad esempio tra Grace e Jake del gruppo umano oppure tra Neytiri e il fratello.

E’ poco in generale l’effetto sorpresa della trama, molto più prevedibile del primo (che di suo non era eccellente in questo aspetto) e il coinvolgimento emotivo nei confronti dei protagonisti, nonostante l’intento fosse quello di descrivere una storia più legata alla quotidianità rispetto al primo, che era più legato alla scoperta della giungla e dell’interazione umani-na’vi.

In conclusione, Avatar 2 - La Via dell'Acqua è un film gradevole, che conserva e in molti casi amplia gli aspetti positivi del primo film come esperienza estetica e contemplativa e che non è una copia del primo ma che sicuramente è inferiore nel complesso, quando il primo non era un capolavoro ma era comunque un bel film, molto più soddisfacente. Questo seguito è da vedere se vi intriga e siete determinati a farvi un’idea vostra anche con il rischio di vedere una ciofeca, se siete appassionati di cinema o semplicemente di Avatar e avete il giusto tempo e le giuste risorse per poter permettervi rischi di guardare non solo un film bello o bellissimo ma anche un film carino come questo. Se invece non avete voglia di prendervi rischi di alcun tipo e volete solo riservarvi film di valore più alto, non è un film che fa per voi. Ma sicuramente Avatar 2 – La Via dell’Acqua è un'opera che trae notevoli benefici dall’esperienza cinematografica, per cui il grande schermo (e il 3D) migliorerà l’esperienza più di quanto non succeda per altri tipi di film, per cui vi esorto a vederlo in quella maniera se ne avete la possibilità.



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