(Cinema) Recensione: La La Land di Damien Chazelle (2016)
Sogni nostalgici di un mondo mai vissuto
Bisogna mettere subito le mani
avanti: io solitamente non sono un tipo da musical, generalmente quando vedo anche solo qualche scena di
cantato in questo tipo di film mi viene un senso di ridicolo. Ma La La Land è non l’unica ma una
delle eccezioni più eclatanti, perché è un’opera che dà un’idea di quadratura a
tutti gli aspetti che in genere sono stucchevoli e fini a sé stessi nei
musical, ne mantiene lo spirito e allo stesso tempo va oltre, riflettendo con freschezza sull’autorealizzazione, sui sogni, sul confronto
critico con il passato e le tradizioni artistiche, su cosa Los Angeles rappresenta per queste
tematiche.
La trama è la seguente: siamo
nella città del cinema, Mia (interpretata da Emma Stone) è un’aspirante attrice insicura e che ha subito diversi due di picche di
carriera, mentre Seb (interpretato da Ryan Gosling) è un tastierista innamorato del jazz dei tempi d’oro con artisti come Thelonious
Monk, John Coltrane e Louis Armstrong che vorrebbe fare carriera come
musicista ma anche dirigere un locale jazz, con l’obiettivo di riportare il
jazz tra la gente, in una situazione in cui sta morendo.
Mia e Seb si innamorano e
finiscono naturalmente per improvvisare numeri in contesti inverosimili, come
di tradizione del musical.
I film eccelle nel porre queste
canzoni in un orizzonte di significato più ampio: la tematica più frequente di
La La Land è il sogno, espresso nell’atmosfera in filtro perenne delle
inquadrature, che mostrano una Los Angeles magica dai cieli variopinti
tra orizzonti viola, verdastri e bluetto, con locali dominati da luci natalizie
e neon. E si può dire che in fondo i
musical siano sempre stati un po’ questo: un’evasione in una
realtà fittizia dove si può coinvolgere chiunque in un bel numero condiviso
dove tutti si divertono, per cui i numeri
sono piccoli sogni a occhi aperti, un modo per cementificare le relazioni, sia
amichevoli che di coppia.
In questo senso La La Land è il
completamento in forma e sostanza di un certo modo di concepire il cinema,
perché è tutto un sogno, una nostalgia del passato e di un futuro mai
realizzato, un confronto tra realtà e finzione attraverso contrasti, fino ad
arrivare a sequenze oniriche vere e proprie con scenografie di cartapesta e una delle più
significative: quella di un ballo nel cielo stellato che guarda caso parte da
un osservatorio che lascia il posto ad una visione onirica durante il ballo,
come se la coppia attraverso un intenso momento amoroso e i mezzi del musical
accedesse all’oltre, nello spazio con una libertà preclusa alla quotidianità
più vuota.
Se da questo punto di vista si va
già oltre certi limiti del genere, tutto questo viene però cementificato con
una riflessione nostalgica, ma anche insolitamente pragmatica sul cinema e sul
jazz, che si riflette nella forma e nella struttura con uno stile di regia
citazionistico e retrò. Mia è una ragazza che è stata pasciuta con film
classici come Casablanca e deve confrontarsi con il sogno Hollywoodiano di
successo come attrice, in un mondo di «arrampicatori sociali» e attenzioni,
mentre Seb è in dissidio tra il desiderio di fare carriera attraverso il jazz
che tanto gli piace, in una vita dinamica e di viaggio anche lontano da Mia con
una vita più “ordinaria” in un locale dove vuole far esibire altri artisti e
far conoscere il jazz alle nuove generazioni, dibattendo anche sul metodo per
realizzare questo proposito, se continuando a suonare i grandi maestri o nuovi
artisti.
Da questo punto di vista la
scelta di rappresentare Seb come un uomo bianco, criticata da alcuni per la
poca attinenza con la tradizione jazz può essere sì considerata una manovra
furba, ma sono dell’idea che funzioni addirittura più che scegliere un
personaggio bianco a livello narrativo perché il film si concentra sul mostrare
l’alterità da tempi d’oro e contesti sociali che non ha vissuto. Lei che deve
ancora iniziare a fare l’attrice ed è stata pasciuta con film d’epoca, lui che
è giovane in un mondo ormai lontano dagli anni d’oro del jazz che si è
appassionato al genere scoprendone il contesto e suonando con musicisti neri,
che porta Mia da non-amante del jazz ad amare il genere.
Da qui parte infatti una breve ma
interessante riflessione critica sul perché il jazz sia scomparso e sul fatto
che Mia l’abbia conosciuto come la “musica da ascensore” estraniata dal valore
sociale d’origine, piuttosto che con i classici.
Insomma, La La Land è un film agrodolce che è fedele al passato ma allo stesso tempo
in controtendenza, già a partire dalla scelta della tematica jazz in tempi come
i nostri che infatti per i
produttori avrebbe dovuto essere rock ma il regista franco-statunitense non ha
accettato e questo ha portato dei ritardi all'inizio della produzione. Un film
girato con una fotografia idilliaca che fa venire voglia di entrarvi come se
fosse un’esperienza reale, anche se non è esente da difetti (ad esempio la
vicenda personale di Mia è meno interessante e originale rispetto a quella di
Seb, anche se ben immersa nel contesto), ma è un film di altissimo livello e
che tocca il cuore se sapete andare oltre la repulsione per l’aderenza
soprattutto di superficie a certi aspetti un po’ kitsch molto presenti
nei musical, che qui sono giustificati dal contesto e fanno parte di un
discorso artistico più ambizioso e coeso.







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