Preferiti dell'Anno 2022

 

Questo post è un resoconto delle scoperte di quest’anno, che ho diviso in sezioni per ogni disciplina su cui volevo esprimermi (cinema, letteratura, musica) con mini-commenti per le opere menzionate, quindi se volete addentrarvi nei miei “pareri non richiesti” potete spulciare dove vi interessa di più senza il rischio che si perda il senso del post. Prima di queste sezioni, c’è una sorta di resoconto generale con alcune riflessioni.

Resoconto: Di recente, ho incominciato a concepire le mie scoperte artistiche come una sorta di viaggio che penso proseguirà finché vivo, dove scopro novità e in contemporanea scopro nuove cose di me, per cui questi post sono per me un’opportunità per ripensare al mio percorso e anche forgiare i ricordi che avrò in futuro di questi periodi. Come nel 2021, per ottenere i massimi risultati, ho deciso un tema portante delle mie scoperte (ma non l’unico ovviamente) di quest’anno: l’horror, genere che in realtà mi ha sempre intrigato e che ormai conoscevo un po’ da diversi anni ma su cui non mi ero mai concentrato veramente, complice il fatto che non mi spavento facilmente. Le mie basi mi hanno portato a rendere “il campione” dell’anno soprattutto il regista canadese David Cronenberg con il suo horror filosofico delle mutazioni corporee, che era uno dei miei registi preferiti da un po’ di anni ma che ho riscoperto nel migliore dei modi con l’uscita di Crimes of the Future: un film che mi ha letteralmente folgorato e che un po’ riassume la sua poetica e che la amplia. L’entusiasmo per quel film mi ha portato a triplicare la frequenza delle mie visioni, fino a farmi concludere l’anno con quasi tre volte il numero di film visti l’anno scorso (in un record personale). Il fronte letterario è un po’ decaduto invece, perché non ho trovato troppi picchi qualitativi che mi abbiano rapito il cuore, discorso simile per la musica dove ho sentito tanta musica con aspetti inquietanti o orrorifici ma poca è riuscita ad entrare nella top 10. Insomma, anche quest’anno è stato utile per farmi scoprire le varie sfumature e ibridazioni del tema portante, restituendomi dunque una visione d’insieme più seria, ma non è andata benissimo quanto l’anno scorso perché si tratta di un genere che di per sé mi piace un pochino meno e che, dal punto di vista letterario, ha una distribuzione molto trascurata.

Cinema


1) Crimes of the Future di David Cronenberg (2022) è stato decisamente il mio film preferito del 2022, come potete facilmente capire ed è diventato addirittura rapidamente il mio preferito in assoluto. Questo tech-noir body horror racconta di due artisti che praticano performance arte di chirurgia su un’umanità che, a causa di un’evoluzione spontanea, ha perso la percezione del dolore fisico, in una “nuova arte” che scombussola i canoni di bellezza standard verso dei valori che per noi sono inconcepibili e perversi, ma che per una società decadente e ricostruita dal progresso è più che verosimile. Si tratta sì di un tema che è stato accennato in Inseparabili dello stesso Cronenberg quando Jeremy Irons diceva che dovrebbe esserci un concorso di bellezza interiore, ma che qui viene portato alla realtà e arricchito da una nuova riflessione. E’ un film che porta nel cinema un approccio nuovo all’horror e alla fantascienza, nuovo perfino rispetto a Videodrome, con una resa “allergica” all’azione a favore della focalizzazione meta-artistica sul film come campo di sperimentazione di micromondi e invenzioni estetiche, con un orrore che è ora considerabile tale più dal punto di vista nostro che dei personaggi, assuefatti da questi nuovi valori e quindi indifferenti, anzi persino estasiati da certe visioni. Un film perfetto a livello di resa estetica dei contenuti, di colonna sonora e originalità, che mi ha ispirato e fatto vibrare il cervello e che sicuramente continuerà a farlo dopo aver pubblicato questo post. (Recensione completa nel post apposito sull’album.)

2) The Neon Demon di Nicolas Winding Refn (2016) è un horror psicologico controverso, che parla dell’entrata nel settore della moda da passarella di una ragazza di 16 anni che, da apparente innocente ci fa scoprire scheletri dell’armadio nascosti sia nella sua personalità che nelle colleghe, invidiose e con un atteggiamento quasi tribale e morboso nei confronti del valore della bellezza fisica. Tema cardine è infatti la contrapposizione bellezza naturale-chirurgia estetica che viene qui capovolta, con una fotografia tra le più belle della storia del cinema per quanto mi riguarda, iperpatinata e notturna che costella il film di luce innaturale quasi psichedelica, che insieme alla narrazione a tratti laconica ha portato molte persone a considerare il film un vuoto esercizio di stile. Come ho già detto sulla mia recensione estesa, ritengo però che le scelte del regista danese siano state consapevoli e tese a dare un certo tipo di messaggio specifico. I protagonisti sono vuoti e preoccupati solo dei soldi o dell’aspetto fisico, eppure l’aspetto fisico è qualcosa di quasi irresistibile che detta tante meccaniche della vita quotidiana, con una protagonista che via via vi scopre sempre più autocompiaciuta e superficiale contro i buoni propositi che aveva nella prima parte, contribuendo alla lettura da dare al film. Questo film è una riflessione sull’immagine in generale e sullo spettacolo, un capolavoro fin troppo sottovalutato e male interpretato. (Recensione completa nel post apposito dell’album e del blog.)

3) Goodbye Dragon Inn di Tsai Ming-Liang (2003) è un altro film che mi ha insegnato molto e che sento mi abbia lasciato qualcosa nel lungo termine per la comprensione del cinema e dei miei gusti. Diretto da un regista malese/taiwanese, il film parla di un cinema di Taipei ormai decadente e scalcinato, non così distante esteticamente dai cinema più vecchiotti che si possono trovare a Cosenza, nonostante ci si trovi dall’altra parte del globo e ci viene mostrata la vita quotidiana del proiezionista della bigliettaia e degli spettatori che puliscono, mangiano e guardano film senza comunicarsi, con lunghi piani sequenza e inquadrature lunghe, che rendono il film più simile a videoarte o fotografia che ad un film, riuscendo in contemporanea ad essere piacevole allo spettatore a causa della semplice potenza delle immagini e dei messaggi che sottintendono. La caratteristica che subito salta all’occhio di questo film è infatti che è quasi completamente muto, persino senza didascalie. Solo in poche scene vi sono conversazioni che però sono di una potenza narrativa assurda, per come riescono a corroborare sovrainterpretazioni. Un film che parla di decadenza del cinema come industria, contemporaneamente realistico ed estremizzato, con un immaginario alienato degno di un Edward Hopper portato in Taiwan.

4) Operazione Diabolica di John Frankenheimer (1966) è una perla abbastanza trascurata della Nuova Hollywood, un thriller fantascientifico dalle tematiche molto europee (forse è anche per questo che non è molto conosciuto, nonostante le ottime valutazioni di chi l’ha visto) che parte da un presupposto molto interessante: il protagonista è un uomo di mezza età, insoddisfatto della propria vita, monotona nonostante il proprio status economico positivo. Questo viene contattato da un amico che credeva morto che gli fa conoscere un’organizzazione che concede ai propri clienti una “nuova vita” cambiandone i connotati con la chirurgia estetica, le impronte digitali e altri dettagli pratici, manipolando il contesto per creargli nuove carriere (il protagonista diventa infatti un pittore, un lavoro che avrebbe voluto fare al posto del precedente ma che non era riuscito a fare). Questo viene dunque portato in un altro posto, dove trova altri “rinati” come lui. Un modo grandioso e autoriale di sfruttare i presupposti fantascientifici per parlare di altro, in un film che non ha nulla dei fasti di effettistica dei soliti film del genere, ma che è esteticamente semplice e più simile ad un noir qualsiasi che a quello che ci si immagina del genere e spesso risulta un film tetro, paranoico e a tratti inquietante, che approfondisce le dinamiche Pirandelliane simili al Fu Mattia Pascal elevandole a un discorso collettivo e relazionale piuttosto che del singolo che va “fuori dal mondo”.

5) The Blues Brothers di John Landis (1980) è un film che sicuramente conoscerete almeno per sentito dire tutti, divertente nella maniera più classica del termine, un film scanzonato ma anche ricco di cuore e maestria registica, leggero senza essere superficiale. Una sorta di dichiarazione d’amore iconica alla storia della musica afroamericana ma anche nordamericana in generale che qui riecheggia con la comparsa di star come Aretha Franklin, Ray Charles e James Brown che si sono esibite in performance di altissimo livello. La storia parla di Jake ed Elwood: due eccentrici ladruncoli che dirigono una band rhythm & blues e che si rincontrano dopo che Jake viene scaricato di prigione per una rapina, questi vanno all’orfanotrofio cattolico in cui sono cresciuti e apprendono che la suora dirigente ha bisogno di una somma per non far chiudere la struttura, minacciata dal fisco. Decidono dunque di andare “in missione per conto di dio” riformando la band e cercando di trovare quella somma con strumenti legali o illegali, in surreali e imprevedibili inseguimenti in macchina per sfuggire ai poliziotti, esibizioni in bellissimi locali con i neon che soddisfano le mie ossessioni estetiche, inganni e momenti comici memorabili, in un film che fonde il buddy movie con il musical e il road movie, con un messaggio di fratellanza interetnica, di cura per gli indigenti, che lascia il sorriso nel volto a chi lo guarda.

6) Giorni Perduti di Billy Wilder (1945) è, dopo Viale del Tramonto, un altro grande capolavoro del regista austriaco e uno dei primi film della storia ad approfondire il tema dell’alcolismo. Un film drammatico che ci parla infatti di uno scrittore fallito che è spinto dalla fidanzata e dal fratello a guarire dalla sua dipendenza. Il film ci mostra continuamente i vari passi del suo problema: la sua ossessione di nascondere le bottiglie per sfuggire agli occhi della famiglia, il barista che lo compatisce e che è il maggiore interlocutore del protagonista che gli racconta della sua storia personale e delle circostanze della sua dipendenza, il conflitto fra i pericoli dell’alcolismo e dei sentimenti e il suo talento per la scrittura. Insomma, un film profondamente psicologico e quotidiano, che molto probabilmente non invecchierà mai perché ancora le sue tematiche sono diffuse nella gente comune di ogni paese con un minimo di risorse.

7) Tetsuo di Shin’ya Tsukamoto (1989) è una sorta di incubo malato fatto a film dalle tematiche body horror e fantascientifiche, che non ha molto da invidiare a film come Eraserhead di David Lynch o Videodrome di David Cronenberg, anche se per motivi diversi. L’influenza c’è sicuramente, perché si tratta di un bianco e nero sporco, surreale e straniante, con una trama che si fa fatica a chiamare tale e che possiamo provare a riassumere un po’ così: un feticista del metallo pratica tagli su di sé per il piacere, le sue ferite creano un’infezione e, una volta scoperte, il protagonista si distrae venendo travolto da un’auto. Si risveglia mutato, fuso con parti di metallo differenti che via via prendono sempre di più piede sulle parti biologiche, con il protagonista che spaventato cade a sua volta in continui incubi dove non riusciamo a carpire la realtà dalla finzione. Molte scene di automutilazione e alterazione del fisico creano nello spettatore un senso di fastidio psicofisico, come se fossimo noi a ricevere questo trattamento al posto del protagonista e continuamente il film rompe le nostre speranze, riuscendo continuamente nell’obiettivo di generare non tanto paura, che non è la sola prerogativa dell’horror, ma un senso di smarrimento, di stupore e di disgusto, con un sonoro pieno di rumori e musica industrial adatta al film per le sue sonorità tecnologiche e iconoclaste a tratti lancinanti. Tutto questo però contiene anche un messaggio su come macchine e il metallo non siano più qualcosa di staccato da noi, di freddo e che ci limitiamo a sfruttare senza mai esserne in simbiosi, ma che stiano diventando un’estensione della nostra carnalità e delle nostre emozioni, in una nuova simbiosi che rischia di essere una grottesca parodia della simbiosi che c’è tra più persone, deumanizzandoci e alienandoci definitivamente.

8) Qualcuno Volò sul Nido del Cuculo di Miloš Forman (1975) è un altro importante film della nuova Hollywood, con protagonista un mostruoso Jack Nicholson che interpreta Randle McMurphy: un uomo incarcerato per aver fatto sesso con una quindicenne e messo in un ospedale psichiatrico in quanto sospettato pazzo dove conosce compagni con diverse patologie mentali. Ci viene mostrato lo stile di vita del gruppo, i maltrattamenti del personale che si occupa dell’ospedale (come la celebre e terribile infermiera Mildred Ratched, personaggio probabilmente tra i più odiosi in senso positivo della storia del cinema), i tentativi di fuga, in un film che denuncia i maltrattamenti subiti dai cosiddetti “pazzi”, partecipando ad un graduale processo mondiale di chiusura dei manicomi che pochi anni, in un momento storico nel quale in Italia era vicina la promulgazione della Legge Basaglia che li chiuse definitivamente. Un film basato sui legami che vengono costruiti con i personaggi diversi tra di loro, con i loro “vezzi” e i loro conflitti tra di loro, con un finale devastante.

9) Dark City di Alex Proyas (1998) è un tech-noir che per molti versi si riallaccia ad una tradizione di film che trattano la messa in discussione della realtà e della nostra coscienza, tra film come Matrix, il Seme della Follia, eXistenZ. Il film ci parla di una piccola città che fa da teatrino ad una manipolazione da parte di alieni che compongono una mente alveare e che vogliono far ripetere delle dinamiche della società per portare a termine un esperimento di comprensione del cervello umano e della loro anima. Questo spunto molto affascinante, a tratti filosofico è unito ad una fotografia molto gotica, tra le più belle che io conosca, fortemente influenzata da Metropolis di Fritz Lang ma allo stesso tempo ad un realismo urbano da film noir degli anni 40-50, che amalgamata agli aspetti più tecnologici generano un’estetica unica, che si adatta ai contenuti ma che da sola è già capace di immergere e imprimersi nella memoria. (Recensione completa nel post apposito dell’album e del blog.)


10) Scream di Wes Craven (1996) è lo slasher definitivo, che non ha posto fine a tutti i film del genere ma che li ha messi in serio pericolo, rivelandone le fallacie e i luoghi comuni ma allo stesso tempo giocando sullo stesso campo di intrattenimento e di estetica. Il film è infatti una satira dell’horror in generale e parla di una ragazza che riceve una telefonata da un maniaco vestito con mantella nera e l’iconica maschera nota come “Ghostface” che oggi troviamo continuamente nei negozietti anche di paese per il giorno di Halloween. L’assassino fa domande a questa ragazza a tema film horror, per mettere alla prova le sue nozioni e comportandosi in maniera simile per i suoi omicidi, permettendo alla vicenda e ai personaggi di stabilire continuamente un discorso metacinematografico sul genere, ad esempio vengono citati film come Psycho, l’Esorcista, Venerdì 13 e vengono criticate le mosse sciocche e inverosimili delle vittime che si ripetono in ogni film per far muovere in modo sciatto e fin troppo facile la trama, tant’è che uno dei protagonisti è un appassionato di horror che sfrutta le sue conoscenze per cercare di sconfiggere il furtivo assassino. L’ambientazione ricorda un po’ quella domestica e teen di Halloween – La Notte delle Streghe di Carpenter e l’umorismo autoconsapevole evita spesso il pericolo degli slasher che i comportamenti dei protagonisti e l’ambientazione risultino stucchevoli alla lunga.

Bonus Rewatch più importante:

1) Videodrome di David Cronenberg (1983) doppietta del mio regista preferito con un altro body horror fantascientifico tra i più belli suoi, probabilmente il più seminale della sua carriera, poiché ha creato un approccio non semplicemente pregno di contenuti ma filosofico tout court ad un genere (l’horror) che di norma non si è mai interessato a questi aspetti. La trama è questa: un proprietario di una TV via cavo trasmette filmati violenti e di torture e partecipa ad un talk show dove discute delle controversie sulla pornografia nei media, in cui scopre di un certo O’Blivion, un personaggio che non appare mai di persona e che intona frasi profetiche sulla televisione che invade le vite altrui. Via via il protagonista cerca di scoprire ciò che sta intorno questo personaggio misterioso e apprende di un programma pirata che compie violenze vere e illegali, su cui vuole indagare. Si troverà quindi in situazioni complesse, dove la realtà e la finzione si confonderanno, dove la televisione penetra nella realtà in tutti i sensi, in un film dove le bugie sono in grado di diventare più vere della realtà e dove si parla dei rischi dell’edonismo, il tutto in dicotomie che spesso fanno corrispondere mente-tecnologia-finzione e istinto-carne-realtà, riassumendo e anticipando una poetica che riecheggia un po’ in tutti i film di Cronenberg, anche quelli che non hanno niente di fantasioso.

Letteratura

1) Nel Paese della Persuasione di George Saunders (2006) è una raccolta di racconti di genere misto, tra racconti più realistici e altri di fantascienza o fantastici in generale. Il tema cardine di questa raccolta è una satira sugli Stati Uniti d’America come società con determinate mentalità fallaci e come zenith del capitalismo, con la sua disumanizzazione consumistica e la sua frivolezza edonistica, con alcune tra le perle più grandi della narrativa breve come un racconto in cui le figure dei marchi pubblicitari come il pacchetto delle Dorito’s, le arance, orsi o qualsiasi altra mascotte sono esseri che vivono in universo vero e proprio di scenette pubblicitarie ricreate, creando quindi due livelli di manipolazione: quello delle pubblicità verso di noi che servono per farci comprare e quelli degli stessi soggetti inventati, in una caricatura deformata. Oppure un altro racconto in cui ad un neonato viene installata una tecnologia per far finta che parli come un adulto, in modo da compiacere i genitori e farlo sembrare più intelligente, con un impiegato dell’azienda che vende questa tecnologia che cerca di affabularsi un cliente che ha comprato quest’invenzione e ne ha trovato limiti. Insomma, un’opera che riesce a unire generi diversi sotto un’unica poetica e un unico insieme di temi, in un’armonia di grandissima originalità. (Recensione completa nel post apposito dell’album e del blog.

2) L’Invenzione di Morel di Adolfo Bioy Casares (1940) è un romanzo di fantascienza di uno scrittore argentino che era grande amico del più noto Jorge Luis Borges, con il quale ha collaborato per alcuni libri scritti a quattro mani. Leggendo questo libro, ho avuto modo di vedere che non ha niente da invidiare all’amico più grandicello e famoso, benché se ne possa vedere sicuramente l’influenza, cosa che ogni scrittore prende da un altro collega in misura diversa. Comunque, questo libro è avventuroso, fruibile ma allo stesso tempo cerebrale e complesso, sembra quasi essere composto da due romanzi diversi: il primo quasi da noir, non per le atmosfere ma per l’intento di mostrarci la vita di un latitante in fuga dalle autorità per un crimine imprecisato, la seconda invece ci mostra gli effetti di questo viaggio del protagonista nell’isola dove scopre di questa famosa invenzione di Morel che rimette in discussione tutta la realtà e genera in noi importanti domande sull’arte, su cosa significa essere umani, su ciò che conta di più dalla vita e cosa saremmo capaci di sacrificare per rimanere sereni per più tempo possibile, più un’altra miriade di tematiche che qui sono sviluppate con un’originalità grandissima. 

3) Il Sospetto di Friedrich Durrenmatt (1953) si potrebbe considerare il seguito del Giudice e il suo Boia, di cui ho parlato l’anno scorso. L’ho apprezzato leggermente meno del primo, perché non è altrettanto atmosferico e icastico, ma è comunque un capolavoro che non ha molto da invidiargli qualitativamente e che a qualcuno di voi potrebbe piacere anche più dell’altro per i pregi di altro tipo che lo contraddistinguono. Ebbene di cosa parla questo bellissimo noir svizzero? Il commissario Hans Bärlach è ormai vecchio e di salute scarsa, si trova a Berna quando si imbatte nella foto di un chirurgo nazista nell’atto di operare un paziente senza narcosi nel campo di concentramento di Stutthoff, vicino a Danzica. Il dottor Hungertobel, amico del commissario, sembra riconoscerlo per cui il commissario decide di indagare sul chirurgo che secondo lui potrebbe essere sfuggito alle autorità, nonostante abbia pochi indizi dalla sua parte, in una testardaggine che contraddistingue il personaggio e che lo porta a mettersi molto in pericolo. Rispetto al primo libro che brillava per un’aura più rarefatta, iconica, esistenziale e spettrale, il cattivo di questo libro è più concreto e “a tutto tondo”, si dilunga spesso in discorsi complessi e meno legati direttamente alla poetica del caso, rimanendo in mente per la sua terribilità e tremenda cattiveria, allo stesso tempo sostenuta da propositi più positivi, ma in ogni caso rivelare di più sarebbe dannoso per la lettura.

4) Inferno di August Strindberg (1898) è un romanzo profondamente bizzarro e avanti per i tempi, perché ha una prosa sì molto riflessiva ma mai prolissa o pomposa, spesso molto realistica e questo mi ha dato l’impressione che sia un romanzo già nel novecento per determinati aspetti. Aggiungiamoci anche le tematiche della trama, che parla dell’autobiografia di Strindberg, che viveva a Parigi e aveva moglie e figli ma si isolava spesso, perché aveva manie di persecuzione, paranoie di essere perseguitato da un’entità superiore maligna e praticava con dedicazione delirante discipline pseudoscientifiche come l’alchimia e la magia nera, nonostante fosse un chimico che cercava di lavorare in un settore sperimentale. Il libro mette a nudo uno scrittore con nevrosi tipicamente riconosciute nel novecento piuttosto che in un ottocento che spesso è rimasto noto per aver ostentato falsi entusiasmi e false sicurezze, ma con una genuinità e un interesse legato anche dal fatto che Strindberg voleva cercare una quadratura, trovare un senso alla sua vita e farsi valere in un mondo ostile, facendoci mettere nei suoi panni durante la lettura.

5) Kitchen di Banana Yoshimoto (1988) è il romanzo di debutto di una scrittrice giapponese che ha una penna molto semplice e confortevole, ma anche personale e intelligente, caratterizzata da quella calma zen, eterea e naturalistica che viene vista come un archetipo tipico della narrativa giapponese e che lei valorizza con una storia che, per la sua drammaticità ha anche bisogno di una delicatezza e una positività che non renda tutto troppo pesante. Si parla infatti di lutto, di una ragazza che perde l’unica persona che le restava: la nonna e che viene sostanzialmente adottata da un compagno di scuola e la madre di lui che stringono un grande sodalizio con la ragazza, che assapora anche i bei momenti di questa nuova vita nelle cosiddette “piccole cose”, costruendo una famiglia nuova nonostante la mancanza di legami di sangue. Un libro commovente che sicuramente per molti non apparirà nulla di speciale da queste premesse ma che è una storia migliore nel “come” rispetto al “cosa” e che per tutti questi motivi vale la pena di leggere. (Recensione completa nel post apposito dell’album e del blog.)

6) Io Sono Leggenda di Richard Matheson (1954) è un libro statunitense di horror e fantascienza post-apocalittica che capovolge le dinamiche del vampiro rispetto all’umanità. Qui non è il vampiro in minoranza ma l’essere umano al contrario è diventata l’eccezione, il sopravvissuto ad un’epidemia che ha reso tutti dei succhiasangue. L’altra grande novità è che qui i vampiri non sono soggetti gotici e mistici ma vivono in un contesto urbano decadente e hanno origini scientifiche verificate (nella storia) con metodo sperimentale piuttosto che evocazioni del demonio e che si fanno quasi allegorie di un messaggio socio-politico che negli ultimi capitoli, quando lo scacchiere delle scoperte viene completato, viene compreso perfettamente. Ma il libro è anche una grande storia psicologica, che parla di come l’ultimo essere umano sopravvive ai vampiri, rifugiato in una casa barricata, determinato a vivere sempre nel presente perché spaventato di sperare in un cambiamento dello status quo e nel ritrovamento di nuovi sopravvissuti umani, ma anche spaventato di ripensare alle morti dei suoi cari e a tutti i bei ricordi ormai scomparsi. Una storia asfittica e a tratti struggente, di grande ritmo (tranne nelle prime pagine che servono più a mostrarci lo stile di vita monotono del protagonista), grande originalità e contenuti più grandi di quello che possono sembrare. (Recensione completa nel post apposito dell’album e del blog.)

7) Racconti del Terrore di Edgar Allan Poe (1845) è la raccolta di racconti più nota di questo grande scrittore che ha un po’ portato insieme ad altri il romanticismo negli Stati Uniti. Si tratta di una miniera d’oro di generi e sottogeneri dell’horror e del crime, con una grossa varietà di racconti uniti a posteriori per scopi editoriali che probabilmente non valorizza tutta la raccolta nel complessivo, avendo anche alcuni racconti un po’ più fiacchi rispetto agli altri che abbassano un pochino la media qualitativa; ma anche per questa scelta possiamo vedere in un’unica edizione tanti capolavori: è il caso del Cuore Rivelatore: un racconto nevrotico e al cardiopalma di omicidio narrato con un narratore inaffidabile, oppure il Seppellimento Prematuro che narra della sensazione di claustrofobia di essere sepolti vivi, o ancora la Maschera della Morte Rossa che parla di una sorta di piaga che invade dei nobilotti radunati in una festa privata per fuggire dalla morte.

8) L’ Incubo di Hill House di Shirley Jackson (1959) è una delle storie di fantasmi più celebri, nonostante sia anche uno degli horror più “sui generis” che io conosca. Non tanto perché abbia contaminazioni particolari, ma perché è un libro che rende le sensazioni di inquietudine, attesa, concretezza dei pericoli più astratti rispetto al solito. Anche il pretesto della trama è sicuramente un modo interessante di rendere più fresco il canovaccio solito delle case infestate: siamo negli Stati Uniti della scrittrice e Hill House è una casa visitata da un professore di antropologia che era interessato ad apprendere di più sui fenomeni paranormali e sulla personalità delle persone che ci vivono, decide di “reclutare” più persone, che per motivi diversi hanno deciso di accettare la partecipazione a questo “esperimento” di farsi una vacanza in una casa gotica e che si dice sia popolata da fantasmi, in particolare la protagonista sente un rapporto di amore e odio verso questa casa, è per lei respingente ma allo stesso tempo si sente in una strana simbiosi con la casa. L’horror si fa più sottile in questo libro, ugualmente presente ma spesso difficile da percepire, poiché basato più sull’inquietudine e l’attesa che su sensazioni più viscerali come disgusto o terrore. Come diceva Stephen King, Shirley Jackson non ha bisogno di gridare. (Recensione completa nel post apposito dell’album e del blog.

9) Lo Strano Caso del Dr. Jekyll e del Signor Hyde di Robert Louis Stevenson (1886) è un racconto lungo di horror gotico scozzese che ho letto in un’edizione degli Oscar Mondadori insieme ad altri racconti dello stesso scrittore. La trama del pezzo grosso ormai la sappiamo un po’ tutti: siamo a Londra, uno scienziato di nome Jekyll elabora un esperimento per separare la sua natura in due entità differenti che si contendono il controllo del suo corpo per realizzarsi entrambe al meglio: Jekyll, la parte buona e mr.Hyde, la parte cattiva e sono imparagonabili fisicamente l’uno con l’altro perché, quando un’entità prende il controllo del corpo unico, ne cambia anche l’aspetto fisico. La sua prosa è eccellente ed immersiva e il libro in generale è, come sappiamo, stato molto influente nella letteratura per aver ampliato ancora di più il tema del doppio e aver creato milioni di interpretazioni spesso a tema psicanalitico.

10) L’Isola di Cemento di J.G Ballard (1974) è un romanzo tra i più brevi dell’autore britannico. Non il migliore della sua bibliografia, ma sicuramente un libro tra i più fruibili e comunque pregni di significato dell’insieme. La trama riguarda un architetto londinese che per un incidente stradale si trova impossibilitato ad andare via da una gigantesca isola spartitraffico dove è piombato con la macchina. Si crea dunque una nuova routine, in attesa di poter andare via da questa grande isola di cemento. Il libro ci mostra dunque le sue strategie di sopravvivenza e i suoi tentativi di fuggire, ma anche i suoi pensieri che via via si fanno più psicotici (come sempre in Ballard) e incominciano a creargli un rapporto bizzarro con l’ambiente intorno a sé. Una sorta di perizia psichiatrica fatta a libro che però risulta intrattenente e interessante per come sviscera i bisogni e le idee del protagonista, senza che questo renda il libro autoindulgente.

Bonus Rilettura più Importante:

1) Il Grande Dio Pan di Arthur Machen (1894) è un racconto lungo di un autore gallese abbastanza trascurato fino a poco tempo fa che però ora sta vivendo per fortuna un nuovo apogeo editoriale, grazie alla Fanucci e ad autopubblicazioni reperibili su Amazon. Questo libro in particolare, che ho letto nel 2019 è il suo più famoso, un horror fantascientifico che parla di cosa succede quando vengono compiuti esperimenti sul cervello per portare la coscienza delle persone su un piano superiore, imparando a vedere oltre il velo dove viviamo. In questo modo, i soggetti su cui l’operazione viene sperimentata vedono (per l’appunto) il grande dio Pan, descritto con ellissi che saranno molto influenti specialmente nell’horror cosmico a-la Lovecraft (ad esempio, il dio greco viene descritto come “né uomo né bestia, né vita né morte”). La divinità rende folli le persone che la vedono perché questa figura rappresenta la natura nella sua totalità e gli istinti più pericolosi dei repressi inglesi dell’età vittoriana. Una lettura imprescindibile (come divere altre di cui ho parlato sopra) per chi vuole conoscere l’horror nei suoi vari aspetti più profondi.

Musica

1) Cabaret Voltaire – Mix-Up (1979) è un disco britannico di elettronica industrial, per quanto mi riguarda uno dei dischi preferiti di sempre. Ciò che lo differenzia da altri dischi del genere è, oltre alle influenze dalla psichedelia o dai principi del dadaismo, è che è un disco molto ritmato e ipnotico, con una più o meno vaga spiritualità disincantata e anticonvenzionale ma anche molto atmosferico, è perfetto per entrare con la testa in un mondo cyberpunk dalle tinte profondamente noir e a tratti inquietanti. Un breve e intrattenente capolavoro bifronte che è perfetto per chi vuole essere trasportato in un altro mondo pieno di sorprese, fantascientifico e straniante nel senso più nobile del termine, che ci mostra e fa sentire l’euforia sperimentale di quegli anni con i sintetizzatori finalmente a disposizione di tutti e allo stesso umori neri e paranoici, in una complessità solitamente assente nella musica che riflette sulla tecnologia in generale dove o si mira solo al positivismo, oppure alla pura negatività del progresso. (Recensione completa nel post apposito dell’album e del blog.)


2) Antonio Carlos Jobim – Stone Flower (1970) è un disco del genere di musica etnica brasiliana noto come “bossa nova”, con forti influenze dalla samba, dal lounge e dal jazz. Un disco profondamente confortevole, che fa sentire a casa l’ascoltatore nonostante e che si distingue molto dal suo contesto per le atmosfere crepuscolari, molto diverse dalla solita solarità un po’ “balneare” che si sente spesso nelle canzoni brasiliane, ma allo stesso tempo molto rappresentativo dei migliori lati di questa nobile tradizione musicale. Si sente in questo capolavoro il crepuscolo sulla spiaggia o dei più appetibili e fumosi locali notturni nei suoi momenti più contemplativi che euforici, ma anche l’estate e il tropicale in un disco fortemente immersivo, ovattato e raffinato, lento ma anche ballabile che si basa su arrangiamenti di un pianoforte simile ad un vibrafono, chitarra e trombone, quest’ultimo diversissimo da come si usa di solito, tra i più delicati che io abbia mai ascoltato. (Recensione completa nel post apposito dell’album e del blog.)

3) Tindersticks – Tindersticks (1993) è un disco indie pop britannico, ma quasi alieno sia in relazione all’indie che al pop in generale. Sebbene le canzoni abbiano (solitamente) una certa orecchiabilità tipica del genere, gli arrangiamenti sono coltissimi, tra influenze jazz, rock, di musica classica, attingendo ad una grande tradizione di pop “barocco” a-la Beatles/Beach Boys/Big Star degli anni 60-70 ma anche ad un certo approccio anti-fastoso e misurato tipico dell’alternative rock anni 80-90 che toglie qualsiasi eccesso di ostentazione da musica classica dei poveri, in un risultato che sembra uscito da un altro periodo di tempo se pensiamo che siamo in periodo grunge, ma il disco ne trae beneficio per la sua unicità che riunisce sincronicamente periodi di tempo diversi sotto un comune spleen da “salotto notturno” e spettrale, approccio in realtà molto novantiano nell’approccio eclettico e sincretico, che distingue molto le canzoni le une dalle altre, da canzoni più tendenti quasi ad un rumorismo spigoloso come Tyed ad altre più melodiche, espressive e struggenti come Jism. Insomma, un capolavoro di un’eleganza e talento melodico inaudito, tra i migliori del pop in assoluto.

4) The Incredible String Band – The Hangman’s Beautiful Daughter (1968) è un disco scozzese di musica folk psichedelica, che è quasi un concept che riassume le ideologie hippie più positive del tempo ma che celebra e riunisce tradizioni etniche radicalmente distanti tra di loro, tra musica celtica, scozzese, cristiana e indiana, con un vasto ensemble di strumenti come flauto di pan, mandolino, sitar, organo, dulcimer e molti altri, con una comune atmosfera naturalistica e boschiva, ma anche favolistica e delicatamente surreale, con un generale approccio naïf che potrebbe non piacere a tutti ma che è perfetto per questa musica pacifica e che sa di comunitario e collettivo, da happening per l’appunto. I testi e la musica danno l’idea che sia tutto sincretico, che le varie forme di spiritualità abbiano uno spirito unico e di inno alla vita e alla bellezza, in un disco fortemente delicato, non religioso in senso stretto per i temi e le sonorità miste e perché solidamente legato alla musica folkloristica piuttosto che alla musica classica ma che è stato comunque usato in manifestazioni religiose come succedeva solo a musica fatta apposta per motivi religiosi come i canti gregoriani.

5) Shuggie Otis – Inspiration Information (1974) è un disco di soul psichedelico di un artista (ovviamente) statunitense, tra i più alieni che si possano trovare nel genere. Non tanto perché sia psichedelico per l’appunto, cosa che in realtà lo mette in comune con diversi altri artisti, a partire da Prince o Sly & The Family Stone, ma per il ricorso innanzitutto ad un approccio meno focalizzato sull’espressività del cantato e più sul discorso strumentale, Shuggie Otis era infatti un grande polistrumentista, con un modo di suonare molto funky ma anche contemplativo, molto più atmosferico e lounge rispetto a quanto ci si aspetta di solito dalla musica rhythm & blues, con un suono molto ovattato, calmo ed estivo, che in alcuni casi (come in XL-30) arriva a momenti di grande tensione e straniamento. Un gioiellino molto breve di lunghezza che regala perle radicalmente diverse tra di loro, ma unite da un’esplorazione di lidi e immaginari inediti, eterei e sospesi, che fanno viaggiare con la mente e allo stesso tempo intrattengono molto.

6) SPK – Leichenschrei (1982) è un disco di elettronica industrial di una band australiana, che è strumentale e dalle tinte fortemente ambient e orrorifiche, suonato con campionamenti di oggetti metallici e un percussionismo a tratti martellante e minaccioso. Una musica riecheggiante e oltranzista che sarebbe perfetta come sottofondo per i boss di un videogioco grazie al suo senso di attesa, di inquietudine e minaccia che trasuda, che a tratti arriva ad evocare toni guerreschi, a cui si allude anche dai titoli dei testi. Un disco tra i più difficili della lista, ma che è indispensabile per gli ascoltatori a cui piace la musica rumoristica e fuori dagli schemi.

7) Miles Davis – In A Silent Way (1969) è una delle opere più note di un grande innovatore statunitense del jazz che per molti non dovrebbe avere bisogno di presentazione e, nonostante abbia toccato molti stili diversi di jazz, qui tocca la jazz fusion: ovvero l’unione tra il jazz come collante principale e il rock, in un disco contraddistinto da grandi virtuosismi di tromba arricchito da un piano liquido e notturno con un organo a tratti sinistro, in un dualismo immaginifico ma allo stesso tempo ritmato e intrattenente, in due suite da 18 e 19 minuti l’una di altissimo livello.


8) Maki Asakawa – Maki Asakawa (2015) è una compilation di canzoni composte e suonate prevalentemente negli anni settanta da questa misconosciuta cantautrice giapponese pressoché irreperibile sulle piattaforme di ascolto tradizionali. Ho scelto una compilation e non un disco, scelta che non faccio quasi mai perché questa compilation è molto ricca ed è un grande spaccato degli innumerevoli generi toccati da questa grande artista, dimostrandosi una compilation non fatta solo per vendere ma una compilation che ci mostra uno spaccato delle vere qualità dell’artista. La più grande particolarità di quest’artista ormai deceduta tredici anni fa è che fonde la tradizione di musica etnica giapponese nota come “enka” con il blues, il jazz e tanti altri tipi di musica generalmente occidentali. Ma sicuramente un’altra particolarità è come questa cantautrice è riuscita a riallacciarsi con il blues vero e proprio dei “tempi d’oro”, cosa che a quei tempi (e ancora oggi) non facevano quasi mai neanche gli americani essendo anche in una parabola discendente di creatività, facendoci però capire come mai ci fosse bisogno di una rispolverata. Grazie alle influenze più varie e al talento dolente e malinconico di Maki, questa grande cantautrice ha dato una delle ultime grandi innovazioni del genere, che purtroppo non sono state accolte dalle masse e rese un po’ un unicum anche a causa dei problemi di distribuzione che una nazione come il Giappone aveva ai tempi.

9) The Stooges – The Stooges (1969) anche questa band statunitense capitanata da Iggy Pop non ha bisogno di presentazioni, ma come al solito voglio cercare di farmi capire da tutti. Si tratta del disco di debutto di una band garage rock che ha anticipato il punk con il loro suono rude, grezzo e i comportamenti “svergognati” e irriverenti dimostrati sul palco dal loro frontman: un vero mostro da palcoscenico. Oggi Iggy Pop è conosciuto più per la sua carriera solista e la band per alcune canzoni più orecchiabili come Down On The Street, ma la band è stata anche caratterizzata da un suono privo di compromessi che ha contribuito a rendere il rock sempre più duro ma anche disposto ad una sperimentazione disinvolta e priva di sofisticherie, che si riallaccia alle origini del rock & roll anni cinquanta nell’approccio controculturale e naïf ma anche nelle sonorità a tratti scampanellanti come in I Wanna Be Your Dog. Un unicum memorabile da ricordare negli annali è la canzone di gran lunga più lunga e magnifica del disco con i suoi dieci minuti: We Will Fall, un ipnotico canto funereo, austero e spirituale, una sorta di inquietante memento mori in musica.

10) Astor Piazzola and The New Tango Quintet – Tango: Zero Hour / Nuevo Tango: Hora Zero (1986) si tratta di una perla di un musicista argentino che ha profondamente innovato la musica da tango, elevandola dall’essere musica da ascoltare solo per ballare e conferendogli strutture più dissonanti e lente, con strumenti nuovi e influenze tra le più disparate come il jazz e la musica classica e strutture più bizzarre, di un’eleganza enorme. E, permettetemi un po’ di campanilismo, è anche bello che sia stato un compositore con genitori italiani a cambiare per sempre il tango (non a caso questo nuovo stile di tango è stato chiamato tango nuevo proprio per i grandi cambiamenti apportati da questo artista). Questo disco nello specifico non è il primo in assoluto a sperimentare queste novità ma è sicuramente il più famoso e ben valutato, suonato prevalentemente con fisarmonica, piano e violino, con un romanticismo espressivo e trascinante che non ha bisogno di parti vocali per risultare sensuale e impattante emotivamente.

Bonus Riascolto più Importante:

1) Einstürzende Neubauten – Zeichnungen Des Patienten O.T (1983) è un disco tedesco di musica elettronica industrial che più di ogni altro che io conosca ci mostra come qualsiasi cosa con un certo talento sia capace di essere assunta a strumento musicale, senza bisogno di ricorrere ai convenzionali chitarra, piano, basso ecc. Invece di utilizzare i sintetizzatori come di solito succede nella musica elettronica, fa infatti uso di riavvolgimenti del nastro e campionamenti soprattutto di strumenti metallici come seghe, lamiere e martelli pneumatici che, insieme al basso danno un suono “materico” inteso come una rappresentazione diversa dell’immaginario industriale: non nei suoni robotici o meccanici ma nel suono puro del metallo “suonato” che genera un suono straniante ma allo stesso tempo trascinante e attivo come un gruppo di operai coordinati in una catena di montaggio ma, più che trattarsi di un’industria vera e propria, sembra più uno scheletro apocalittico di una società contemporanea caduta, di cui al posto delle macchine rimangono solo i materiali di lavoro che hanno perso il loro utilizzo originale, in un’atmosfera ritornata ad un primitivismo orrorifico come in un paganesimo primordiale. Un capolavoro che ho iniziato ad amare veramente quest’anno, tra i più importanti della storia della musica. (Recensione completa nel post apposito dell’album e del blog.)

 



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