(Cinema) Recensione: Edward Mani di Forbice di Tim Burton (1990)

L’artista freak e la borghesia americana 

Cosa succede quando un freak dalle mani di Forbice, isolato dal mondo passa dall'isolamento in un castello gotico ai sobborghi ridenti e variopinti di un’America civettuola e ipocrita?

È questa all'incirca la sinossi di Edward Mani di Forbice, uscito nel 1990 che ormai da più di trent'anni è rimasto nell’immaginario collettivo come un qualcosa di iconico, uno zenit popolare e brillante di più filoni culturali.

In questo film statunitense si va dal genere gotico (soprattutto di Frankenstein: il modello più lampante), che qui viene svuotato di ogni aspetto horror per diventare solo estetica e approccio, ma anche un modo di essere che si riflette nel protagonista, diverso dagli altri non solo come individuo dall’anatomia bizzarra, ma anche a livello di look, con quell’outfit quasi da sadomaso, quel trucco sulle palpebre e quei capelli sparati da goth anni 80, che insieme alla recitazione (giocata su poche parole e tante microespressioni) e al carattere valorizzano molto bene le doti di Johnny Depp come caratterista di personaggi un po’ strambi e outsider.

C’è anche un capovolgimento del cliché oscurità=cattiveria e luce=bontà, di cui non è di certo l’unico rappresentante ma che come sempre nelle arti narrative acquisisce grandezza nella resa, perché il come è più importante del cosa. In questo film sono proprio le persone più normali e sprizzanti ottimismo che vivono nei posti più normali e colorati ad essere le peggiori, ma qui non c’è solo l’immedesimazione, il fascino per i “mostri” visti con una lente capovolta. C’è anche il concetto di un uomo che vive in un mondo isolato, poiché nascosto alla luce e fuori da ogni presente (c’è il retrò del castello, ma anche il futuro della tecnologia) o ambiente comune, di conseguenza fuori dalle sue logiche, concetto che spiega a livello di linguaggio simbolico le influenze gotiche, di cui parlerò tra poco.

Si va anche al genere fiabesco, che flirta insolitamente con la fantascienza. C’è la premessa di sviluppo tecnologico: Edward è un androide lasciato incompleto da un inventore morto prima di dargli mani normali e ha vissuto in una fabbrica all’interno del castello, eppure sembra che ciò non abbia alcuna importanza nell’economia della storia se non come catalizzatore degli eventi, visto che il protagonista viene giudicato per le sue capacità, il suo carattere e il suo aspetto piuttosto che per la sua natura meccanica.

Ciò che preme a Burton non è parlare di interrogativi tecnologici come in altri film di intelligenze artificiali oppure se esista l’anima in Edward (è sottinteso fin dai primi minuti che ne ha una), ma creare un pretesto per questa fiaba agrodolce in un mondo che dovrebbe ricordare gli anni 50 ma che risulta ucronico, con aspetti da più parti della linea del tempo, quasi come è fuori da ogni tempo il protagonista, ma in modo diverso.

L'atmosfera vagamente misticheggiante del castello e delle sculture, la struttura fiabesca, le ucronie, la vaghezza delle componenti pseudoscientifiche sembrano dare l’idea che si tratti più di un fantasy, benché molto al limite e questo rende ancora di più la forza eccentrica del film, capace di farci riflettere anche sui confini di genere.

Proprio come il mostro di Frankenstein, la vita artificiale chiamata Edward è dipinta come un mostro non solo per una divergenza fisiologica, ma perché in lui c’è l’elemento torbido: è in grado di ferire con facilità e potrebbe essere pericoloso, se turbato è in grado di ferire con un piccolo movimento incauto, ma è anche in grado di sfruttare le sue forbici per fare arte e altri lavori molto utili. Insomma, vita e morte, creazione e distruzione, per un foglio bianco che crea o distrugge anche in base a cosa viene costretto o portato con la manipolazione a fare, ma in fondo l'alternanza di creazione e distruzione è insita alla sua arte: il bello prende forma dal taglio del superfluo e da questo punto di vista si potrebbe anche leggere come un'allegoria dell'arte in generale. È evidente dunque che ci sia una riflessione sottesa sull'argomento (sebbene la scultura sia un altro medium artistico) e un discorso autobiografico, quest'ultimo trattato anche in altri film (come la Sposa Cadavere). Ed in fondo fa riflettere anche il fatto che la scultura sia la passione che attira prima il pubblico dei sobborghi, ma che nessuno considera per un business a differenza di altri mestieri più "normali" che gli vengono proposti.

Il tema della persona buona e “speciale” vittima di un mondo crudele rischia spesso di diventare egocentrico e stucchevole, ma qui no perché non viene trattato in una maniera retorica, vengono mostrati un po' tutti i lati della medaglia e non vengono sminuiti i "normali" in quanto tali: c’è una famiglia che apprezza Edward per com’è realmente e che in fondo occupa buona parte del tempo, ci sono le persone superficiali che in un primo momento lo trattano bene e in seguito si lasciano trasportare dalla corrente, ci sono le persone che semplicemente lo odiano fin dall’inizio come la donna che lo considera una sorta di figlio di Satana.

L’ atteggiamento generale della borghesia del quartiere è subdolo e per questo originale nella resa. Lo vediamo ad esempio dal fatto che la superstiziosa fin dai primi minuti viene liquidata dagli stessi compaesani come una donna con convinzioni strambe, per cui nasce in noi la sensazione che vada tutto un po’ troppo bene nei primi minuti, ma che ben presto tutto peggiorerà perché si sente sempre qualcosa che non va.

Questo tema della vittima freak è trattato in maniera intelligente anche perché diventa un pretesto per criticare la mentalità consumista e borghese in generale, elevando la vicenda del protagonista ad un valore più universale. Le prime (talvolta uniche) cose che vengono in mente a buona parte dei personaggi che attorniano Edward è infatti l’utilità di lui nel mondo del lavoro, con lavoretti rigorosamente non pagati che gli fanno praticare per mettere alla prova il suo talento ma anche per fare in modo che chiunque lo venga a trovare ne tragga un vantaggio fino a sembrare ossessionanti, oppure il divertimento feticista di Joyce, che vede il diverso come una nuova macchina del sesso piuttosto che come qualcosa di umano da trattare come tutti gli altri: un discorso tosto e tetro, sicuramente non adatto ai bambini anche se il film evita volgarità e scene esplicite per indorare la pillola ai più giovani senza alterare la tematica.

Vediamo folle di persone a farsi tagliare i capelli, l'intervista ad Edward dove gli chiedono solo frivolezze o programmi nel lavoro, ma naturalmente quasi nessuno si preoccupa di insegnargli a vivere nel mondo a livello di cultura o moralità, ma grosso modo gli parlano solo di lavorare e fare soldi, un po’ come se un bambino vergine del mondo imparasse prima come fare la spesa e pagare le bollette piuttosto che le lettere e l’educazione civile. E in un certo senso è questo uno dei fattori che portano all’inevitabile scontro: Edward ha imparato poco del mondo e gli altri hanno imparato poco di lui.

In altre parole, Edward Mani di Forbice è una gemma d’autore che riesce ad armonizzare un’estetica unica, basata su capovolgimenti di stereotipi e combinazioni eccentriche senza paura di destreggiarsi tra i generi con disinvoltura, portando avanti un messaggio semplice, espresso in una maniera che lo valorizza e ne amplia la portata dal soggettivo all’universale.




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