(Cinema) Recensione: La Storia Fantastica di Rob Reiner (1987)
Il medioevo cavalleresco nell'epoca dei videogiochi
Siamo negli
anni 80 inoltrati: quel periodo di grande libertà artistica noto come “New
Hollywood” è ormai terminato e si era sviluppata un’industria più edonista,
tesa a guadagni facili come i blockbusters: film d’azione ad alto budget che si
pensava potessero far venire al cinema ancora più fasce di pubblico.
Ebbene, non è
un caso che questo periodo sia stato un po’ quello della consacrazione del Fantasy: un genere che in precedenza era
stato realizzato poche volte con attori in carne ed ossa, in quanto molto
costoso da produrre con attori in carne ed ossa. Fu in quegli anni che uscirono
film come Excalibur, Conan il Barbaro, la Storia Infinita,
Chi ha Incastrato Roger Rabbit, Grosso Guaio a Chinatown e Ladyhawke.
I progressi
tecnologici lo consentivano, almeno per i film più noti si è andato sul sicuro
assegnando budget grandi a storie d’azione dinamica e con un immaginario
fiabesco/mitologico. In altre parole, è stato un salto nel vuoto solo per metà
e diversi registi che solitamente facevano generi totalmente differenti hanno
trovato terreno fertile per imbarcarsi in questa avventura.
E’ il caso
del regista New Yorkese Rob Reiner, che da film
realistici come Stand By Me è passato a La Storia Fantastica, distribuito dalla
20th Century Fox nel 1987 ed è la trasposizione di La Principessa Sposa di
William Goldman.
Ambientato
in un medioevo povero di riferimenti storico-geografici precisi, il film ha una
quantità abnorme di cliché sulle fiabe dei cavalieri senza macchia con la
principessa indifesa,
che oggi sono naturalmente invecchiati male persino per gli standard delle
opere d’intrattenimento e che potrebbero dare al film una parvenza di banalità
e vuotezza, ma offre in realtà alcuni spunti interessanti sia di messa in scena
che di contenuti e non si prende sul serio con intenti fuori dalla propria
portata, a tratti sembra quasi un’autoparodia di genere.
Partiamo
dalla sinossi: un bambino appassionato di videogiochi è al letto ammalato e il
nonno gli racconta una storia tramandata in famiglia. In un primo momento il
bambino è scettico, vuole una storia di sport, ma il nonno lo convince
dicendogli che era una storia di mostri, spade, torture e avventure. Una storia
che prende piede nell’immaginario regno di
Florin (si vede però che il film
è stato girato in Inghilterra) dove Bottondoro:
una giovane facoltosa (interpretata da Robin Wright)
si innamora di un garzone: Westley
(interpretato da Cary Elwes) che non
ha però i soldi per sposarsi e convivere, per cui va in cerca di fortuna
oltremare, ma lei è insidiata a fare un matrimonio combinato con il principe Humperdinck (interpretato da Chris Sarandon) e da tre briganti che vogliono
rapirla.
La lettura del libro nel film non è una mera introduzione come succede in film così (stile “c’era una volta”), ma è un’attività mostrata più volte ne la Storia Fantastica, infatti diverse volte la lettura viene sospesa dai commenti del nipote che spesso arriva a conclusioni affrettate, liquidando la storia agli inizi come “una storia di baci”, o quando arriva turbato agli snodi apparentemente senza apparente via d’uscita, con il nonno che gli dice essenzialmente che la vita non può sempre finire bene.
Insomma,
l’inserto metaletterario è forte ma non è un divertissement fine a sé stesso, è
anche un modo per riflettere ironicamente sulla storia stessa, sul saltare
parti della lettura nel libro senza che l’intreccio del film che la contiene
perda, sulla capacità di una fiaba di rompere i pregiudizi, di avvincerti a
dettagli che in precedenza avresti giudicato imbarazzanti o controproducenti.
Se questo è
il lato più platealmente peculiare de la Storia Fantastica, le chicche non
finiscono qui perché la storia ha innanzitutto una struttura interessante:
durante la lotta di un cavaliere misterioso con i tre briganti, questo deve rispettare
il proprio onore combattendo tre prove rappresentati le peculiarità dei
briganti: una prova di lotta con la spada, una prova di lotta corpo a corpo e
una prova di lotta con l’intelletto (ispirandosi probabilmente al topos dei tre
moschettieri che ha prerogative simili).
Si crea
quindi un discorso sicuramente non da mettersi le mani sui capelli ma
interessante sulla scomposizione del talento di un vero combattente nelle sue
sfaccettature, dimostrando nel pratico delle vicende e dei combattimenti quanto
ognuna di esse sia necessaria per raggiungere determinati obiettivi.
L’attenzione
(per gli standard del genere) ai combattimenti è confermata sia dal fatto che
gli attori abbiano imparato bene la scherma per fare questo film (le scene con
le controfigure sono solo quelle in caduta), sia dal fatto che ci si concentra
quasi solo su quelli, senza che la magia si intrometta nei combattimenti, allo
stesso tempo sembra creare un brusco cambio di metodi nel finale (senza
comunque ricorrere a sciatte facilonerie), prevedibile nel risultato ma non
dell’esecuzione.
A livello estetico spiccano la bellissima scenografia fosca del promontorio nei primi minuti e la contorta palude del fuoco, che ricordano un po’ le ambientazioni di Mario Bava (che con i medioevi fantastici aveva molto a che fare) e che insieme ai campi lunghi sulle idilliache valli inglesi fanno un grande lavoro nel donare bellezza visiva al film, dimostrando quindi di vedere il fantasy più nell’ottica minimalista dell’intreccio che di codici visivi (normalmente è sicuramente il codice visivo ad aver creato la maggiore linea di demarcazione tra un “normale” film storico e un fantasy. La gente vuole vedere molti mostri, fiammate, castelli sospesi; cose così insomma.
Se da un lato la questione del codice visivo è uno dei maggiori punti deboli del film (con un budget ancora più grande probabilmente si sarebbe tentata una maggiore fantasia estetica che in un film così avrebbe giovato non poco), da un altro lato l’intreccio ne beneficia perché tutto procede in maniera fluida e naturale, senza troppi deus ex machina e simili (pericolo in cui le storie ad alto contenuto magico possono incorrere facilmente).
Parlando ancora di pregi e difetti, in questo film sono i tre briganti a spiccare più di tutti gli altri come personaggi. I dialoghi che li coinvolgono sono i più brillanti e alcune volte le loro personalità vanno oltre gli stereotipi, ad esempio il gigante Fezzik è sì una persona semplice come spesso vengono rappresentati i giganti buoni, ma è abbastanza nel parlare e ragionare, dilettandosi anche nel fare rime. Il raffinato e agile spadaccino Inigo Mondoya sembra paradossalmente più testa calda di lui.
Lo stratega Vizzini ricalca invece lo stereotipo del
siciliano con comportamenti mafiosi (nel doppiaggio italiano parla pure con
quell’accento), guadagnandone però in umorismo nell’ambientazione totalmente
fuori dai Gangster Movies in cui questo tipo di personaggi sono
solitamente collocati.
Tutti e tre
sono macchiette simpatiche e con qualche dettaglio stimolante e anche il
principe Humberdinck è carino nella scelta di essere rappresentato come un
“cattivo buono” dai modi garbati e che raramente perde il controllo,
calcolatore ma dal viso gradevole e che sembra un po’ tutto fuorché buono. Non
possiamo dire lo stesso dei due innamorati, che sembrano un po’ dei pesci fuor
d’acqua, aderenti ai cliché fino all’eccesso e che non fanno perdere molto al
film anche grazie alla coralità della storia, mai troppo concentrata su un
singolo personaggio qualsiasi.
In
conclusione, La Storia Fantastica è la classica
fiaba live action per famiglie con toni leggeri ma diretta con maestria. Non
aspettatevi un capolavoro, è lontano dall’esserlo per tutti i motivi spiegati,
ma sicuramente un film intrattenente e che è riuscito a trovare un'armonia con
le stringenti esigenze del periodo in modo intelligente, guardando
consapevolmente al proprio genere di riferimento e scherzando sui suoi stessi
vezzi.







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