(Cinema) Recensione: Strade Perdute di David Lynch (1997)
Il teatro del mondo in un noir onirico
SPOILER
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È impossibile per me parlare di questo film senza spoilerare, è una di quelle opere che fanno dei colpi di scena il fulcro dei contenuti e delle peculiarità strutturale.
Ciononostante,
è un film che non peggiora per niente riguardandolo di nuovo, perché quando non
provi il piacere di contemplare eventi che ti sono nuovi, trovi anche un
piacere a posteriori nell'andare a rivedere indizi preliminari che non hai
potuto notare in prima battuta. Puoi dirigere i tuoi occhi in alcuni punti
dell’inquadratura su cui non ti eri mai concentrato, puoi fare più caso ai
pezzi meno appariscenti e più atmosferici della splendida colonna sonora di Angelo Badalamenti
che dà quel tocco in più, puoi dare un’interpretazione diversa alle
scene.
Insomma, è
quel genere di opera che crea un’esperienza diversa in ogni visione, che forse
non potrà mai essere compreso e contemplato a 360 gradi perché è un film per
molti aspetti criptico, basato su una struttura simile ad un sogno, comunicata
da scene apparentemente sovrannaturali e distorte ma anche dall’utilizzo
contrastante di luce e ombra, alcuni rallenty languidi e ossessivi, luci
innaturali ma soprattutto la struttura spezzata e non lineare.
Ed
è un "film-mondo", che si apprezza e comprende lasciandosi cullare
dall' atmosfera ancor prima che interpretando i fatti avvenuti, con un David
Lynch in stato di grazia che scodella inquadrature indimenticabili grazie a
scene memorabili e ad una fotografia cupa e piena di chiaroscuri, a tratti
eterea e sospesa, anch'essa intrisa di sogno e mistero quanto la narrazione.
Ma quindi di
che parla Strade Perdute? (Per i
temerari degli spoiler). Parla di un sassofonista jazz: Fred (interpretato da Bill Pullmann) che è spiato da qualcuno in
casa con la propria moglie Renée e che nutre il timore che lei lo tradisca. La
coppia viene anche “tormentata” da uno spionaggio della loro casa che poi si
scopre essere uno dei tanti riflessi della follia del protagonista: un
uxoricida (il film si ispira al caso di O.J
Simpson) che arriva a negare i fatti e a vivere una sorta
di vita parallela nei panni di un alter ego più giovane, di cui vicende si
incrociano.
Stiamo parlando
di un film noir quindi: il tipo di giallo che ci mostra il
mistero e i crimini dal punto di vista dell’autore degli stessi. Una corposa
parte dell’importanza di questo film sta proprio in rapporto alle convenzioni
del genere, ai modi in cui ne riconferma alcuni topos e ne distorce o toglie
altri, mentre un’altra parte altrettanto corposa sta nei modi con cui va oltre
quegli stessi discorsi di genere, arrivando all’ esistenziale, quasi al
metafisico.
Questo discorso parte dall’ormai abusato concetto di femme fatale: interpretata in questo caso da Patricia Arquette, personaggio vago ed etereo ma suggestivo, di cui riceviamo molte meno informazioni rispetto al protagonista, poiché riflesso e incarnazione del desiderio animalesco del protagonista che ci fa dunque vedere le altre persone (tra cui lei stessa) attraverso i suoi occhi e le sue esigenze. Lui stesso ce lo fa capire in una delle prime scene, quando un poliziotto domanda a Fred di videocamere in casa: «Non mi piacciono le videocamere, preferisco ricordare le cose a modo mio». Una frase semplice ma emblematica, che il film stesso cerca di non enfatizzare visto che il contesto era una sorta di chiacchiera sbrigativa senza ripercussioni su scene successive, ma che in realtà è quasi un indizio che Lynch ci dà dagli inizi e che poi si rivela vero nella seconda parte, quando apprendiamo che praticamente tutto quello che è successo è una distorsione di una mente dissociata, traumatizzata dal senso di colpa.
Ma a cosa
serve concretamente il ruolo della femme fatale in un film giallo, che per definizione dovrebbe
indagare l’indole prevaricatrice delle persone, la natura dei crimini, i metodi
attraverso cui si viene a capo di fatti, perché nei film noir la donna dalla
seducente morbosità è una presenza così comune? Potremmo dire che la femme
fatale sia una catalizzatrice dei lati oscuri, dei desideri morbosi e fuori
dalla legge dell’uomo, per questo egli stessa tentatrice che lo porta alla
rovina spingendolo a compiere reati o lei stessa criminale che rovina l’uomo.
Naturalmente
questo topos sottintende spesso e volentieri una misoginia di fondo che
sicuramente era più accettata negli anni 40-50: il periodo d’oro del noir, ma
che in seguito è stata vista con occhi diversi.
Strade
Perdute si confronta con questo retaggio in una maniera geniale, mostrando però
una donna con più lati: uno dolce e garbato, quasi innocente della prima parte
(ma che naturalmente lascia nel protagonista la preoccupazione del tradimento,
dandoci la sensazione attraverso il punto di vista di Fred che lei abbia
qualcosa da nascondere), apertamente moglie di un mafioso e pornostar
apparentemente cinica e opportunista nella seconda parte, nella vita dell’alter
ego Pete (interpretato da Balthasar Getty).
La vita di
Pete sembra capovolta rispetto a quella di Fred, una sorta di reincarnazione.
E’ molto giovane, non è più un sassofonista jazz, anzi lo vediamo turbato da
quel genere di musica che sembra creare uno squarcio, un cortocircuito nella sua
testa che gli rievoca pensieri della sua vita come Fred. Non è sposato con
Renée, anzi sia lui che lei fanno parte di una relazione extra-coniugale sia
nei confronti dell’amante di lui: Sheila,
sia dell’amante di lei: un mafioso chiamato Dick
Laurent che nella vita di Fred si
diceva fosse morto.
Ed è
naturalmente emblematico che Renée nella seconda vita sia Alice: sempre Patricia Arquette ma con
un’altra capigliatura, quasi a farci capire che in entrambe le vite c’è lei di
mezzo, una sorta di ideale vivente da rincorrere, che lui vuole possedere a
tutti i costi, ai danni di chi cerca di averla; ma che in realtà si rivela un
fuoco di paglia, perché sembra più l'incarnazione del suo senso di colpa e
dell'impossibilità di risolvere le cose.
In
altre parole, in questo film la stessa etichetta di femme fatale per la
protagonista è decostruita, perché non una descrizione reale di lei, ma una
percezione del protagonista nei suoi confronti, frutto delle sue ossessioni e
delle sue paranoie (come quando Pete ha accusato Alice di godere del “lavoro”
sessuale con Dick Laurent anche se si trattava presumibilmente solo di
recitazione); alla fine della fiera
sembra Fred/Pete il vero tentatore pericoloso che porta alla rovina le
sue donne, da Sheila (con cui Pete aveva una relazione prima del tradimento) a
Renée/Alice che ha avuto una fine peggiore.
Guardando
il film si ha la sensazione che tutti (o quasi) i personaggi siano delle
incarnazioni di alcuni aspetti del carattere di lui. Dick Laurent: il suo rivale in amore
rappresenta paradossalmente il senso del possesso che è in Fred/Pete, poiché è
l’ostacolo al vero e proprio possesso di Renée/Alice (e non a caso gli dice: «Io
e te siamo più schifosi di quei figli di puttana»). Entrambi usano la
violenza per annientare i rivali, ed entrambi sembrano simbolicamente una cosa
sola, perché mossi da quello stesso homo homini lupus di possesso in
“amore”, senza che abbia altri aspetti del carattere che lo distinguano
nettamente dal protagonista. E durante questa scena è l’uomo misterioso
dall’aspetto pallido simile alla morte che spiava Fred/Pete e che ha generato
tutti gli squarci di realtà in lui a dare il colpo di grazia a Dick Laurent,
perché lui è la stessa follia e morbosità che è costante in Fred/Pete e che
penetra nella sua vita nei momenti di quiete e consuetudine per arrivare ai
gesti peggiori.
Insomma,
sono tutti maschere di un teatro del mondo (o cinema del mondo, se preferite)
nella testa del protagonista e il film avvalora questa teoria attraverso il
campo semantico di tende rosse illuminate nell’oscurità, il viso dell’uomo
misterioso che in un’allucinazione si sostituisce al viso di Renée, il ricorso
a proiettori, videocamere e registratori in momenti focali.
In questo capolavoro il noir diventa quindi metafisico, una serie di eventi e personaggi che si fanno riflesso di nevrosi e sogni intimi di ognuno, espressi però nella consueta struttura misteriosa e incalzante del giallo come scoperta di noi stessi attraverso il caso, anche quando non vorremmo scoprire certi nostri lati (così come il noir è noto per far scoprire il marcio dell’uomo attraverso i suoi crimini e i suoi comportamenti). Da questo punto di vista, lo stile di narrazione surrealista, in precedenza pressoché alieno al genere diventa quindi un espediente per astrattizzarne l’essenza, renderlo una metafora potente e di ampissima portata della natura umana.







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