(Musica) Recensione: Arcade Fire – Funeral (2004)

 Il vicinato e il pathos liberatorio 

Vi siete dannati per un progetto di lavoro, un esame universitario, la preparazione di una performance e avete voglia di esultare e festeggiare? O avete passato un brutto periodo sentimentale e volete cercare di risollevarvi? Sì, un album chiamato Funeral è l'ascolto che fa per voi. Ho preso un granchio?

Ascoltatelo se non lo avete ancora fatto e vedrete che è uno dei dischi più catartici che possiate mai trovare nella storia della musica popolare, quel genere di opere che elevano gli sforzi che compiamo nella vita quotidiana ad un’epica personale.

Intendiamoci, il titolo è chiaro, non dovete immaginarvi canzoni da grandeur cavalleresca come la colonna sonora del Signore degli Anelli. Ma neanche canzoni lente, abuliche o angosciate. Il tema cardine di questa gemma dell'indie rock è essenzialmente quello dell’andare avanti nonostante le tragedie della vita, attraverso l’ottica della condivisione del dolore e delle speranze (il famoso vicinato presente nei titoli di ben 4 canzoni del disco), con un occhio sempre memore e affettuoso nei confronti delle persone che non ci sono più e del pubblico che vive brutte situazioni, in un mix agrodolce che contraddistingue un po’ tutto Funeral.

Il concept del disco, uscito nel 2004 parte infatti da una serie incrociata di lutti che ben quattro membri della band hanno dovuto subire: la morte della nonna di Régine Chassagne nel 2003, nell’anno successivo il nonno dei fratelli William e Win Butler, la zia di Richard Reed Parry pochi mesi dopo. Insomma, un macello durissimo da digerire che ha funestato gli Arcade Fire ancora prima dell’esordio del collettivo, che ha saputo reagire a questi tristi eventi con una grazia e un’unicità straordinarie. Il tema del lutto è in realtà per gli Arcade Fire nient’altro che un pretesto per parlare di un vasto campo semantico di argomenti, tutti accomunati da temi di vita quotidiana, di lotta vitalista contro le avversità e l’indolenza, solo una piccola parte dei brani parla concretamente di lutti.

Il gruppo canadese ha dimostrato di potercela fare anche a livello commerciale, con risultati straordinari per una band promossa da etichette indipendenti come in questo caso Merge e Rough Trade Records, ma che comunque possono considerarsi buoni risultati in generale. Potrebbe infatti esservi capitato di ascoltare qualche singolo di Funeral in radio o in pubblicità e magari non ricordate il disco o il nome degli artisti, a dimostrazione che il rock a livello di audience resiste anche nel nuovo millennio.

Ma ora passiamo alle questioni pratiche, che sonorità ha questo disco? L’approccio è quello di un pop rock molto legato alla musica classica, tradizione che ormai esisteva da quasi quarant’anni (si può dire che più o meno ogni decennio a partire dagli anni 60 avesse almeno un capolavoro di questa tradizione) ma che non invecchia mai perché si aggiorna con i nuovi generi, in questo caso in una veste chiamata Chamber Pop. Altri antenati importanti sono David Bowie (con cui in seguito si esibiranno insieme, un onore che tutti i musicisti vorrebbero) e gli U2, di questi ultimi ci sono soprattutto simili temi impegnati dei testi, la grandeur degna di inni da stadio. A livello strettamente stilistico è però molto difficile trovare antenati, anche perché gli umori, il range di sentimenti che trasmette questo disco sono molto unici nella musica in generale, anche gli accostamenti che ho fatto prima sono molto vaghi, più nell'approccio della band che nella sostanza del suono, questo va sicuramente a loro favore.

Il suono di Funeral si basa su una sezione ritmica spesso bella carica e strumenti come violino, pianoforte, corno, viola e fisarmonica, tra l’altro a parte il personale secondario e di turnisti tutti i membri della band erano polistrumentisti che si destreggiavano agilmente tra strumenti di categorie differenti, nonostante ai tempi sei su sette membri fossero più o meno tra i 22 e i 29 anni, dimostrando l’autorevolezza musicale e il risparmio che deve aver permesso alle etichette di investire su una musica che altrimenti sarebbe stata insostenibile a livello di investimenti sul personale di turnisti e organico.

In Funeral la maggior parte dei momenti migliori è nelle “chiamate alle armi” in musica, che esemplificano la capacità degli Arcade Fire di strutturare il pathos in maniera perfetta e magniloquente nei sentimenti, senza esserlo a forza nella forma, che non si basa su orchestre enormi ma su un suono tutto sommato essenziale in relazione alla quantità di strumenti coinvolti, evitando troppi "muri di suono" a favore di singoli riff, in questo senso coerente ai valori della musica indie, che per definizione tende ad evitare i fasti e le esagerazioni di certa musica prodotta dalle major, nonostante l’ambizione e la complessità della loro musica.

Gli Arcade Fire intorno agli anni 10

Una di queste "chiamate alle armi" è Neighborhood #1 (Tunnels) che è un pezzo d’amore sulla capacità del partner di purificare l’io dai cattivi pensieri, di arrivare ad una sorta di riscatto interiore attraverso la metafora del trasformare il piombo in oro, c’è anche la visione del canto come inno, che si vede sia nelle parole che nello stile catartico, energico e orecchiabile.

Neighborhood #2 (Laika) è uno dei brani più singolari del disco, con un testo motivazionale e una sovrapproduzione vocale quasi a-la Strokes per Win Butler, con una chitarra bella rude ed un violino delicato, che si alterna con lo sfogo della sezione ritmica e un Butler esagitato, quasi teatrale. Qui spicca un’altra dicotomia della band: quella tra viscere naïf del rock più alternativo, influenzato da rimasugli punk e l’eleganza estrema degli arrangiamenti, che si rafforzano a vicenda proprio grazie all’ originalità della contaminazione.

Rebellion (Lies) è uno dei singoli più noti della band e a ragione: un pezzo che trasmette tutta la dimensione collettiva della band, con i suoi cori e il cantato solleva masse di Butler, evocando con il suo crescendo quel senso di esaltazione ed energia, con i violini che mantengono quel retrogusto di malinconia, della sensazione di aver pagato un costo faticoso per arrivare a quelle stesse emozioni, come un'esplosione continuata. Il testo ha infatti quella dimensione quasi oratoria, di accusa nei confronti di chi scoraggia le ribellioni mantenendone solo il sogno e accontentandosi delle bugie. Insomma, la vicenda privata della band è qui (come altrove) accantonata per virare verso discorsi differenti, che però mantengono quella dimensione familiare collettiva, il “vicinato” inteso come vicinanza di sentimenti che porta all’universale.

Ma oltre al tema dei lutti e del vicinato, in Funeral è seminato anche un discorso di retaggio culturale e identitario che si può vedere ad esempio in due brani molto diversi dagli altri, di carattere autobiografico. Il primo: Un Année Sans Lumiere è un pezzo molto più lento e malinconico del solito, quasi una ballata che incomincia ad essere più dinamica nell’ultima parte, con un testo che ibrida inglese e francese (rimandando al trasferimento di Win Butler dalla California al Québec, che gli varrà la cittadinanza nel 2019).

Il secondo: Haiti, cantato da Régine Chassagne è invece un omaggio all’ isola da cui proveniva a livello familiare prima di stabilirsi in Canada, con un suono molto estivo e bucolico, più minimalista e leggero rispetto ad altri brani del disco, perfetto per fare da cuscinetto tra diversi brani ricchi e magniloquenti, perché se avessero cercato di farli tutti ricchi di pathos, nessuno di essi lo sarebbe risultato. Da questo punto di vista, anche la disposizione numerica delle tracce denota una certa cura.

Tra le tante perdite presenti nella storia del disco, c’è naturalmente anche l’amore, tema cardine di Crown of Love che narra la fine di una relazione nel brano più languido e drammatico del disco, in un tripudio di archi struggenti.

In the Backseat è un brano cantato da Régine Chassagne e uno dei pochi, a dire la verità, che parla espressamente del funerale. In altre parole, una sorta di conclusione e presa di coscienza del lutto, con un testo semplice, immaginifico e agrodolce che utilizza la guida come metafora del prendere in mano la vita dopo i lutti che scuotono lo status quo. Un altro brano struggente e allo stesso tempo ovattato e bucolico nei primi secondi, come la campagna di cui parla, merito anche della voce vellutata, quasi infantile della cantante. Anche qui c’è una progressione del suono che va verso le note alte, con la voce che diventa sempre di più uno sfogo e con una sezione d’archi magistrale, che si fa sempre più imponente e intensa man mano che progredisce il suono. La conclusione è un po’ la sintesi del disco intero, un ennesimo capolavoro nel capolavoro.

Anche i tre brani meno interessanti del disco: risultano meritevoli, come in ogni capolavoro che si rispetti. Il primo: Neighborhood #3 (Power Out) è un brano spiccatamente chitarristico ed energico, che parla di una scossa ad una situazione di indolenza e mancanza di sogni trasformando una premessa al quanto vuota in un inno alle passioni.

Il secondo: Neighborhood #4 (Kettles) è un pezzo che fa riecheggiare alcuni ritmi da The End dei Doors, naturalmente svuotato di tutto il mood più teso e tetro dei Los Angelini, con umori lenti e un suono completamente acustico, che punta sull’ eleganza degli archi. A livello testuale è uno dei brani più emblematici del disco, che si focalizza sull’idea di poter fermare piccoli momenti quotidiani con l’illusione che siano eterni, un tema delle “piccole cose” che si ripete anche ne In The Backseat.

Il terzo: Wake Up è un altro dei brani più celebri, a livello di mood ricorda molto Rebellion (Lies) ma è più semplice e giocato su cori lenti da stadio, quel genere di cori che ti fa alzare e muovere le braccia verso l’alto, musicalmente spicca il pianoforte ritmico e quasi giocoso.

In conclusione, Funeral è un disco importantissimo e ricchissimo di sfaccettature, che armonizza contenuti, eccellenza tecnica e talento espressivo in una maniera contagiosa, inimitabile.

Commenti

Post più popolari