(Musica) Recensione: Caravan - In the Land of Grey and Pink
Il lato favolistico di Canterbury
È
possibile rendere il rock una forma d’arte riflessiva, di alta fattura tecnica
e allo stesso tempo senza avere grandi pretese? È questo il campo minato in cui
si aggiravano questi menestrelli travestiti da seriosi e sobri virtuosi della
musica, tesi a scodellare pièce con una complessità e un preziosismo degli
arrangiamenti paragonabili a quelli di colleghi come i Genesis o i Pink Floyd.
Ma prima di addentrarci in questa landa sgargiante, vi do un po’ di contesto. I
Caravan sono parte del Progressive Rock: un genere nato nella fine degli anni 60 in
Inghilterra, con band come i Moody Blues, i Procol Harum e i King
Crimson. Il suo ruolo è stato capitale nell’evoluzione del rock in
generale, perché ha rappresentato un momento in cui vuole crescere come arte,
confrontandosi con suite da 10 e più minuti, con il retaggio della musica colta
e nuovi strumenti, con importanti cornici narrative, rappresenta anche una
maturazione del rapporto dei musicisti europei (ma soprattutto inglesi,
italiani e francesi) con il mondo del rock. Si prendono nuove strade
abbandonando o almeno relegando ad un ruolo più marginale le radici blues, che
rappresentavano un’idea soprattutto statunitense di un rock energico oltre che
“duro”, selvaggio e vicino alla gente di strada.
I Caravan fanno parte della cosiddetta scena di Canterbury, che si caratterizzava grosso modo
nell’ispirazione al Jazz piuttosto che alla musica classica, per una certa
ironia dei testi e un legame più solido con la psichedelia, che
era un genere già leggermente meno giovane del progressive e che ha dato un
importante contributo per la sua nascita in tutto il mondo. Per molti aspetti, i
Caravan si possono considerare un po’ l’anello principale che collega
l'estraneità in entroterra della scena con quella nazionale, poiché oltre
all’essenzialità e all’umorismo, vi sono tastiere abbondanti e atmosfere un po’
fantasiose che ricordano i Genesis.
In The
Land of Grey and Pink: il loro disco più celebrato, uscito nel
1971, si regge su una dialettica affascinante e distintiva: la complessità
delle canzoni (anche quelle più brevi), basate spesso su ritmi serrati e
preziosismi come il mellotron, il trombone o l’organo Hammond, uniti ad un
atteggiamento di leggerezza (non intesa come disimpegno) e indolenza generale
degli umori. Non c’è la malinconia visionaria dei King Crimson, non c’è la
serena teatralità dei Genesis, non c’è l’epicità trionfante degli Yes,
non c’è la cerebralità dei Soft Machine, neanche i toni duri dei Rush o
Poppeggianti dei Moody Blues.
C’è
piuttosto una capacità di rendere rilassante e confortevole una musica di per
sé comunque non meno decisa e incostante di tante altre che ho nominato,
dilatandone sì le strutture come sempre nel prog, ma mettendo voci dolci e
malinconiche di Richard Sinclair e Pye Hastings,
senza che vi sia il minimo autocompiacimento strumentale o vocale, ma neanche
una volontà di annacquare le prerogative del genere a favore di una
semplificazione eccessiva dei ritmi e di un ammorbidimento dei suoni.
Tutto questo gioco di equilibrismo tra estremi opposti porta ad un’atmosfera
fiabesca e indolente, a tratti idilliaca, grazie anche ad un legame più forte
del solito con il folk e arrangiamenti meno debitori della musica classica, a
favore di un rock più “puro” ma sempre attraverso quelle strutture dilatate e
piene di sorprese.

I Caravan nei primi anni
Per quanto riguarda i singoli brani, ci introduce Golf Girl, che
ci illustra subito molte prerogative del disco, con un testo umoristico e si
basa su giochi di parole un po’ assurdi sul golf come “golf girl”, “golf
course”, “golf balls”, che nella pronuncia britannica sembrano spesso quasi
uguali. A contraddistinguerla è l’utilizzo di un trombone molto placido e
sornione, tutto il contrario dell’utilizzo che immaginiamo di solito per lo
strumento, ma anche un interessante flauto quasi Crimsoniano suonato da Jimmy Hastings come
tutti i fiati nel pezzo e un pianoforte di Dave Sinclair molto
interessante perché utilizzato in una riuscita chiave molto ritmica, non nei
soliti momenti più “piani”.
Winter
Wine è un
pezzo che parla di sogni in coppia alle prese con draghi, donne nude e l’uomo
di sabbia, che parte molto folkeggiante e placido, per poi acquisire un focus
ritmico su chitarra e tastiere, ma che comunque non travolge la sottile
leggerezza che come al solito non è plateale come nel concittadino Kevin
Ayers, ma è tenuta come un mood sottile, che si evince dalla dolcezza un
po’ acida e onirica del mellotron di Sinclair.
Love to
Love You (And Tonight Pigs Will Fly) è il pezzo più breve del disco, molto allegro
e vellutato, quasi festaiolo, dal vago retrogusto anni 60, soprattutto nello
stile del cantato e dal ritmo contagioso, ancora una volta basato su tastiere e
chitarra, il testo è ad argomento amoroso in chiave fantasy come nel
precedente.
In the
Land of Grey & Pink è probabilmente il pezzo più bello del
disco: il testo è un misto di assurdismo un po’ criptico, avventura in comunità
come tipico del disco, musicalmente si basa su un pianoforte quasi paradisiaco
che sfocia nel malinconico, con un modo di suonare l’ottavino di Jimmy Hastings
particolarmente acuto e da fanfara, simile a una pipetta.
Nine
Feet Underground – Medley è una suite di 22 minuti (praticamente copre
un pochino più della metà del disco) dai suoni più spigolosi e acuti del
solito, basata su un mellotron a tratti psichedelico, con alcune parti che
ricordano molto l’hard-blues dei Cream più duri, ma c’è sempre quel un
mood un po’ sornione che caratterizza buona parte dei brani. Insomma, una suite
piena di umori diversi, come c’era da aspettarsi dalla lunghezza di 22 minuti,
non sempre perfettamente coesi con il disco nel suo complesso a livello di
atmosfera poiché si nota una voglia di sperimentare suoni distinti dalle altre
canzoni che però non risultano sempre ben fatti e originali di per sé, ma di
certo non si crea nemmeno l’effetto opposto di uno straniamento non voluto.
Comunque sia, in una canzone di queste proporzioni è quasi inevitabile che ci
siano dei frangenti un po’ più deboli del solito.
In conclusione, In the Land of Grey and Pink è un disco tra i più essenziali
del progressive (in tutti i sensi) e questo era probabilmente anche un suo
punto di forza a livello di potenziale commerciale, contando che il 1971 era un
periodo in cui gruppi come gli Yes, anche più ostici di loro arrivavano in
classifica un po’ ovunque in occidente. Però non ha funzionato a livello di
vendite nonostante la critica abbia molto apprezzato il disco sia ai tempi che
oggi e i Caravan sono rimasti delusi dai risultati, imputando la cosa ai pochi
investimenti dell’etichetta discografica: la Deram, che si occupò di
gruppi come i Moody Blues e i Camel. Mi auguro che il gruppo riesca a
mantenere e ampliare l’ottima reputazione che ha da parte di chi li conosce e
non solo, specie con questo disco che è una piccola gemma del rock tutto.



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