(Musica) Recensione: Donovan – Sunshine Superman
Il menestrello della Swinging London
Siamo nel 1966, un anno per alcuni aspetti di snodo, da più punti di vista. In Gran Bretagna c’era la cosiddetta Swinging London: una sorta di euforia collettiva che sorgeva dalla ricostruzione della capitale a seguito della seconda guerra mondiale e delle novità culturali come la moda dei beat e dei mod, l’arrivo dei figli dei fiori ad Albione, la nascita della cultura psichedelica a livello musicale, che voleva tradurre le sensazioni delle droghe lisergiche in sonorità sghembe ed evocative.
Ed era l’anno
in cui sono usciti i primi dischi interi di tutto il mondo, appartenenti a
questo nuovo genere controculturale, che però a differenza degli Stati Uniti
non venne relegato in un primo momento ad un’alterità di nicchia, ma si cercò
fin da subito di mediare queste sonorità nel mainstream, come già di recente
era stato fatto con il garage rock e il blues che sono stati
portati in una forma innocua dagli Animals o dai Beatles, con un
approccio che resterà tipico della Gran Bretagna nei confronti delle tradizioni
straniere.
Lo scozzese Donovan è stato un esempio eclatante e allo
stesso tempo unico di questo discorso internazionale, poiché iniziò la sua
carriera come cantautore di canzoni focalizzate su chitarra acustica e
armonica, molto a-la Bob Dylan, di pochi anni più vecchio e addentrato
nel mondo della musica. E se voi foste stati nei panni dei giornalisti musicali
o dell’etichetta discografica all’epoca, vi sareste risparmiati una simile
opportunità di pubblicizzarlo attraverso questo paragone? Probabilmente no.
E nei primi
due dischi: What’s Bin Did e Fairytale l’affinità si nota, ma da
qui parte da un altro discorso: ai tempi fare cantautorato folk “serio” in
Regno Unito non era affatto scontato. Negli Stati Uniti era un genere di
protesta che andava sicuramente meglio, in Canada il grande periodo d’oro con Leonard
Cohen, Neil Young o Joni Mitchell doveva ancora esplodere
realmente. E’ un po’ controintuitivo oggi perché quando pensiamo alla Scozia si
apre l’immagine di uomini barbuti con il kilt e la cornamusa, ma se parliamo di
un folk più ambizioso e di portata internazionale, l’operazione di Donovan
risultava pionieristica.
L’apporto di
Donovan incomincia ad essere sostanziale dal terzo disco: Sunshine Superman, uscito un anno dopo i primi
due capitoli e prodotto da Mickie Most,
che si era già occupato degli Animals. Ed è qui che è stato doppiamente
intelligente l’artista: l’intenzione evidente dalle sonorità è quella di
giocare su un campionato diverso rispetto a quello di Dylan, leggendo il folk
in un’ottica di arrangiamenti più abbondanti e meno relegati all’esecuzione del
cantautore da solo, con turnisti che imbracciano strumenti come chitarra
elettrica, clavicembalo, bongos, sitar, violino e organo, in una
musica cosmopolita e meno focalizzata sui testi (sebbene le chicche non
manchino neanche lì).
Tra i tanti
turnisti che suonano questa vasta gamma di strumenti, spicca la presenza del
grande Jimmy Page degli Yardbirds
e dei Led Zeppelin che si occupa della chitarra elettrica.
Dall’altro
lato, Sunshine Superman (che è stata registrato
qualche mese prima di Revolver, da molti considerato il primo disco
psichedelico della Gran Bretagna) porta
la psichedelia in Gran Bretagna e nella musica pop e folk, creando
un miscuglio potente e di successo, che fa un po’ da documento di molte delle
principali innovazioni musicali della Swinging London e più in generale della
temperie culturale.
Anche la
copertina del disco, ad opera di Dick Smith merita una menzione, per quanto riesce ad essere
iconica del periodo. Vi è un disegno che sembra preso pari pari da qualche
cartolina art nouveau, ma ricolorata con gli arancioni, i blu, i fuxia della
psichedelia. Sembra strano che uno stile della belle epoque sia iconico
degli anni 60? Eppure è diventata una consuetudine questa ricontestualizzazione
per trasmettere l'idea di naturale e floreale, ma allo stesso tempo lievemente
distorto e stilizzato dalle visioni lisergiche.
A proposito
dell'LSD, John Cameron (arrangiatore e suonatore di clavicembalo nel
disco) riferì (parafrasando) che il suono psichedelico di Sunshine Superman è
stato un incidente, lui non aveva mai provato gli acidi e non aveva idea di
come si sarebbe tradotta l’esperienza in musica, l’idea era solo di fare
qualcosa di mistico. Questo tipo di testimonianze dimostra quanto la
psichedelia sia in primo luogo un linguaggio musicale aldilà dello specifico
riferimento alla controcultura delle droghe, un’entrata della musica popolare
nel mondo del surreale e del contemplativo, aldilà delle consuete logiche
ritmiche e modulari. Ma naturalmente, Sunshine Superman non è un mero
occhiolino da lontano alla cultura dell’LSD (in un modo che noi giovani
definiremmo “da poser”) perché Donovan stesso ne aveva fatto uso,
citando l’esperienza del trip nei testi e preservandone la forma mentis per la
composizione; tutto questo rende l'idea della lungimiranza di Cameron, di cui
influenza nel disco potremmo dire sia importante quanto quella del cantautore
stesso.
Le
sonorità di Sunshine Superman sono in qualche modo dicotomiche: vi sono pezzi
pop rock tipicamente Albionici, quasi Beat e canzoni più contemplative, basate
sul sitar indiano (che ai tempi rappresentava la spiritualità orientale tanto
stimata dagli hippies) o su sonorità più medievaleggianti e fiabesche che
restituiscono insieme un immaginario ibrido, non sempre coeso ma che insieme ai grandi arrangiamenti
di Cameron e alla copertina riescono a restituirci in forma l’immagine di un
sognatore nostalgico di un’armonia naturale che non ha mai vissuto
personalmente, se non durante le sue letture o nei trip, dove il misticismo è
più sognante che vero e proprio, quasi infantile nel senso buono del termine.
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| Donovan qualche anno dopo il disco |
Alcuni pezzi
più pop rock sono ad esempio la title track Sunshine
Superman, che è anche la più famosa e semplice del lotto: un pezzo
molto funky ed esotico, giocato soprattutto su chitarra e percussioni, con un
testo che parla di estate e l’amore con una donna. Insomma, il pezzo
radiofonico per eccellenza insieme a The Trip,
concitato pezzo acustico quasi country che è forse il più simile ai pezzi del
disco precedente.
Un altro
pezzo abbastanza classico è Bert’s Blues:
un brano lento, caratterizzato da una chitarra acustica cupa, con un testo
basato su figure altrettanto cupe come Lucifero e Ade e che è un
omaggio al suo amico Bert Jansch, con cui ha avuto una sorta di rivalità
amorosa.
Season
of the Witch è un
pezzo particolarmente avanti con i tempi, con un testo legato alla
psicopatologia e un suono basato su una chitarra acida e una tastiera tenuta
purtroppo molto lontana nel mix, ma comunque squisitamente eterea, quasi
Floydiana a tratti.
Three
King Fishers, Ferris Wheel, The
Fat Angel e Guinevere fanno parte di un quartetto di
canzoni dove il sitar spicca tra le varie influenze, contesti basati su
immagini fantasiose. L’ultima tra queste spicca potentemente sulle altre, con
le sue atmosfere arcane scandite da un timbro di cantato più vellutato e meno
acido del solito, con un testo relativo alle corti di re Artù e Carlo
Magno.
Tra i pezzi
più unici vi è ad esempio Legend of a Girl Child
Linda: un brano intriso di immaginario fantasy e fiabesco dal ritmo lento, con tintinnii fatati e un violino
vellutato, sembra una canzone degna di un cantastorie medievale.
Probabilmente
il più bello di tutti è Celeste, con
la sua atmosfera celestiale, quasi New Age, dove spicca una tastiera
particolarmente avanti con i tempi, che ricorda molto alcuni suoni utilizzati
per il mellotron nei dischi progressive britannici, che crea insieme
agli altri strumenti un crescendo di pathos che riesce in contemporanea ad
essere cullante, un toccasana per le orecchie.
In
conclusione, Sunshine Superman è una gemma caratterizzata da piccole invenzioni
che hanno fatto scuola, amalgamando più tradizioni musicali diverse attraverso
il filtro di un grande talento per la melodia di Donovan stesso ma anche del
resto dei musicisti, incarnando svariate sfaccettature del periodo: c’è il pop rock Beatlesiano che imperversava in quegli
anni, c’è il cosmopolitismo hippie, ci sono le radici folkloristiche del Regno
Unito; in un risultato che ha fatto purtroppo fatica a conservare
un’universalità che prescinda dai fermenti del proprio tempo, ma che di sicuro
ha sempre qualcosa da insegnare in ogni periodo della storia della musica
popolare dal vecchio secolo ad oggi.




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