(Cinema) Recensione: Fantasia, Classico Disney (1940)
L’animazione americana che si fa arte totale
È possibile
piacere ai grandi e ai bambini con un film senza trama e dialoghi, già a 14
anni dal primo film sonoro? Oggi più che allora è difficile immaginarlo per le
masse e durante le prime discussioni su Fantasia probabilmente ne era ben
consapevole la Disney stessa, che
doveva fare un salto nel vuoto con un film sperimentale, che non permetteva
previsioni empiriche.
E, salvo
qualche anno di fatica iniziale (dovuto anche alla mancata distribuzione in
Europa durante la seconda guerra mondiale), Fantasia
ebbe un successo inaspettato, che però non portò tentativi di reiterazione
(rimanendo circoscritto e unico per 60 anni), fin dalle intenzioni iniziali di
non legarlo alle altre produzioni con Topolino, ma di commercializzarlo come un
film “speciale”.
Si tratta infatti di una sorta di film-concerto fantasy di musica classica eseguita dall’orchestra
di Philadelphia con brani di compositori celebri, ai quali venivano uniti dei
filmati che fungevano da realizzazione visiva e talvolta narrativa di quei
brani, in una struttura antologica dove venivano messi in sequenza non solo
brani di autori diversi ma anche stili visivi e contenutistici diversi, uniti
quasi solo dall’approccio.
L’idea
del film era in un certo senso didattica (come accade un po’ per ogni film
Disney): volevano invogliare i giovani nell’ascolto della musica colta
attraverso il commento del critico Deems Taylor che fa da presentatore di ogni
frangente, i balletti e le prerogative di un film d’animazione. Da questo punto di vista, è anche uno
dei primi lungometraggi della storia in cui il live-action e l’animazione
vengono uniti, rompendo ulteriormente i confini come in tanti altri aspetti del
film.
La scelta dei
brani e dei filmati è stata fatta sia con logiche narrative (come nella
conclusione che serve a dare un certo messaggio) che logiche più pragmatiche
(come per il minutaggio dei brani da prendere rispetto a quello ricercato per
il film) e ovviamente per considerazioni estetiche sui brani stessi; questo
compromesso funziona perché tutti i brani scelti, anche i più scontati o
inconsueti sono naturalmente di grande bellezza, eseguiti a dovere
dall’orchestra diretta dal direttore Leopold
Stokowski e soprattutto sono
trasposti molto bene a livello visivo. In altre parole, Fantasia capovolge il rapporto sonoro-visione: non è la
musica che è in funzione del film, ma è lo stesso intreccio del film che
riflette la musica. Ancora oggi ci viene difficile immaginare una
trasposizione dalla musica al cinema: ci viene invece più facile pensare a
libri, fumetti, videogiochi trasposti; la cosa che più si avvicina a questo
discorso è la colonna sonora che viene solitamente concepita per riflettere
l’immaginario, ma che in Fantasia è un processo capovolto.
In un secolo
dove la musica classica sta sempre di più scomparendo dai pensieri delle
persone, un film del genere si può dire sia invecchiato come il vino, rendendo
potenzialmente utili gli intenti divulgativi anche a masse enormi di adulti che
non sono mai stati invogliati all’ascolto o alla conoscenza di alcuni aspetti
che vanno oltre i suoni stessi. Una volta finita
la visione di Fantasia, quasi sicuramente molte immagini vi ritorneranno in
mente se riascolterete quegli stessi brani e questo non farà che giovare alla
memorabilità del film e all’esperienza stessa della musica.
I frangenti
di questo film sono 8, ognuno con una sua importanza nell’economia del film,
soprattutto della sua funzione didattica:
Il primo è Toccata e fuga in Re minore di Johann
Sebastian Bach: un pezzo per rappresentare una categoria di brani
dall’immaginario astratto, privo di valenza narrativa o figurazioni concrete,
una vera gioia per gli occhi.
Il secondo: lo Schiaccianoci di
Pëtr Il'ič Čajkovskij è un pezzo immaginato come una serie di
coreografie di figure fiabesche che ballano, come pesci fantasiosi e fate, che
si scambiano imitando il procedere delle stagioni attraverso cambi visivi e
stilistici, in quello che è il frangente più dinamico ed imprevedibile del
film.
Il terzo: l’Apprendista Stregone di Paul Dukas è
il primo brano di cui sono stati esplorati gli aspetti narrativi e il primo che
era stato pensato da Walt Disney:
l’intenzione era infatti in un primo momento di fare un cortometraggio dedicato
a questa composizione per spingere la popolarità di Topolino; successivamente
si è scelto di espandere la storia e utilizzare il personaggio più come una
mascotte da comparsa adatta per spingere il marketing, visto che il resto del
film non lo mostra ma è presente nella locandina, in questa storia è un
maldestro studente di magia che cerca di imparare alcuni incantesimi ma non sa
controllarli.
Il quarto: La Sagra della Primavera di Igor
Stravinskij è stato reso in un
vero e proprio mini-documentario all’interno del film, mostrando il procedere
degli esseri viventi dalle prime cellule ai dinosauri, anche in alcuni aspetti
della loro vita come i movimenti delle mandrie per la sopravvivenza e la caccia
del T.Rex, inizialmente volevano proseguire la narrazione fino ai primi passi
dell’uomo, ma per motivi di minutaggio si è scelto di fermarsi lì, è un vero peccato.
Il frangente sull’improvvisazione jazz è una sorta di mise en abyme del film
stesso, poiché è come se esplicasse l’approccio creativo che è stato adottato
per Fantasia e in più prende posto in un discorso collettivo sul legame tra
estetica visiva e musicale. Nel suo trattato "Lo Spirituale nell'Arte",
Vasilij Kandiskij aveva fatto corrispondere il suono degli strumenti ai
colori attraverso una logica simbolica, Fantasia
in questo frangente non solo trasferisce il parallelismo dai colori alle figure
astratte, ma in quanto strumento cinematografico proietta le immagini nella
dimensione temporale, facendo corrispondere il suono e il ritmo degli strumenti
al montaggio delle linee e delle figure. Questo accostamento con
l’artista russo è quasi sicuramente reale per l’immaginario sinestetico e
astratto di Fantasia, al massimo inconsapevole e indiretto, ma sappiamo che per
fare questo film sono stati coinvolti anche artisti che si occupano di pittura
non figurativa, un po’ come nei film dell’ espressionismo tedesco e
questo lascia capire sia quanto sia verosimile quest’ipotesi, sia quanto Walt
Disney si prendesse sul serio più del solito per la produzione di questa
pellicola.
Il sesto
brano è la sinfonia n. 6 Pastorale di Ludwig Van
Beethoven: una delle più celebri, che narra di un Olimpo dai colori fortemente antinaturalistici
e quasi psichedelici, dove si presentano personaggi come dei putti, dei centauri,
Zeus, Artemide,
Apollo e Dioniso
che evocano un po’ i cambiamenti atmosferici e il volgere del giorno, un altro
dei brani visivamente più straordinari e che molto probabilmente ha ispirato
graficamente Hercules, uscito 57 anni dopo.
Il settimo
pezzo è Danza delle Ore di Amilcare
Ponchielli: un balletto trasposto attraverso le danze di animali di
vario genere, che simboleggiano le diverse ore del giorno; dal mio punto di
vista la scelta meno efficace del film, che crea un po’ di ridondanza con le
tematiche del brano precedente e che è stato reso in maniera molto didascalica
rispetto al resto per l’utilizzo degli animali in una sorta di piccolo divertissement.
L’ultima
parte è l’unica a congiungere due brani diversi in un unico frangente per
creare una sorta di confronto religioso, per portare un messaggio di
spiritualità e speranza. E i brani scelti sono Una
Notte sul Monte Calvo di Modest Petrovič Musorgskij e Ave Maria di Franz Schubert:
rispettivamente trasposti in una notte di
Valpurga dove il demone Chernobog si scatena in un paesaggio
medievaleggiante e geometricamente distorto, quasi espressionista e insieme al
suo esercito rispedito nell’oltretomba; mentre il secondo è una sorta di
processione sacra di alcuni monaci verso un paradiso terrestre in un paesaggio
fosco e indistinto, quasi alla Mark Rothko che insieme all’intensità
della musica è forse il momento più intenso e suggestivo del film, da brividi.
In
conclusione, Fantasia è un unicum nella storia del cinema, con uno dei titoli
più eloquenti di sempre: un titolo che rimanda all’immersione in mondi
dell’immaginazione ma anche alle composizioni improvvisate della musica
classica, è un capolavoro transmediale che rompe un po' tutte le convenzioni e
che fa dell’insegnamento attraverso la bellezza uno dei suoi principi più
lungimiranti e non finisce di dire ciò che ha da dire neanche per le persone al
di fuori del target, come il sottoscritto.













Commenti
Posta un commento