(Cinema) Recensione: Super – Attento Crimine!!! di James Gunn (2010)

L’Alienazione nell’Epoca dei Cinecomics 

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Cosa succede se un nerd bigotto e in crisi amorosa diventa un violento vigilante negli Stati Uniti del decennio scorso? È questa la premessa di Super – Attento Crimine!!! : una piccola chicca del cinema d’azione uscita nel 2010, dal regista dei tre Guardiani della Galassia e l'ultimo Suicide Squad.

Rispetto alle opere successive, si tratta di un film indipendente a basso budget che è stato scritto da James Gunn stesso e che ha già alcune prerogative stilistiche come i dialoghi serrati, il mood sempre in bilico tra satira pungente e goliardia scanzonata, l’atmosfera un po’ assurda e surreale che permea il film, ma prima di soffermarci su questi aspetti, andiamo con ordine attraverso la trama: siamo in un presente verosimile e il protagonista è, come accennavo, un cuoco di nome Frank Darbo (interpretato da un bravissimo Rainn Wilson) che all’inizio del film è disperato per la fine della relazione con Sarah (interpretata da una Liv Tyler che purtroppo è abbastanza in sordina): un'alcolizzata che si è innamorata di un direttore di uno strip-club che l’ha trascinata nei meandri della droga e, dopo una sorta di visione mistica, Frank decide di vestire i panni dell'eroe Crimson Bolt (ironicamente il suo costume è grezzo e rudimentale, non perfettino come quelli dei grandi blockbuster) e combattere “il crimine” picchiando i nemici con una chiave inglese dopo averli colti in flagrante, nonostante non abbia poteri.

Fin dall’inizio, vediamo che c’è qualcosa che non va in Frank: è un personaggio che oscilla sempre tra un infantilismo malcelato, come possiamo vedere da una specie di ossessione per disegni che sembrano fatti da un ragazzino oppure dai modi di fare goffi, l’indole violenta o l’aspetto infantile del suo costume (già il fatto che chiami i nemici crimine invece che criminali è bizzarro e comico ma anche significativo).


Capiamo velocemente che Frank non vuole fare altro che sfogare e allo stesso tempo nascondere i sentimenti negativi provocati dalla fine della sua relazione e da una più generale esperienza di vita, naturalmente raccontandosi di voler seguire una causa più grande e collettiva: la giustizia.

La differenza rispetto alla classica figura dell’antieroe violento è che in fondo non sa neanche lui cosa vuole. Non è come un Punisher dal pugno duro e austero, che diventa sì un vigilante dopo una goccia che fa traboccare il vaso, ma che comunque non lascia prevalere il rancore privato sulla sua causa (almeno nella variante fumettistica).

Frank è semplicemente un ipocrita che ha convinzioni goffe e menzognere ed è proprio qui che sta il fascino del personaggio, gli manca la cupa coerenza in parte ammirevole del solito antieroe, ma allo stesso tempo evitando di finire in compiaciuti eccessi di immoralità che compierebbe un Punisher. Lo scopo di Gunn non è, come spesso accade, di far sfogare gli istinti violenti di uno spettatore che non è d’accordo con i principi dell’antieroe ma è comunque affascinato da lui e assetato di gustarsi una vendetta sui cattivi sullo schermo; e non è nemmeno mettere in discussione questi valori sbagliati dell’antieroe sullo schermo per imboccare allo spettatore che non dovrebbe condividere quei suddetti valori.

Gunn sceglie invece di sfruttare gli stessi dissidi interiori ai personaggi o le contraddizioni tra alcuni pensieri, parole o azioni, su certi discorsi rispetto ad altri pronunciati, in modo da comunicare lo stesso messaggio di critica attraverso la messa in scena piuttosto che con meri giochetti didattici.

Sarebbe però limitante porre solo l’accento sul tipo di antieroe che Frank rappresenta, perché questo acquisisce valore anche se visto come risultato di un certo tipo di mentalità diffusa, estendendo quindi il discorso dall’individuale al sociale.

E’ evidente infatti il moralismo spicciolo di cui è imbevuto un personaggio fissato con il tipo di religione che noi oggi definiremmo “da boomer”: quello capace di portare a filmati su un supereroe vestito in calzamaglia con croci che sconfigge un diavolo dopo che quest’ultimo aveva fatto impigrire gli adolescenti americani, per poi rivolgersi al pubblico e dirgli di non seguire satana. Di conseguenza, quando Frank decide di fare il vigilante, si trova a fare grandi polemiche anche su piccoli gesti o modi di fare come il sesso prima del matrimonio, ma soprattutto a mandare all’ospedale anche drogati o persone che hanno violato l’ordine della fila in un luogo pubblico, non solo criminali da carcere.

E’ la comprimaria di Frank a rivelare ancora di più la fallacia di questi intenti “nobili” di giustizia: Libby (interpretata da “la persona che fu Ellen Page”), appassionata di fumetti che desidera diventare una collega supereroina di Crimson Bolt semplicemente per divertirsi e che finisce quasi per uccidere un innocente in preda all’adrenalina senza avere sensi di colpa, che non arriva ad un’escalation solo per un minimo di buon senso da parte del collega che la redarguisce (ma comunque sembra perdonarla e farne tutt'altro che una tragedia).

Se il protagonista è un bambinone vittima e carnefice in una società che, anche per sua colpa non lo valorizza e lo riempie di principi sbagliati (non a caso molti civili simpatizzano per lui), lei è invece una libertina frivola e dissociata da ogni freno o empatia, che vede la vita come una versione banalizzata dei fumetti di supereroi che legge senza comprendere i valori che trasmettono, ma ha una mentalità più aperta (fino all’estremo opposto) che crea motivo di conflitto con un represso di cui è però una faccia della stessa medaglia.

Insomma, c’è questa continua estremizzazione di alcuni fenomeni sociali tipicamente statunitensi (non sempre volontari) e questo ricorso al fumetto come motivo di ammirazione da parte dei personaggi, ma anche di alienazione. Gunn ne imita e parodizza la grammatica, tramite la sigla animata, le allucinazioni del protagonista che trova la sua vocazione dopo aver rivisto l’eroe cristiano del filmato e i costumi di Frank (Crimson Bolt) e Libby (Boltie), ma anche l’utilizzo di pezzetti dei fumetti a mo di collage su alcune scene di violenza, che vengono svuotate della loro intensità per essere trattate con una leggerezza pulp, quasi a-la Sam Raimi ma con diversi mezzi.

E noi spettatori da un lato compatiamo i protagonisti, dall’altro capiamo velocemente che hanno qualche rotella fuori posto, ma è questa ambivalenza che plasma l’originalità del film. Nonostante questi pregi, bisogna però dire che, rispetto ad altri film su giustizieri o alienati americani come Joker o Taxi Driver, Super dimostra da un lato l’ambizione di adottare spunti stilistici insoliti per un film di questo tipo (come per la contaminazione con il fumetto), dall’altro un’incapacità di andare a fondo dei tanti spunti interessanti, finendo ogni tanto nel didascalismo. Infatti, il personaggio di Sarah sembra relegato a quello di una fanciulla da salvare nonostante il film si prodighi di renderla una grande catalizzatrice degli eventi e ci vengano mostrati molti ricordi che la riguardano; le scene fumettose purtroppo sono abbastanza poche e non riescono perciò ad essere una vera e propria traduzione in forma della sostanza, diminuendo l'organicità del risultato.

In conclusione, Super è un film che oscilla continuamente tra l’aderenza a certi confini innecessari del genere e un’eccentricità dissacrante e profonda che sicuramente lo rende un bel film adatto soprattutto agli appassionati (o ex-appassionati ma ancora simpatizzanti e seguitori) del cinema supereroistico, ma anche per gli esterni che vogliono vedere una commedia d’azione che lasci più di un sorriso o un film di supereroi che non sia solo azione ma che abbia anche dei contenuti e un certo stile.



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