(Musica) Recensione: The Doors – The Doors (1967)

Musica dionisiaca per sciamani da nightclub

La mitologia del rock, la catarsi suggestiva della vita notturna, in questo debutto c’è tutta l’atmosfera energica e mondana, giovanile e baldanzosa che il Blues e il Rock hanno sempre cercato di esprimere prima e dopo il capitolo dei Doors, in un continuo flirt tra vita e morte che, per un destino beffardo, ha tarpato velocemente le ali ad una delle più grandi icone del secolo scorso.

Chissà cosa darei per poter vedere di persona le immagini che Manzarek ha evocato nella mia testa, o per poter assistere ad un piccolo rituale sciamanico in musica con quei maghi dello strumento e quel figlio di Dioniso alla voce; cerco di accontentarmi mettendo su "The Doors" (o altri loro dischi) come colonna sonora della mia vita notturna nell’umile provincia in cui vivo.

Ed è davvero un peccato che la grandezza di questa band venga sminuita e oscurata dalla grandezza di un singolo membro della band (ho sentito anche di persone che conoscevano Jim Morrison ma non sapevano chi fossero i Doors), nonostante la magia della loro musica dipendesse in primo luogo da un’armonia perfetta tra tutti i membri, che erano grandi e interdipendenti tra di loro, che con le loro peculiarità traducevano nelle note i concetti verbali e la filosofia del disco.

In quel di Los Angeles, i Doors nacquero nel 1965 con: Ray Manzarek, tastierista e organista che si era formato soprattutto in un contesto Jazz (ha persino avuto l’opportunità di organizzare un concerto con Dave Brubeck e Sonny Rollins, tra i più più blasonati del periodo), il chitarrista Robby Krieger che era un appassionato musicista di Flamenco e il batterista John Densmore, che era anche un artista teatrale e come musicista si ispirava soprattutto ad Elvin Jones: percussionista jazz di John Coltrane che era il suo idolo; insieme a Jim Morrison formavano un mix che ha posto le fondamenta per un sound spontaneo ed energico come ci si aspetta solitamente da una musica in qualche modo legata a radici afroamericane, ma che presenta anche un’eleganza colta e organica, nei testi come nelle sonorità.

In tutta la discografia dei Doors, dall’inizio fino alla morte del cantante, questo primo disco omonimo è quello che più sintetizza le diverse anime della band senza innecessari ammorbidimenti o annacquamenti delle strumentali (specialmente l’organo: gioiello inestimabile nel primo disco che nei successivi è spesso sacrificato a favore di soluzioni più didascaliche).

Ma, come altri capolavori della storia della musica, "The Doors" è anche un disco più difficile da valutare e recensire di quanto sembri dalla reputazione che ha perché la sua unicità è spesso sottile, avvertibile facilmente nel subconscio ma difficile da comprendere e razionalizzare e anche per questo è stato sminuito da puristi della sperimentazione sghemba a tutti i costi o da fanatici del rock più pesante.

È un album che, dopotutto, aderisce in prevalenza alla struttura della forma canzone anche per gli standard di certa musica psichedelica del tempo e questa apparente classicità si poteva avvertire anche nella copertina o nel look che i membri avevano: distintivo ma sobrio, tutt’altro che stravagante o vicino al mondo degli hippie.

I Doors erano infatti visti già da allora come un gruppo di cani sciolti, né aderenti alla scena Acid Rock di gruppi come i Jefferson Airplane, i 13th Floor Elevators e i Jimi Hendrix’s Experience, né aderenti al Blues Rock comunemente inteso di gruppi come gli Yardbirds o i Rolling Stones, nonostante il gruppo losangelino si vedesse come un complesso blues, essenzialmente.

Quei 4 seguivano un'idea unica di blues psichedelico, senza il bisogno di sembrare semplicemente un gruppo eclettico che assommava le influenze di tutti gli altri, grazie al suggestivo organo Vox Continental di Manzarek (suonato in una maniera distintiva, molto “terra terra” rispetto al solito utilizzo magniloquente e virtuosistico dello strumento) e all’aura acida che la chitarra e le tastiere avevano senza bisogno di utilizzare molta effettistica musicale o strutture sghembe, in un’atmosfera forgiata soprattutto sullo stile di esecuzione piuttosto che sulla struttura.

Oltre ai tanti spunti di originalità del suono e dei contenuti dei testi, "The Doors" brilla di un valore iconico per ciò che rappresenta: l’idea di un perfezionamento di un modo di concepire la musica che era sorto “ufficialmente” negli anni 50 con il Rock & Roll, ma che in fondo è sempre esistito: l’idea di una musica sciamanica e sensuale, che i Doors spostano dai baccanali degli idilli mediterranei ai nightclub americani: luoghi di serenità edonista quanto di perdizione, tutto questo grazie soprattutto al meraviglioso organo sempre in bilico tra l’urbano e l’ecclesiastico e ad un’autocoscienza filosofica del Jim Morrison paroliere che sapeva trovare il sensuale in ciò che in genere viene visto come prosaico o al contrario etereo e cerebrale, ispirandosi a personaggi come Aldous Huxley e Friedrich Nietzsche o poeti maledetti del decadentismo francese, imitando anche lo stile di vita bohémien di questi ultimi per una parte della sua breve vita.


Se Dioniso nell’antica Grecia veniva visto come il dio del vino e dell’estasi, era concepito anche come il nume della spiritualità per eccellenza insieme ad Apollo, rappresentando l’idea di un invasamento mistico, di un’illuminazione intesa come conoscenza istintiva e priva di filtri razionali, che si estendeva anche al teatro (per i greci anche l’ispirazione artistica era una forma di invasamento divino). Da questo punto di vista, "The Doors" è uno dei pochi dischi della storia della musica a far convivere un po’ tutti i lati essenziali di un archetipo essenziale dell’uomo, elevando il concetto di “sesso, droga e rock ’n’ roll” ad una forma di metafisica che rendeva il concetto non solo un sinonimo di genuinità e autodistruzione, ma parte di una visione del mondo più pervasiva, in parte adottabile anche da chi, come me, non suona o non cerca eccessi di quel tipo.

The Doors

Ma adesso passiamo ai singoli pezzi, partendo dai tre brani più energici e veloci: 1) "Break on Through (To the Other Side)", un primo brano già spettacolare, basato su un Jim Morrison particolarmente energico, sulla chitarra e sulla genialata di Ray Manzarek di ricreare linee di basso poggiando un Piano Rhodes sull’organo, in un risultato elegante e allo stesso tempo roccioso che non sembra nemmeno provenire da tastiere; il suo testo è una vera sintesi del disco: da un lato c’è un’esortazione a mettersi in gioco per accedere a nuovi livelli di conoscenza superiori (citando la bibbia e Huxley), dall’altro c’è tutta l’astratta voglia di osare e battersi per la propria realizzazione, con un’energia contagiosa; 2) "Take It As It Comes" è invece un inno al “carpe diem” e al divertimento, con un assolo acido di organo tra i più belli della storia della musica; 3) "I Looked at You" ha un ritmo molto trascinante, con un retrogusto vagamente esotico che parla della velocità della vita e dell’impossibilità di poter tornare indietro, senza fare riferimenti precisi (anche se noi a posteriori non possiamo che associarla con lo stile di vita di Jim Morrison).

Ci sono poi due pezzi dedicati alle bellezze degli Stati Uniti: 1) "Soul Kitchen" che è più scanzonato ma non meno bello del solito, dove a brillare sono soprattutto la batteria di Densmore e l’organo dal sapore urbano e giocoso di Manzarek, con un testo che parla del piacere della cucina in un diner e della vita notturna di Los Angeles; 2) "Twentieth Century Fox", con una canzone con un retrogusto mondano (l’argomento è infatti l’omonima casa filmografica che oggi è stata acquisita dalla Disney) e quasi soul, dove l’organo di Manzarek regna sovrano, in un risultato tra i più semplici, ma allo stesso iconici del disco.

Due brani coprono il lato più quieto ed effettistico del disco: 1) "The Crystal Ship" che è una sorta di ninna nanna amorosa dal sapore psichedelico e sonnacchioso: il momento più delicato e onirico del disco e 2) "End of the Night", che riprende alcune atmosfere della compagna, verso risultati altrettanto sonnacchiosi, ma molto più notturni e psichedelici, con un testo che cita pezzi di William Blake.

 

Tra questi brani, ci sono anche due cover: 1) "Back Door Man" che è la canzone meno bella del disco, sebbene non priva di fascino: una cover di Howlin Wolf e Willie Dixon che però è riarrangiata in maniera personale ed è perfettamente coerente al resto dei brani, dove Jim Morrison ha modo di esaltare alcune delle note più alte della sua voce selvaggia e istrionica; poi 2) "Alabama Song (Whiskey Bar)": una versione musicata di una poesia di Bertold Brecht (sono stati i secondi a farlo), in una versione particolare e simile ad una fanfara teatrale da bar malfamato, con suoni quasi inquietanti e teatrali, ricavati soprattutto dal marxophone: un particolare strumento simile alla cetra.

A concludere i due lati del disco, ci sono i due brani più lunghi e complessi: 1) "Light My Fire" che è forse il pezzo più classicamente edonista del disco a livello testuale: un brano che parla di passione sessuale e che musicalmente è il secondo più complesso del disco, con la sua struttura modulare ma anche in continuo incremento a metà tra modularità e improvvisazione. 2) "The End", con i suoi 11 minuti, è totalmente diverso dagli altri e allo stesso tempo il non plus ultra dell’estetica Doorsiana, con la sua lentezza che via via diventa un baccanale convulso, percussivo e teatrale, con la sua atmosfera desertica e le sue dilatazioni metafisiche da raga indiano. Un capolavoro nel capolavoro, con un testo che esemplifica il rapporto di Jim Morrison con la morte e altri suoi tarli come le droghe psichedeliche e la filosofia, con un linguaggio a tratti oscuro e pieno zeppo di citazioni letterarie. E’ qui che la band passa da un immaginario terreno ad un non-luogo dove c’è solo l’uomo in relazione con la sua natura e i suoi limiti.

È proprio per questa ostentata coesione tra vita e morte che le atmosfere notturne di questo disco sono arrivate a precorrere le tenebre funeree del gotico: genere che nascerà concretamente più di dieci anni dopo. Se nel rock’n’roll la morte era solitamente un avversario da scacciare o un avversario dietro l’angolo delle biografie piuttosto che un reale soggetto, in questo disco è (specialmente in "The End") un alleato con cui convivere idealmente, tant’è che Jim Morrison in vita speculava molto sulla propria morte e, quando accadde, Manzarek (e non solo) è stato a lungo convinto che si trattasse di una messa in scena; come se, attraverso questo rapporto, l’avessero esorcizzata, o perlomeno l’avessero vista con un atteggiamento diverso.

In conclusione, "The Doors" è un capolavoro leggendario, quel genere di disco che ha traghettato il resto della carriera delle band, che ne ha già riassunto e esaltato la maggior parte degli aspetti salienti e che si è contaminato con la vita reale, da cui ha attinto e in cui è ritornato attraverso la sua incarnazione simbolica: Jim Morrison, che con la sua condotta e la sua fine non ha di sicuro potuto aggiungere qualità ad un disco (e ad una carriera) che bisogna giudicare per i suoi valori intrinseci, ma che ha perlomeno contribuito a forgiarne un mito limitato, ma tutt’altro che fuorviante, poiché in qualche modo rappresentativo e immaginato dal cantante stesso.

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