(Cinema) Recensione: Rapito di Marco Bellocchio (2023)
L’ultimo grande scandalo dello stato pontificio
SPOILER
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Dopo il
grande risultato di Esterno Notte,
Bellocchio è già ritornato dopo
solo un anno. Anche qui ad essere trattata è una storia vera del passato: un
rapimento che ha scosso l’opinione pubblica di tutto l’occidente e che è stato
trasposto attraverso il libro “il Caso Mortara” di Daniele Scalise.
Nel 1858, il
piccolo bolognese Edgardo Mortara viene rapito dalla polizia per conto della sacra
inquisizione, grazie ad una legge che proibisce l’educazione ebraica per un
bambino battezzato. Il sacramento gli era stato infatti somministrato
all’insaputa dei genitori, da parte di una cameriera cristiana, che però non
aveva testimoni. Il bambino viene dunque portato dai catecumeni, che si
adoperano per educarlo alla fede cristiana, mentre i genitori del bambino cercano
di riportarlo a casa con metodi più eterodossi, poiché non vogliono convertirsi
al cristianesimo.
Come ha già
dimostrato altre volte, ancora una volta Bellocchio si è interfacciato ad una
storia controversa con una posizione chiara, senza per questo semplificare
faziosamente la realtà a favore di una corrente di pensiero o l’altra.
1)
La questione umana di due genitori a cui è stato strappato un figlio e come
questo viva la sua nuova condizione.
2)
La questione politica, sulla strumentalizzazione di questo rapimento come un
messaggio di rigore da parte della chiesa o, dal punto di ebrei e unionisti, di
fanatismo disumano.
3)
La questione religiosa, che porta a riflettere sul significato della condotta
prima ancora delle proprie credenze.
E, quando si
parla della trasposizione storia vera, è inevitabile farsi diverse domande:
questa storia merita di essere raccontata in questo medium artistico? Ha
qualcosa da dire, da un punto di vista drammaturgico e, quindi, emotivo? Come
può la troupe valorizzare una storia del genere e raccontarla nella maniera che
merita?
La storia
presenta una fotografia molto minimalista, ariosa e naturale, dove regnano
soprattutto i senape e i marroni, con molti campi lunghi di esterni come di
moda nel cinema italiano degli ultimi anni, con un obiettivo che con il
movimento imita il punto di vista dei personaggi nei momenti più concitati, per
esprimere confusione e impotenza. È un aspetto secondario quindi, ma fa il suo
perché riesce a non sottrarre spazio ai contenuti umani, senza cadere nel
pericolo opposto di essere troppo impersonale e priva di senso estetico.
Ben più
memorabili sono invece la recitazione e i dialoghi, con attori come:
1) Fausto Russo Alesi
che ritorna anche lui nel ruolo del padre di Edgardo: Salomone, in una performance sempre in bilico
tra determinazione e disperazione, molto diversa da quella elegante un po’
nevrotica di Cossiga in Esterno Notte, dimostrando la sua poliedricità
con un personaggio molto semplice, ma rappresentato in maniera toccante.
2) Fabrizio Gifuni nel
ruolo di un inquisitore domenicano che ha avuto, purtroppo, un ruolo tutto
sommato marginale nonostante il film mi abbia dato l’impressione di voler farlo
sembrare un personaggio importante narrativamente (ha infatti avuto modo di
brillare dal punto di vista della performance, nonostante tutto).
3) Paolo Pierobon come
papa Pio IX, che viene rappresentato
in maniera impietosa, lontana dall’idea di beato che papa Wojtyła aveva
voluto lasciargli, caratterizzato da un contrasto tra indole tirannica e senso
paterno per Edgardo, senso di superiorità e timore di ritorsioni.
4) Barbara Ronchi nel
ruolo di Marianna: madre di Edgardo
(e, tra questi, l’unica a non aver recitato in Esterno Notte) che risulta un
personaggio molto diverso dal marito: pessimista e austera ma anche coraggiosa
e senza peli sulla lingua, interpretata molto bene.
Discorso a
parte merita il protagonista, che viene interpretato da due attori diversi: da
piccolo Enea Sala, da grande Leonardo Maltese. Per lui Bellocchio adotta un
capovolgimento del tipico racconto di formazione: invece di mostrare la sua
crescita come un momento di emancipazione, il racconto va nella direzione di
mostrarci una persona che, per molti aspetti, peggiora nel corso del tempo. Se
da piccolo sembrava un bambino affettuoso e che non si perdeva d’animo, finisce
per accogliere la prigione dotata del contesto in cui è cresciuto dopo il
rapimento, un po’ per reale sentimento acquisito (anche se per formazione e
mancanza di altre campane da ascoltare, visto che le tracce della cultura ebrea
si sono perse dopo il rapimento), un po’ per probabile imborghesimento (il film
marca il fatto che la sua famiglia appartenesse ad un ceto medio-basso, mentre
i catecumeni potevano, naturalmente, dargli più servizi).
Ed è qui che sta l’essenziale presa di posizione di Bellocchio sulla storia: per una certa lettura clericale, la vicenda di Edgardo avrebbe potuto essere focalizzata sul suo entusiasmo spirituale e la descrizione del suo zelo rispetto ai compagni di formazione, vedendola come un’occasione di miglioramento. Bellocchio non nega il reale sentimento che Edgardo diceva di avere dopo la sua formazione, però sceglie di non mettere la cosa sotto la stessa luce attraverso dettagli eloquenti dell’ambiente in cui è vissuto e delle sue scelte: le distaccate premure del suo maestro, la noiosa modularità delle giornate di studio, le priorità indelicate di Edgardo davanti alla madre sul letto di morte, l’opposizione all’unità d’Italia.
Insomma, ci
viene mostrato un personaggio poliedrico, che cambia gradualmente e che è in
grado di esibire una grande intelligenza (veniva infatti visto come un
ragazzino pieno di memoria) quanto un'indole manipolabile e distaccata dalle
reali esigenze della sua famiglia, ma anche di un’Italia nascente, quasi come
se Edgardo rappresentasse l’ultimo grande risultato vivente di un’istituzione
fatiscente come baluardo del monopolio politico-sociale del cattolicesimo in Italia.
Il discorso
del rapimento viene quindi esteso alle comunità ebraiche che usano questo fatto
come pretesto per un’opposizione più radicale, dagli unionisti e dagli scettici
stranieri come pretesto per porre pressione allo stato papale, che culmina con
l’occupazione di Roma: un momento che viene mostrato nel film e in cui anche
gli unionisti dimostrano, naturalmente, una crudeltà innecessaria che viene
riconosciuta attraverso i nostri occhi e le parole di Edgardo.
Se questi
aspetti sono senz’altro interessanti, dall’altro lato c’è un eccessivo
avvolgersi sulla suggestività drammatica della storia in sé e la ricostruzione
a volte didascalica del suo dipanarsi in eventi, senza però farci entrare
veramente dentro le motivazioni che muovono i personaggi, di cui conosciamo
spesso le credenze, ma non i sentimenti reali e da dove nascono, non sono tante
le scene in cui il regista si impegna di mostrarci semplicemente delle
riflessioni senza marcare l’avanzamento del ritmo di trama. Non capiamo per
esempio come mai i genitori ci tengono così tanto alla propria fede a costo di
lasciare il proprio figlio ai cristiani (lo possiamo solo immaginare secondo
stereotipi, ma non in base ai singoli personaggi), nonostante sia un tema
fondamentale nella storia, che se non ci fosse avrebbe potuto far finire il
film dopo mezz’ora; oppure capiamo solo superficialmente cosa significa per il
papa l’occupazione dello stato pontificio che nel film occupa diverse scene e
anche alcuni momenti memorabili. Insomma, il film presenta a volte un po’
troppa carne al fuoco per un film di questa durata media, quando forse qualche
decina di minuti in più avrebbe potuto contestualizzare meglio molto di quello
che succede e dare anche messaggi più precisi.
Al netto di
tutto, Rapito è un bel film, sebbene sia anche un passo indietro rispetto ad
Esterno Notte; è stato lungimirante nel dare più chiavi di interpretazioni ai
fatti, ma perdendosi un po’ nei particolari in un risultato che riesce,
comunque, ad essere soddisfacente.







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