(Cinema) Recensione: Angeli Perduti di Wong Kar-wai (1995)

L’occhio deformante della distanza

Nel cinema ci sono, secondo me (tra le tante categorizzazioni), due tipi di film:

1) film che raccontano un intreccio lungo e specifico, che traggono la loro forza nella complessità, in valori come la struttura della storia, la tridimensionalità dei personaggi, la varietà dei temi ecc.

2)  film che invece sembrano più semplici e laconici: "poesie audiovisive" che non raccontano una storia nel senso classico, ma sono più una trasposizione estetica degli umori psicologici stessi della città, di uno o più personaggi e, per questo, hanno un ritmo più lento, uniforme e apparentemente più ripetitivo, puntando molto di più sullo stile delle inquadrature che sul soggetto narrativo.

Angeli Perduti di Wong Kar-wai appartiene sicuramente alla seconda categoria e, infatti, non ha una trama vera e propria, ma il suo contenuto è semplicemente nel titolo: delle giovani figure perse in una fredda metropoli (Hong-Kong, in questo caso): quasi tutte che danno lavori umili o sgradevoli, che pensano a sbarcare il lunario, cercare la propria metà e la propria identità.

Questi personaggi (di cui protagonisti sono Wong Chi-ming: un sicario e Ho Chi-mo: un ex detenuto muto), insieme alle donne: la prostituta Blondie e Charlie: personaggio che rappresenta essenzialmente il collegamento tra la storia di Wong Chi-ming con quella di Ho Chi-mo che sono apparentemente staccate; queste persone vengono esplorate nei loro bisogni fondamentali e nei loro comportamenti inconsueti piuttosto che nella loro tridimensionalità psicologica, vengono volontariamente viste a distanza in sguardi, pensieri talvolta banali se presi a sé ma che in realtà aggiungono molto all'affresco, di cui questi burattini della vita moderna sono dei tasselli viventi e che, anche grazie alla loro genericità, permettono un' immedesimazione nei confronti delle loro emozioni stesse e nei loro bisogni esistenziali piuttosto che nel loro raziocinio o nelle loro virtù, questa indefinitezza e questa rarefazione comunicano proprio l'idea di una strana irrequietezza paradossalmente rilassante che si respira per tutto il film, creando un tutt'uno tra i sentimenti e il paesaggio di tutto il film.

«Controllare la spazzatura di qualcuno ti fa capire molte cose su di lui, su cosa fa. Per esempio, viene spesso in questo locale, forse gli piace perché è molto tranquillo. Chissà, forse anche lui si è seduto qui, qualche volta.

Queste piccole cose mi danno l’illusione di essergli vicina. Lo stare insieme per qualcuno è negativo. Si scopre tutto dell’altro e alla fine si perde l’interesse.»

È qui, forse, il tema cardine del film e la sua essenza: l'illusione della vicinanza quando in realtà si è distanti e il timore delle relazioni umane contrapposto al desiderio, con personaggi che cercano a tutti i costi di lasciare un solco della loro presenza effimera sulla terra negli altri e di condividere la propria vita con qualcuno, ma che sono anche frustrati dai capricci della noia, dal disimpegno, dalla solitudine e dall' incomunicabilità.

Tutto questo approccio dilatato e realistico, con una patina di metafisico nella quotidianità si riflette nella fotografia di Christopher Doyle: deformante in colori onirici, innaturali e luminosi, angoli olandesi (cioè inquadrature oblique) anche sui primi piani, grandangoli, effetti pioggia e sangue sulla stessa fotocamera, accelerate improvvise. Tutto questo dà l'idea di uno stile che strania lo spettatore, gli rende sempre lampante l'artificio cinematografico e lo allontana dal punto di vista dei personaggi, come se fossimo dei voyeur che li osserviamo a distanza di sicurezza con una ripresa come il regista (come confermato da Wong Kar-wai per quanto riguarda l'utilizzo del grandangolo nello specifico). Da questo stile sperimentale ne consegue che siamo, per paradosso, immersi al massimo nel loro mondo, perché la distanza che noi abbiamo nei loro confronti è anche la distanza che i personaggi hanno tra di loro e, talvolta, con il mondo circostante, come persi in un sogno perenne che viene comunicato dai loro comportamenti e dall'allucinante fotografia che si fa, quindi, veicolo del contenuto sotteso nel film.

Questo intento è reso ancora più chiaro di una scena che è anche una mise en abyme del film intero (cioè una ripetizione di un concetto in maniera diversa e sintetica che serve a condensare il significato più ampio del contesto in cui è inserita questa ripetizione): la ripresa in video del padre che è stata filmata da Ho Chi-mo e che rende felice il padre che la riguarda più volte più del momento che è stato effettivamente filmato in cui c'era un buffo litigio, ma anche il figlio che, alla morte, riguarda con piacere i filmati per rivederlo felice nel suo atto di cucinare, ricordando anche il sapore di quei manicaretti.

È qui che riecheggia l'idea di una vita non vissuta ma evocata a distanza, con il filtro deformante di Wong Kar-wai che qui va in sintonia con la bassa definizione distorta del regista fittizio di Angeli Perduti.

Nell'era dell'internet è del consumismo, un film del genere acquisisce ancora di più una potenza universale, quasi come in un quadro di Edward Hopper, perché ci troviamo sempre di più a forgiare i nostri ricordi futuri attraverso i video, a provare difficoltà nel relazionarci con gli altri ed esprimere i nostri sentimenti, a cadere in crisi economiche che ci costringono a fare lavori squallidi nonostante l'evoluzione dei centri urbani intorno comunichi sempre di più opulenza e modernità.

Ma, se Angeli Perduti è un film drammatico e a tratti romantico, è anche un film che fa del suo ritmo lento una forza che mette a suo agio lo spettatore, con i suoi toni rilassanti e allo stesso tempo vagamente opprimenti che ci fanno sentire, grazie alla gioia per gli occhi della fotografia e della sceneggiatura, sia la ripetitività della quotidianità dei personaggi, sia la bellezza dei giri in moto, delle scene di bar quieti con neon che si fanno a tratti meditative, la città iridescente e splendidamente moderna, sempre contesa tra globalizzazione ed esotismo. Questo mondo metropolitano è visto nella sua duplice natura di pura bellezza seducente e fonte di alienazione, in una malinconia rilassante. È questa la poesia di Angeli Perduti: usare principalmente strumenti estetici per veicolare i suoi contenuti, così come la poesia con il suono delle parole e l'evocatività delle figure retoriche: strumenti, anch'essi, "estetici".

La splendida colonna sonora si ispira al suono delle tenebre urbane per eccellenza: il trip hop, nonché al jazz. Il regista avrebbe voluto contattare i Massive Attack per farla, ma dovette adeguarsi commissionando comunque un suono simile, che prosegue perfettamente sul solco di quella continua sintonia forma-contenuto che collabora nel rendere questo film un capolavoro così organico e significativo.

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Il finale, con quel bellissimo e romantico viaggio in moto di Ho Chi-mo, è un gioiello di profonda essenzialità: Charlie sa che il viaggio finirà ma, dopo tanto tempo, si gode il momento presente. Se è un'unione di più solitudini che genera una condivisione consolatoria (perlomeno a breve termine), è anche una vittoria del momento presente sul simulacro di vita, sui ricordi e i futuri possibili, che chiude un capolavoro magistrale che è in grado di andare oltre il cinema cinese per entrare nel pantheon del cinema mondiale (anche se al tempo Hong-Kong era sotto la giurisdizione britannica) ed è un saggio allucinante su come fare della forma e di pochi concetti espressi direttamente un monumento di profondità emotiva e contenutistica, in grado di parlarci del nostro presente eterno e del nostro intimo comunicato, per paradosso, dal suo distacco.



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