(Cinema) Recensione: Oppenheimer di Christopher Nolan (2023)
Oppenheimer o il moderno Prometeo
SENZA SPOILER (per quanti spoiler possa avere una storia vera)
Calmato al settanta per cento il fervore per il “collega di
meme Barbie”, l’anello mancante “Oppenheimer”
è finalmente arrivato in Italia.
Si tratta di un film su una figura storica che il regista
stesso definisce forse la più importante del novecento: l’omonimo Robert Oppenheimer, fisico americano che fece costruire
la bomba atomica, grazie alle sue ricerche e al progetto Manhattan. Nolan coglie
l’occasione per esplorare i rapporti con i colleghi e il governo statunitense
dal dottorato a Cambridge ai primi anni della guerra fredda, ma c’è anche una
rassegna psicologica del protagonista e del processo che è stato intentato ai
suoi danni per accuse di insubordinazione e tradimento.
Da un lato, Oppenheimer è una
rappresentazione di eventi reali seri e drammatici, dall’altro un blockbuster
della Universal e quindi con un’estetica patinata (vedasi la resa di Cillian
Murphy come “fighetto” del vestiario,
“icona” perfetta per il grande pubblico), la sua produzione è
anglo-statunitense ed è uscito in buona parte del mondo lo stesso giorno di
Barbie, creando il cosiddetto fenomeno “Barbienheimer” di meme e ilarità
per la contrapposizione dei loro mood: il primo fantasioso, sgargiante,
pastello, allegrotto, femminista e multietnico; il secondo realistico, lento,
dai colori scuri, sovrabbondato di uomini bianchi. Questa bizzarra fusione di
temi e approcci in Oppenheimer riesce però ad armonizzarsi (stranamente) in
maniera pressoché perfetta.
La produzione del film è iniziata nel 2021, eppure
non si può fare a meno di notare come un film del genere caschi a fagiolo: nei
giorni in cui scrivo Putin ha minacciato più volte di reagire con le bombe
nucleari ai danni dell’occidente e c’è anche un continuo timore di ritorsioni
russe; aldilà delle posizioni della gente sulla guerra in Ucraina, si riflette
molto in Europa sull’impatto degli Stati Uniti sul resto dell’occidente, visto
che sembra aver accresciuto sempre di più la sua influenza politica e
culturale, fino ad essere di gran lunga la protagonista delle relazioni
dell’occidente con la Russia.
Anche se mi aspettavo un buon
film, parte del mio scetticismo era anche su un interrogativo importante:
Nolan, che è tutt’altro che un regista perfetto, è in grado di dare giustizia a
temi così delicati? E, anche se ne avesse le capacità, gli americani imporranno
un’interpretazione patriottica dei fatti o rispetteranno i contenuti che il
film dovrebbe veicolare?
Il perno del film è, infatti,
il conflitto interno, la rappresentazione di un’America che aveva, ai tempi, un
potere sufficiente a decidere di tutto il mondo, ma che doveva scegliere quanto
e se scatenare tutto questo potere, se decidere di fare un passo indietro per
mantenere una parvenza di morale oppure no.
Da questo punto di vista,
Oppenheimer è anche un film che “epicizza” la realtà, perché sceglie di
rappresentare un lato di realtà verosimile ma che fa sentire l’immenso peso
degli eventi o di scenari possibili che non sono avvenuti, dove una
scelta diversa o una casualità può cambiare le sorti di un intero pianeta,
tutto questo pesa su un uomo che è in grado di capitanare le ricerche e, al
massimo, su un team di scienziati, sui piani alti di una nazione (neanche di
una nazione intera, che è ignara). Da questo punto di vista, ogni personaggio
ha le sue posizioni sui temi cardini e anche i meno importanti hanno, in questo
film corale, l’opportunità di compiere una riflessione importante, di influire
sulla macrotrama.
Come ho accennato, questo
film è però anche una riflessione sulla scienza: non solo la
scontata domanda se sia giusto usare la scienza per uccidere, ma se sia giusto
“svendere” la scienza a terzi che non la useranno nella maniera voluta dagli
scienziati, se la scienza debba intervenire sul mondo oltre che sul proprio
universo intellettuale (non a caso, nel corso del film Oppenheimer viene
considerato un uomo che sa compiere operazioni complesse, ma non sa dirigere un
chiosco), perché il mondo potrebbe costringere gli scienziati a
“politicizzarsi”, di decidere non solo di creare qualcosa, ma anche di ciò che
viene fatto dell’invenzione.
La cornice di tutto questo film complesso e geometrico è il
processo ad Oppenheimer, filmato in bianco e nero che congiunge tutti gli
aspetti del film: la paranoia statunitense per i comunisti infiltrati (quindi i
legami affettivi con Oppenheimer), la divergenza di idee su cosa farne della
bomba atomica, l’opportunismo dei piani alti.
Lo stile è, quindi,
particolarmente eclettico e riesce a potenziare e simboleggiare l’aura tetra,
inquieta e paranoica che aleggia dietro questi temi, attraverso i luoghi chiusi
formali e a tratti opprimenti anche quando luminosi, le visioni di morte e
distruzione del protagonista sul quale si basa il punto di vista della
videocamera durante le sequenze a colori.
Da questo punto di vista, si notano anche molte direttrici
che lo collegano ad altri film di Nolan: la più scontata è naturalmente la
riflessione sulla scienza che si poteva già vedere in film come Interstellar
o Tenet, ma c’è anche la narrazione storica/di guerra da un punto di
vista inconsueto, distaccato e controintuitivo come in Dunkirk, c’è
l’alternanza del bianco e nero con i colori come in Memento, ci sono
inquadrature “oniriche” come in Inception.
Dati questi aspetti, Oppenheimer è un po’ una summa di molti
film di Nolan, ma in una maniera che gli permette di affrancarsi dall’idea
secondo cui l’unicità del suo cinema sia solo quella dei “rompicapo” che
speculano di aspetti scientifici come The Prestige, Tenet, Inception o
Memento; Oppenheimer è, infatti, come spesso ha fatto, un film dalla narrazione
frammentata che però non si occupa di risolvere misteri, è complesso ma non ha
strutture cervellotiche, ricorsive e da “decifrare”, sfrutta piuttosto il
tipico modo distaccato di dirigere che ha Nolan per parlare di ciò che è alla
base delle sue speculazioni: ovvero la scienza stessa, alla quale è sempre
stato interessato e di un tema caldo come non ha mai fatto, misurandosi con
qualcosa di nuovo per lui, ma che ha subito fatto suo.
Per quanto riguarda i difetti in questo film, a parte la
chiara moderazione nei confronti degli USA un po’ furbetta (che era, purtroppo,
inevitabile in un blockbuster), l'unico veramente rilevante è la gestione dei
tempi: c’è per esempio un certo divario qualitativo tra la prima parte e la
seconda (soprattutto nella parte centrale che è la meno interessante), visto
che la prima che parla prevalentemente delle questioni personali del
protagonista serviva a dare contesto e doveva quindi essere per forza di cose più
lenta, ma è molto più convenzionale rispetto alla successiva e si poteva
tagliare di qualche minuto. Questo è, purtroppo, un problema tipico dei film di
tre ore che sono di per sé un po’ (o tanto) al di sopra delle capacità di
chiunque non sia uno dei massimi numi del cinema mondiale (in questo caso, per
fortuna non si sente eccessivamente).
In conclusione, Oppenheimer
è, al netto di tutto, uno dei migliori film del regista; per i suoi contenuti
ma anche perché riesce ad armonizzare lati diversi della sua poetica,
unisce il dramma giudiziario con le questioni private, l’immaginazione del
protagonista con la realtà, la guerra con il dramma umano. Una tantum, un
blockbuster riesce a conciliare fama, soldi e profondità; grazie al suo modo di parlare di temi etici e politici
senza il bisogno di esprimere messaggi che sembrano voler dare risposte chiare
per lo spettatore, ma accentrando il punto del film sul dibattito stesso tra i
personaggi, ci permette di riflettere non solo sulla fine della
seconda guerra mondiale ma anche su quello che è venuto immediatamente dopo
come la guerra fredda e la contemporaneità, senza dare la sensazione che si
tratti di un ragionamento a posteriori. Un vero
cult.







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