(Musica) Recensione: Klaus Schulze – Irrlicht (1972)

L'epica tragicità delle forze cosmiche

1972: la musica conosce la potenza vertiginosa del cosmo. La scoperta della luna è fresca di tre anni, nel mondo echeggia un positivismo tecnologico come non è forse mai accaduto in precedenza. In contemporanea, nella musica la situazione era concettualmente simile: gli strumenti elettronici si fanno sempre più sofisticati e la musica inizia a diffondere l’immaginario della tecnologia nei suoni, che non si limitano più ad immagini neutre, arcaiche o del mondo naturale.

E la Germania, che è stata sede delle sperimentazioni elettroacustiche di Stockhausen, diventa l’avamposto creativamente privilegiato di questa rivoluzione. La terra di Schiller, delle distese celesti di Friedrich, della scuola Danubiana (che per la prima volta dà risalto al genere del paesaggio naturale nella pittura), della pastorale di Beethoven; facendo di tutto questo una sorta di tradizione inconsapevole. Una terra con queste premesse che conosce il futuro prima ancora di altre nazioni, ma tra tesi e antitesi “Irrlicht” raggiunge la sintesi: la tecnologia non è, che un mezzo per ascendere verso il cosmo, massimizzando il senso di piccolezza che l’uomo ha nei confronti dell’immensità, che in precedenza aveva veramente visto e sentito solo il cielo, i vulcani, i ghiacciai e ciò non poteva che avvenire in un’epoca in cui la conoscenza del cosmo aveva iniziato a sedimentarsi nell’inconscio collettivo, visto che Klaus Schulze non aveva intenzioni così programmatiche e autoconsapevoli, ma viveva semplicemente le proprie suggestioni del presente.

Questo è però eloquente della potenza della musica, perché le arti visive, ma in parte anche la letteratura sono facilmente in grado di creare un’immagine, con la musica è qualcosa di scontato solo quando si prendono suoni veri presenti in un luogo per evocarlo, ma non quando si vuole comunicare in altre maniere, con un lessico abbastanza astratto da agire per suggestione, richiamandosi ai processi mentali più inconsci ma immersivi dell’immaginario collettivo.

In tutti questi parallelismi con la tecnologia c’era però una differenza fondamentale che, dopotutto, spiega facilmente perché tutto è potuto capitare lì piuttosto che negli Stati Uniti o nell’Inghilterra: il viaggio sulla luna, così come un’auto sportiva sono privilegi di pochi, la ricerca tecnologica avanzata altrettanto e richiede team di ingegneri, investimenti ecc; l’elettronica ha incarnato invece il sogno di persone qualunque che hanno potuto fingersi scienziati pazzi dell’arte in preda all’ euforia sperimentale senza bisogno di grandi fondi, alla ricerca di nuovi effetti inediti.

Schulze è stato una figura del genere, come tanti altri della cosiddetta kosmicke musick: uno studioso di altre discipline cosiddette “alte” trapiantato alla musica cosiddetta “popolare”, un po’ come Edgar Froese dei Tangerine Dream di cui Schulze ha fatto parte.

Nel 71, i Tangerine Dream compongono una sorta di precursore di Irrlicht: Zeit che è un disco più misterioso e sommesso, suonato con sintetizzatori e che fa sentire il mistero del cosmo piuttosto che il sublime in senso stretto.

L’anno prima, Schulze era uscito dal gruppo perché non condivideva l’impronta più “tradizionale” che esso propugnava, decidendo di intraprendere un percorso solista dove fa sia da musicista che da produttore e ingegnere del suono, optando per un suono più sperimentale, privo di sintetizzatori ma con un campionatore e altre “diavolerie” elettroniche che decostruiscono e deformano la musica di un’orchestra, in modo da passare con la mente da teatri d’epoca o chiese fastose all’ astrattezza dello spazio cosmico, senza che il suono trasmutato sia più riconoscibile come tale, ma più vicino al suono dei sintetizzatori veri e propri.

Irrlicht ha, infatti, il sottotitolo “sinfonia quadrifonica per orchestra e macchine elettroniche” e mette in risalto quindi l’ambizione di un’opera che non ha paura di paragonarsi alla musica classica, attraverso una struttura che le somiglia strutturalmente e ne attinge per l’approccio dilatato, meditato e grandioso.

I pezzi, che sono tre, vengono infatti chiamati “satz” (movimento in tedesco) e hanno però una struttura sghemba e spontanea, più vicina alle strutture del jazz o del rock che alle strutture tipiche della forma-sonata o del rondò, di cui è solitamente composta una sinfonia.

L’iniziazione al viaggio è data da “Ebene”, in italiano: “Piano” che si basa nella prima metà su un magma di suoni sintetici simili all’assestamento di una catastrofe cosmica appena avvenuta e che genera inquietudine, incertezza e dramma che culmina, nella sua austerità tragica, nella gravitas ripetitiva di un organo dal suono quasi ecclesiastico, se non fosse per i suoi effetti elettronici quasi orrorifici e l’approccio catartico che ha questo frangente nella struttura: non vi sono snodi tematici alternati come in Beethoven o in Dvořák ma è come se tutta l'armonia di temi costruiti convergesse qui: è il rilascio di un’energia in questo caso spirituale e cerebrale, ma pur sempre uno sfogo di una tensione predisposta per tutta la traccia e culminante in un suono di proporzioni così bibliche e risonanti da essere ripetuto per molti minuti con solo piccole variazioni, senza che però la scelta sia insensata e noiosa per l’ascoltatore. Questo brano sembra andare oltre anche lo stesso discorso dell’universo, per celebrare la lotta tra le sue forze fondamentali, evocando la sua potenza indifferente un po’ come in un racconto di Lovecraft, ma anche l’epicità della tragedia umana di chi vive questa esperienza di distruzione e creazione.

È una visione di un viaggio ipotetico ma anche la presa di coscienza alla quale porta questo viaggio, una narrazione senza parole dei sentimenti di un uomo immerso nello spazio, un parziale capovolgimento dei sentimenti contemporanei di positivismo sorto con l’allunaggio, ma non una sua negazione; piuttosto il racconto di un dualismo di contemplazione e vertigine per ciò che sta sopra e sotto di noi, cioè quell’ideale estetico che fonde timore ed estasi, noto come sublime e che ha radici profonde sopratutto nell’arte tedesca (ma non solo) e che qui si espande dal cielo, dai vulcani e dai ghiacciai al cosmo: massimo scuotitore dell’antropocentrismo, riassumendo in note sentimenti che può provare chiunque nella razza umana.

Se in Ebene riecheggia con tono epico-spirituale la tragedia di un cosmo nel quale le forze caotiche di creazione e distruzione si danno battaglia, “Gewitter (Energy Rise – Energy Collaps)”, in italiano: “Temporale (Crescita dell’Energia – Crollo dell’Energia)” ti fa sentire dentro un’astronave in movimento attraverso minimali suoni psichedelico-meccanici ed “Exil Sils Maria” (che è il nome di un resort nel quale Nietzsche trascorreva le vacanze) con il suo suono più sommesso e arioso ti trascina in un viaggio orrorifico tra i meteoriti, le nebulose e i buchi neri, nel quale l’ignoto e il senso di pericolo sono sempre più concreti e imprevedibili, attraverso sapienti passaggi di quiete che creano un senso d’attesa.

Rispetto a tanti dischi di musica ambient o elettronica progressiva che dir si voglia, Irrlicht si distingue non solo per il più nitido apparato simbolico, ma anche nel lessico sonoro: non è una musica d’atmosfera meramente rilassante o consolatoria ma compie il miracolo di saldarsi con qualcosa che nell’ approccio e nelle emozioni è normalmente contrario: la grandiosità del romanticismo e delle colonne sonore più “epiche” insieme a mutazioni spettrali e inquietanti e ad un suono più calmo e meditativo possibile, con un frequente uso di ripetizioni di un accordo o una nota per creare enfasi o per creare un flusso ipnotico, dando l’idea degli infiniti cicli siderali.

Pochi dischi riescono a essere evocativi e pieni di simbolismo come Irrlicht, svettando come un re nei suoi generi di provenienza che tendono normalmente ad essere troppo “mimetici” nell’evocare immagini senza farci entrare negli umori che queste immagini inducono impressionisticamente nel musicista, che oltre ad essere un musicista è prima di tutto un contemplatore. Proprio perché questo disco non si limita a dipingere con i suoni gli spazi interstellari ma evoca anche le mutevoli sensazioni del viaggio, riesce a lasciare un solco nella forma mentis di tutta la musica “d’atmosfera”, perché è un disco che è anche una narrazione di una filosofia per suoni che non ha bisogno delle parole, un capolavoro che trascende un po’ tutto: la musica elettronica, i sottogeneri, le strutture consolidate, ma anche lo stesso medium musicale.

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