(Musica) Recensione: David Bowie – The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars (1972)

 L’anti-rockstar venuta dallo spazio

Cosa c’è da dire che non sia già stato detto su David Bowie? Un artista che è rimasto, aldilà di un discorso qualitativo, un’icona (ed è il caso di utilizzare questa vaga “parolaccia” in assenza di termini più adeguati) che ha avuto una discografia lunga, piena di flirt musicali con il proprio presente che cambia, rimanendo sempre a galla nelle menti delle masse come un fenomeno di costume, oltre che artistico.

Dopo degli inizi acerbi e il cambio di rotta di Hunky Dory, è nel 1972 che sorge la maturità del cantautore britannico. In quel periodo, il mondo della musica dell’anglosfera era in subbuglio. Ciò che nella seconda metà degli anni Cinquanta era proprio dell’underground ribelle degli afroamericani, è stato ormai da molti anni privato del suo significato originale, nel migliore dei casi riattualizzato e nel peggiore reso una mera macchina da quattrini, in ogni caso mantenere la propria dignità artistica e al contempo sfondare con le vendite è diventata un’equazione sempre più difficile, sebbene non impossibile da realizzare.

A tal proposito deve essere stato provvidenziale l’incontro di Bowie nel ‘71 con Andy Warhol, il quale con la Pop Art aveva portato per la prima volta l’idea di un’arte cosciente del suo essere prodotto capitalistico fino a lasciare un solco fondamentale nella musica rock, che fin dall’inizio ha preso il controllo della registrazione in disco. Non a caso, un anno dopo Bowie dirà in un’intervista per Rolling Stone: la musica rock «dovrebbe essere agghindata come una prostituta, come una parodia di sé stessa, dovrebbe essere una specie di clown, di Pierrot. La musica è la maschera che nasconde il messaggio. La musica è il Pierrot e io, l’artista, sono il messaggio».

Non stupisce, a questo punto, la scelta di chiamare il nuovo disco non come una frase ad effetto o una locuzione astratta, ma come un riferimento a dei soggetti: Ziggy Stardust e i ragni di Marte. In altre parole, la musica di Bowie è la sua persona o, per meglio dire, la sua maschera, quest’ultima è un complemento di un’arte non più ristretta al suono o all’esperienza concertistica ma diventata moda, teatro, performance.

Marc Bolan (principale ispirazione musicale di Bowie) con le sue pellicce animali, Robert Plant con le sue pose da macho, anche gli stessi Beatles e Rolling Stones come altri ancora hanno dato, certo, un ruolo importante alla propria immagine, volente o nolente, ma in Bowie questa assume non semplicemente un ruolo di corrispondenza con l’immaginario musicale, ma è la sua stessa essenza.

In altre parole, con il successore di Hunky Dory, Bowie concretizza una delle sue missioni più importanti: quella di una riflessione meta-artistica sul rock stesso, così come fatto da Frank Zappa (con i Mothers of Invention) o dai Faust.

A differenza di questi, Bowie è però più “mimetico” (e in questo più fedele, in molti momenti, alla poetica di Warhol) perché tutto questo viene narrato in maniera sottile, rispettando i canoni del rock’n’roll e del pop rock per concentrarsi sui testi e alcune lievi caricature melodrammatiche o goliardiche piuttosto che avviare una radicale deformazione delle sonorità.

Da questo punto di vista, non stupisce più di tanto che un’opera del genere abbia procurato sette milioni e passa di copie vendute (cioè circa sette dischi di platino), perché è proprio il suo essere mimetico ad averne fatto la fortuna. Le sue strutture sono, infatti, molto canoniche, orecchiabili e ragionate, la durata complessiva concisa con soli 36 minuti.

Si tratta, insomma, di un esempio di simil-Pop Art in musica che prospera sapientemente nel sistema che è oggetto di critica, contribuendo anche alla sua evoluzione e all'anticipazione di mode pop tipiche del decennio successivo.

Da questo deriva, da un lato, il fascino e la forte sfera d’influenza del disco sulla musica successiva, dall’altro quest’impostazione ha portato alcuni fan a preferire dischi come Low e Heroes, che si contraddistinguono per una missione diversa, più intima che teatrale e con un suono più eccentrico, all’avanguardia.

Ciò non significa, però, che il suono di questo disco sia generico e incoerente al contenuto, il quale si presenta come una cornice pregnante, dove David Bowie spicca sia come interprete dal timbro di voce versatile e teatrale che come arrangiatore e paroliere d’eccezione.

Tutto questo si esprime attraverso alcuni gruppi tematici di canzoni: quello dei pezzi “sciolti” che non riguardano direttamente la star e i pezzi “di cornice” direttamente legati a Ziggy Stardust, alter-ego di Bowie e alla sua band.

Del primo gruppo di canzoni fanno parte diversi brani che non parlano direttamente dei protagonisti del disco, ma che danno chiavi di lettura ulteriori e che ci immergono nell’atmosfera del disco, tra i quali vi figurano Five Years, Soul Love, la cover It Ain’t Easy e Suffragette City.

È Five Years che ci inizia all’opera, subito in grande con un Bowie più angosciato che mai e il mesto pianoforte di Mick Ronson, con un testo che ci porta in un mondo che è in procinto di finire per mancanza di risorse. Da qui parte uno dei temi più frequenti del disco e che si ripresenterà più avanti: quello del tempo che sta per finire, di una fine prematura che ben si lega con l’edonismo autodistruttivo e la natura effimera delle rockstar. È qui tutta l’essenza del cosiddetto “rock decadente” (più comunemente noto come glam rock), che Bowie porta alle masse con questo disco.

Segue Soul Love: un altro brano testo funereo, che guarda all’amore come cieco e incurante delle sue scelte, nella tipica disillusione giovanile, che però qui si contrappone con l’amore spirituale, con delle sonorità basate su un sax e il riff di chitarra tra i più aggressivi del disco, che ben si adatta al cinismo del testo.

Suffragette City è forse il brano più avanti del disco, con il suo synth quasi da fanfara che sembra già sei-otto anni avanti nella New Wave dei Blondie, degli Ultravox o dei Japan, eppure con il suo andamento aggressivo e scampanellante ha anche un occhio verso il passato dei pionieri del rock’n’roll anni Cinquanta come Little Richard e Chuck Berry.

Il testo cita Arancia Meccanica con il “drugo”: un altro elemento che rimanda ancora una volta al campo semantico dell’edonismo provocatorio e dissoluto della controcultura, proseguendo con l’erotismo da “una botta e via” che corrobora l’immagine della classica vita da star.

Il gruppo “di cornice” è più esteso e include Moonage Daydream, Starman, Lady Stardust, Star, Hang On to Yourself, Ziggy Stardust e Rock’n’roll Suicide.

Moonage Daydream è tra i brani più lunghi (per quanto possa considerarsi lunga una canzone da meno di cinque minuti) e poliedrici del disco, formata da una parte iniziale tra il lirico e l’aggressività chitarristica in continuità con Soul Love, che poi prosegue con una fanfara da sax e termina con un assolo di chitarra tra i più belli di tutto il glam. Nel testo c’è tutta l’anima del disco: il cantante come «mamma-papà» (genitore-messia e androgino), «puttana del rock’n’roll», che induce gli altri ad andare «fuori di testa», probabilmente in stati alterati di coscienza.

Starman è il brano più noto del disco, sebbene non il migliore in assoluto della lista. A rendere di alto livello questo pezzo sono il sornione incedere iniziale, il cantato femmineo, quasi seduttore di Bowie e l’arrangiamento per violini di Mick Ronson, con un testo che parla di Ziggy Stardust come messaggero di una dimensione superiore, a contatto con un’umanità che deve cogliere l’attimo per non sprecare l’occasione di salvezza (ancora una volta la filosofia “qui ed ora” della rockstar).

La narrazione prosegue con canzoni che musicalmente si rifanno molto ai brani precedenti, sempre caratterizzati da un alternare di malinconia e aggressività che in Hang On to Yourself si fa più energica e tradizionale, con un testo che parla infatti del tipico entusiasmo festaiolo ed egocentrico tipico del genere.

Lady Stardust è triste e dolciastro fino a sembrare quasi caricaturale, pone l’enfasi sull’entusiasmo del suonare in gruppo, contrapposto a canzoni oscure e alla successiva ricerca di nuovi stimoli erotici per affrontare la fine di questi momenti.

Star parla del desiderio dell’uomo comune di diventare una star come una sorta di panacea a tutti i mali, mentre Ziggy Stardust si pone in contrapposizione sarcastica con i due brani precedenti, vedendo il protagonista della storia come un salvatore che ha fatto l’amore con il proprio ego e si è spinto troppo oltre fino a chiudersi dentro ed essere ucciso da alcuni ragazzi.

Il requiem definitivo avviene con il finale Rock’n’roll Suicide: un ultimo flashback meditativo prima della capitolazione, che Bowie ha preso ad ispirazione dalla poesia “La Pipe” di Baudelaire, in cui vede la vita come una sigaretta che si può fumare in fretta o gustare con tutta calma, riflettendo quindi sulla vita effimera delle rockstar che sono entrate nell’immaginario collettivo anche dopo l’uscita di questo disco.

In conclusione, nonostante The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars non sia stato pensato come un concept vero e proprio, riesce comunque a rendere ogni canzone un tassello di un mosaico più ampio (benché con alcune ridondanze soprattutto nella seconda parte), attingendo alla cultura pop e alle “icone” del rock più aggressivo (a cui ben si avvicina anche nelle sonorità) per mettere in luce da una parte l’ammirazione più genuina per delle figure con cui è comunque cresciuto, dall’altro lato la fatuità e la pericolosità di questa mitologia contemporanea creatasi intorno a delle nuove divinità laiche, ponendosi quindi come una sorta di “anti-star” attraverso un alter-ego che ha tutte le pose e la fisionomia dei sensuali soggetti con cui si relaziona (al punto da rendere ambigua la sua sessualità e la sua identità di genere), ma con tutt’altri fini, in un capolavoro che è riuscito ad esaltare al massimo il talento di Bowie.

 

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