(Serie animate) Recensione: Paranoia Agent (2004)
La mitologia nera della modernità
Può un anime
surreale e ultra-colorato essere una critica perenne alle illusioni e alla fuga
dalla realtà? Un’opera appartenente al medium artistico della giovinezza per
eccellenza, in un nuovo millennio dove il digitale ha diffuso ulteriormente
l’immersione in mondi privati, fuori dalla socialità.
Dall’altro
lato, in arte come nella vita un nuovo status quo, una nuova realtà sociale
porta anche insoddisfazione e da questa sorgono tentativi di reagire con una
spinta contraria. Ed è da queste dinamiche che sono sorti anime opposti alla
tipica idea di consolazione evasiva, tempi rapidi e dirompenti, che non danno
il tempo di riflettere.
Uno di questi
prodotti in controtendenza è Paranoia Agent:
un anime che, come anticipato, sicuramente non si focalizza sul dare dignità
artistica all’immaginazione (se non più sottilmente), a differenza di opere del
fantastico in senso stretto come Neon Genesis Evangelion o Puella
Magi Madoka Magica.
Piuttosto che
seguire questa linea o il suo diretto opposto, l’unica serie del grande Satoshi Kon fa
del conflitto stesso tra realtà e finzione il suo fulcro, visto nelle sue
conseguenze sociali e nella psicologia dei personaggi, attraverso una trama
noir che si impadronisce dell’immaginario e delle convenzioni di più generi
narrativi per poter comunicare al meglio i suoi messaggi.
Tutto parte
da un’indagine circa un ragazzino detto Shonen
Bat che picchia con una mazza da
baseball persone stressate e angosciate, che desiderano perdere la memoria,
avere giorni liberi dal lavoro, cambiare in qualche maniera la loro vita e
investigano due poliziotti: Maniwa e Ikari: poliziotto “buono” e poliziotto
“cattivo”, metodo deduttivo e metodo induttivo, giovinezza e maturità.
Questa
contrapposizione tra i due poliziotti si ramifica anche all’interno degli altri
personaggi (cioè le vittime e le comparse) e della vicenda stessa.
Ci sono false
piste, casi di giustizialismo, azioni irrazionali, questo smuove insomma l’idea
del metodo di investigazione classico, degli ideali di rigore scientifico,
ordine e comprensibilità sono destabilizzati e caduti, con una struttura che
sembra emulare questa continua caduta di certezze nel suo dipanarsi che gioca
tra precisione geometrica e falsi finali, bruschi cambi di rotta.
Ne è
l’esempio più lampante la struttura della serie che fino al settimo episodio
dispiega le varie tessere del puzzle attraverso la caratterizzazione delle
vittime di Shonen Bat, che hanno ognuno il suo mestiere, un dissidio con sé
stesso o con l’ambiente (anche se lo stesso dissidio interiore viene sempre
reso come una conseguenza dell’ambiente, piuttosto che un qualcosa di isolato).
Dopo quei
sette episodi di movimento dell’intreccio in senso stretto, la storia si
espande verso personaggi più evanescenti, che servono a farsi voce di una
condizione più sociale che intima, come se dall’indagine ci spostassimo a come
il fattaccio viene interpretato da persone qualunque.
Questa scelta
è coraggiosa nello spezzare il ritmo e l’immersione in personaggi conosciuti
(che ormai avevano già dato) ed eccelle nel dipingere l’idea di una mitologia
moderna della cronaca nera, incornicia l’anima cupa della serie stessa e le sue
peculiarità, che guardano sia al Giappone con le sue peculiarità che al mondo
capitalistico e industrializzato in generale, di cui la nazione scelta si fa
un’iperbole tristemente reale, in quanto sede di grandi business mondiali e di
una cultura predisposta all' abnegazione più totale verso il lavoro fino
all'auto-alienazione e il sacrificio del proprio lato umano.
In altre
parole, l’investigazione, benché non priva di colpi di scena, è più un pretesto
per guardare alla società come un saggio di psicologia delle masse, è un modo
(come in ogni grande noir che si rispetti) di scoprire gli scheletri
nell’armadio dei personaggi coinvolti (anche minori) che formano l’atmosfera
psicologica in cui sono immersi i tanti protagonisti sviscerati in rapida
successione quasi come in una serie antologica.
I fil
rouge che uniscono tutti questi episodi si evincono solo alla fine di un
episodio o addirittura negli ultimi episodi della serie stessa, aumentando il
senso di sorpresa, di inafferrabilità e di confusione così come nello stato
d’animo dei personaggi.
L’idea di
chiamare il picchiatore “Shonen Bat” (cioè giovane battitore) sembra beffarda,
se pensiamo al suo maggiore interesse: un videogioco fantasy simile alle
atmosfere di anime e manga di target shonen (cioè per adolescenti maschi) che
vediamo concretizzarsi per alcuni momenti davanti ai nostri occhi, così come la
paranoia che diventa deformazione fisica e allucinata delle persone intorno ad
uno dei protagonisti, o il mondo evasivo di Ikari, che è un’evocazione un
Giappone stereotipato, frugale e bidimensionale, è contraddistinto da una calma
zen ma monotono.
Paranoia
Agent è, insomma, un’opera che ha sia dei micro-stili “interiori” creati su
misura per i personaggi che una linea “globale” caratteristica del disegno e
dell’estetica generale come la splendida colonna sonora elettronica di Susumu Hirasawa e
gli originali disegni dall’aspetto leggermente morboso e grottesco, spesso
anche quando sono personaggi positivi, sembrano più o meno semplici e
realistici come in qualsiasi altro anime, ma pur sempre rappresentati come
maschere in pelle quasi come in un quadro di Munch o di Ensor e
Kon non teme di renderli anche brutti esteticamente pur di tradurre con più
accuratezza nella foggia dei tratti somatici un temperamento, una visione del
mondo.
Con
lungimiranza, l’ anime non menziona questi mondi interiori da lontano, ma
piuttosto ci immerge nel loro immaginario, lo fa proprio attraverso alcuni
passaggi in cui l’immaginazione e la realtà si confondono con una spontaneità
che non porta confusione gratuita nonostante i momenti immaginifici non siano
sempre pensati sul momento dai personaggi ma sono anche la descrizione
dell’essenza di questi personaggi, una sorta di lettura onnisciente ed
esistenziale che con la quale Satoshi Kon crea un gioco con lo spettatore, gli
chiede contemporaneamente di immergersi e di decodificare quello che sta
guardando; è soprattutto da questo che deriva la complessità della serie.
Come
anticipato all’inizio, in Paranoia Agent viene criticata l’evasione dalla
realtà, eppure questi mondi sono abbastanza complessi, pittoreschi e stranianti
da essere seducenti per lo spettatore più di quanto lo siano spesso per i
personaggi stessi. I mondi interiori sono insomma il fulcro della
sperimentazione formale e dei virtuosismi d’animazione della serie, generando
quindi una contraddizione solo apparente con il messaggio dell'opera.
Infatti,
l’occhio dei personaggi e dello spettatore vengono messi in contrapposizione,
il primo vive all’interno nell’immaginazione ma ne trae poco a livello mentale,
noi però vediamo tutto questo con distacco e in prospettive differenti, facendo
confronti anche istintivi con il resto dei contenuti della serie e con noi
stessi.
L’occhio di
Paranoia Agent è, insomma, un occhio di satira mimetica che, invece di ergersi
su un pulpito distante rispetto al soggetto della critica lasciato
all’immaginazione del lettore, lo rende parte della storia per descriverlo così
com’è, in modo da mostrare come sia in grado di suscitare sdegno da solo senza
tagli, fintanto che viene visto in relazione al contesto sociale in cui ha modo
di nuocere.
Questo
messaggio non è però una sterile critica verso il valore artistico del
fantastico (com’è possibile vedere ad esempio da Paprika dello stesso Kon che è
di fantascienza e ha tutt’altro messaggio), ma è più una critica a come venga
sfruttato dai mass media fino ad alienare le persone influenzabili o con
problemi psicologici, per paradosso corrobora la potenza dell’immaginazione
perché riflette su quanto sia in grado di cambiare il mondo concreto intorno a
noi attraverso menzogne che si radicano nella collettività, modi di mentire a
sé stessi, anche l’arte se mal utilizzata può diventare un mezzo per alienare
piuttosto che per migliorare i fruitori.
Come tutti i più grandi capolavori da pantheon delle varie arti, Paranoia Agent riesce a trascendere il proprio medium per diventare parte di un apparato simbolico profondo della cultura umana. Da un lato è, infatti, una massimizzazione del potenziale creativo del proprio medium da serie animata perché scuote il rapporto con lo spettatore, gli approcci standard e i generi, la struttura seriale viene scelta e usata da Kon per sperimentare qualcosa di nuovo attraverso il formato episodi che concede una maggiore poliedricità rispetto al lungometraggio con una narrazione ferrea che permette a questa mutevolezza di diventare più esauriente e ricca di differenze interne senza essere puro esercizio di stile.
Ma, oltre a questo, questa pietra miliare di Satoshi Kon mette in dialogo i generi per dare la sensazione di complessità a tratti vertiginosa e versatile della realtà e del suo inconscio collettivo, cosa a dir poco inconsueta sia nelle opere di fantasia che strettamente realistiche, sia animate che non, come a trasportare il discorso dalle diverse fasce di persone alle stesse differenze che le contraddistinguono, tutto viene visto nella maniera impietosa e distaccata di chi vuole andare oltre, generando un'allucinante bugia più vera della realtà.







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