(Serie animate) Recensione: Violet Evergarden (2018)
Il lutto e la catarsi della scrittura
Può una
macellatrice di vite diventare creazione, conforto, umanità?
È questa la
domanda principale che in termini diversi si pongono gli stessi personaggi
quando si parla della protagonista omonima di questa serie: Violet Evergarden.
Si tratta di
un’opera che è stata trasposta da una light novel di Kana Akatsuki e Akiko Takase per
Netflix dallo studio Kyoto Animation che prende piede in un continente fantastico di Telsis (il quale sembra avere una fisionomia,
una cultura e un’onomastica europoidi).
Violet è un'orfana
prodigio dalle spiccate doti combattive e mnemoniche che è stata presa
dall’esercito di Leidenschalftlich e
trattata fin da piccola come un robot senza cuore, pronta solo a prendere
ordini e agire senza pietà poiché priva di alternative. Con il suo temperamento
remissivo, apparentemente apatico che non ha fatto molto per cambiare questo
stato di cose, di isolamento emotivo e culturale, incapace di comprendere i
mali della guerra finché non stabilisce degli affetti
Qualcosa
cambia quando incontra un maggiore che la ama e tratta per la prima volta come
un essere umano, per poi scomparire in guerra. Da lì in poi, Violet si iscrive
ad un lavoro di scrittura di lettere, dove il suo mestiere viene chiamato auto memories doll
(noi lo chiameremmo più ghostwriter), occupandosi di esprimere su
carta i sentimenti dei clienti paganti, in questo mestiere la protagonista vede
un’opportunità per comprendere le proprie emozioni e il significato della frase
“ti amo” detta dal maggiore prima di congedarsi.
Da questa
premessa, è una serie che sicuramente aveva diverse gatte da pelare per garantire
la propria qualità: la trama a rischio di essere un po’ troppo da “slowflake”:
cioè l’idea della vittima incompresa che è troppo buona per un mondo crudele,
in più gli eccessi del melodramma: genere a cui essa certamente appartiene per i
suoi struggimenti romantici e le scene talvolta fatte a tavolino per far
scaturire il pianto come di tradizione millenaria del filone comune a tutti i
media narrativi.
Violet
Evergarden certamente cammina sul filo e in alcuni casi cade sotto, non si può
negare, ma in linea generale l’opera è contestualizzata molto bene perché il
temperamento della protagonista e l’indulgenza verso i comprimari (che, come la
protagonista, hanno un po’ tutti i loro pregi e difetti senza facili
manicheismi) rendono l’atmosfera mutevole, sospesa tra momenti di leggerezza,
di riflessione e momenti commoventi, comunque quasi sempre genuina, con una
protagonista dal cuore d’oro ma mai perfetta e antipatica, sempre in evoluzione.
L’ anime è
strutturato quasi antologicamente nel coinvolgere ogni volta personaggi diversi
e situazioni diverse che hanno un fil rouge relativamente vago, ma in
realtà finalizzati il più delle volte ad essere soprattutto strumenti viventi
per la crescita di Violet, che rende la serie un viaggio che
non è fisico e neanche didattico o intellettuale in senso stretto, quanto più
emotivo.
La
particolarità della struttura della serie è però che questo viaggio ha un
corrispettivo pratico, perché il procedere di questo viaggio segue il ritmo di formazione
di Violet come doll, in grado di volta in volta di entrare più in empatia con i clienti e affinare la sua penna, questa scelta porta dunque ad un intreccio
che pone le emozioni non solo come un cammino personale ma come una riflessione
perenne sulle difficoltà comunicative, sulle briglie psicologiche che un
ambiente tossico, la crudeltà della guerra e i fraintendimenti possono generare
nell’individuo.
La stessa
scelta della mansione di Violet è un pretesto originale per parlare di tutte
queste difficoltà che non permettono una completa autonomia di espressione. Di
conseguenza, se nel mondo reale il ghostwriter viene visto molto spesso visti
come una figura squallida o perlomeno superflua, in una cultura del genere,
tecnologicamente diversa e segnata dalle avversità della guerra il mestiere
assume un valore diverso, non più finalizzato a sopperire alle carenze di
creatività artistica ma ai fini di mediazione, di ricombinazione di concetti preesistenti
nel cliente, , dove Violet mette in relazione le vicende altrui con le proprie,
per cui il suo vivere meglio le cose diventa un modo per donare più genuinità
catartica e universalità ad affari privati, che si riflette anche nel rapporto
che lo spettatore ha con la visione, conoscendo sempre nuovi personaggi senza
che abbiano il tempo di essere approfonditi in molte puntate ma questi sono in
grado di colpire e commuovere comunque lo spettatore perché le loro storie sono
diversificate e cesellate tra di loro per rimandare a sentimenti ancestrali e
di ampia portata (ed è proprio in questo aspetto che l’anime talvolta “gioca
sporco” con le scene, ricorrendo a soluzioni un po’ facili per far scaturire
struggimento, benché altre ancora siano memorabili nella loro spontaneità e
delicatezza).
La figura
della doll sembrerebbe, tra l’altro, l’unico forte elemento antropologico nella
nazione inventata nell’anime, visto che per il resto è descritta in maniera
generica e verosimile, probabilmente questa nazione è un’allegoria di un
territorio di guerra in generale, con una fisionomia simile a quella della
prima metà del 900, sebbene le protesi delle braccia di Violet siano una
licenza artistica finalizzata a dare un aspetto più robotico ad una ragazza
concepita per avere tratti sovrumana.
In questo contesto, la doll assurge a simbolo per i festeggiamenti di pace, non è solo al centro di una vicenda privata dei personaggi su cui si regge la trama intera, ma lascia intendere come questa mansione fosse anche al centro di un’importante tradizione culturale e sociale diffusa, come avrebbe potuto esserlo una banda militare.
Tra le tante qualità
di quest’anime, abbiamo anche un comparto tecnico e uno stile di disegno patinati
e dettagliati, che lo rende simile a molti anime del decennio dal punto di
vista del disegno elegante e verosimile ma da cui si distingue per la cura e la
perfezione con cui tutto questo viene orchestrato, che lo rende tecnicamente
impeccabile, non solo nella rappresentazione dei personaggi ma anche degli
ambienti, dai colori luminosi ma mai stroboscopici, più che altro vividi e suggestivi,
perfetti per amplificare le sensazioni delle vicende insieme alla splendida colonna
sonora dominata da violini e pianoforte.
I comprimari di Violet Evergarden sono altre doll e commilitoni, tutti gradevoli e utili alla trama, ma su cui inevitabilmente la protagonista spicca di gran lunga, in quanto narrativamente concepiti per essere in funzione delle sue esperienze e della sua evoluzione. È una dinamica che si sarebbe potuta evitare se l’anime fosse stato più lungo, ma in tal caso l’impatto psicologico delle tristi vicende avrebbe potuto con ogni probabilità essere monotono e troppo sfilacciato, per cui è un bene che l’equazione sia rimasta questa.
Violet Evergarden è un gioiellino fruibile e apollineo dove il messaggio etico è chiaro e i mali della guerra si sentono in tutta la loro tragicità ma il tutto è sempre filtrato da una delicatezza e un’eleganza di fondo che per chi nutre certi pregiudizi cinici può essere fraintesa per conformismo, furbizia e superficialità, ma che in questo caso è più che altro una scelta stilistica che indubbiamente può essere parte di una logica di mercato per la sua fruibilità, ma che è giustificata dalla sua combinazione con i disegni e il modo di narrare delicato, mai morboso senza che i temi trattati siano comunque banalizzati (si parla per esempio di persone costrette a partecipare al business della guerra per sbarcare il lunario che per uno storico potrebbe essere scontato, in un'opera narrativa non è un discorso così comune).
Nonostante i difetti sopracitati, Violet Evergarden è un anime intenso, in grado di colpire lo spettatore con una trama solida e senza facili frenesie che, nonostante la scarsa durata in episodi, si prende il suo tempo e restituisce una visione romantica e quasi naïf della vita, dove il cammino verso la conoscenza e la verità è prima di tutto basato sul cuore e, per questo, organico ai valori della scrittura e dell’arte, al senso di umanità in generale.







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