(Cinema) Recensione: Napoleon di Ridley Scott (2023)
La waterloo di Ridley Scott
Ridley Scott è tornato e ancora una volta divide molto, per un motivo o per un altro, chi avrà "ragione"?
Discutere del suo ultimo lavoro in particolare significa non solo tornare a parlare del regista o del personaggio storico, ma anche riflettere su un intero modo di narrare che abbraccia una vasta quantità di opere d'arte, dai film fino ai libri e i fumetti.
Ed è proprio questo dibattito sollevato che ha diviso di più un pubblico che già in buona parte aveva avuto esperienza di film storici di Scott come Il Gladiatore o i Duellanti, ma basta il passato a chiudere il discorso sul presente?
Si sa, Ridley Scott è un regista che non è esattamente fedele al contesto storico, da questo presupposto il pubblico si spacca: è giusto tollerare queste continue licenze "artistiche" o no?
Trattandosi di una narrazione (quindi di qualcosa di fittizio), inevitabilmente si finisce per adempiere in una qualche misura ad un arbitrio personale anche quando si cerca di essere fedeli il più possibile alla storia, per cui una correttezza a tutti i costi finirebbe per intaccare il genere intero.
O la realtà stessa finisce per contraddire i fatti del film, oppure la struttura della storia reale può finire per essere troppo difettosa a livello drammaturgico se presa esattamente così com'è (e in questi casi può essere il documentario a funzionare meglio).
Essere capaci di tollerare le inesattezze non significa però che tutti i tipi di inesattezze sono concessi, perché un film storico non è semplicemente un'atmosfera, un mosaico di ambienti, costumi e nomi noti, ma è un prodotto che va un po' più in profondità, sfrutta espedienti drammaturgici per riflettere sulla realtà storica in generale, non è solo l'ambientazione ma in primo luogo l' atteggiamento più "mimetico" a distinguerlo per esempio da un fantasy, dal quale altrimenti non differirebbe in molto altro che nella mancanza dell'elemento sovrannaturale.
In altre parole, un film storico dovrebbe relazionarsi con delle regole drammaturgiche (prestabilite o inventate ex novo ma comunque seguite), che gli permettono di essere stimolante ma al contempo mimetico laddove possibile, adottando licenze laddove c'è un guadagno artistico concreto.
Da questo preambolo, si passa ad un interrogativo: Ridley Scott ha trovato questo equilibrio? La risposta è: ni, perché per esempio il cambiamento della storia di Marco Aurelio e Commodo non è dettato da una motivazione lungimirante e profonda, ma più dal voler rendere il personaggio di Commodo più simile ad un cattivo fumettistico, non rendendo quindi la licenza artistica ricompensatrice nei confronti dello spettatore. In compenso, la scelta di partire dal personaggio inventato di Massimo Decimo Meridio aiuta la coerenza d'intenti del film.
Da qui arriviamo finalmente alla terza domanda, cioè la principale: ok, hai tergiversato abbastanza, ma quindi Napoleon com'è? È qui che vengono i dolori, perché i presupposti rispetto al Gladiatore sono diversi: innanzitutto non abbiamo un "ni" nel bilancio mimesi-finzione, abbiamo un secco no.
Ciò che manca è, infatti, la verità dell'essenza della storia narrata, cioè quella che permette a volte anche alle bugie di raccontare la verità meglio della verità fattuale attraverso i mezzi della deformazione artistica.
È possibile ad esempio riassumere fedelmente gli ideali di un personaggio e comunicarli con parole più precise che non ha mai detto, oppure fare incontrare dei personaggi che non si sono mai incontrati ma che hanno dei parallelismi individuati dagli storici e così via.
In altre parole, aldilà dei fatterelli cambiati, la cosa più importante da conservare in una narrazione storica è l'essenza della storia vera: cioè gli ideali che muovono i personaggi, i macro-eventi determinanti e via dicendo, perché sono quelli che finiscono per cambiare tutto l'atteggiamento che si ha verso i grandi personaggi e che inevitabilmente aumentano il rischio di finire in una strumentalizzazione e in una deformazione ideologica, togliendo qualsiasi genuinità e coerenza del racconto, rischio in cui Napoleon cade con tutto il suo "corpo".
Scott con gli sceneggiatori e il soggetto di David Scarpa a lui affidato compie una decostruzione del personaggio di Napoleone, mostrandolo come un uomo mosso dall'amore al punto da sacrificare la sua attenzione alla guerra, incline ai patemi amorosi, alla sottomissione e alla goffaggine anche al di fuori delle questioni amorose (con scene sicuramente fatte intenzionalmente per essere ridicole, intenzione che, come vedremo, non basta però a giustificarle), tutto questo idealmente contrapposto alla fierezza e imbattibilità in guerra e, in questo, diverso dalla tipica immagine di Napoleone.
Scott vuole dirci: Napoleone in pubblico è pomposo e imbattibile, guarda com'è dietro le quinte. Ma è davvero questo il modo di farlo? E si tratta di una riflessione lucida, genuina?
Perché fare un discorso del genere proprio su Napoleone? È perché la storia dà indizi o prove sul fatto che fosse veramente così dietro le quinte come viene mostrato nel film o perlomeno simile? O magari, con un po' di malizia, per via di un certo odio politico inglese verso la figura che trae le sue origini dal tempo?
Non importa molto la ragione singola perché entrambe cadono quando pensiamo che Napoleone non aveva davvero questa essenza a muovere il suo carattere, il giudizio politico e morale su Napoleone è oggi dibattuto, c'è chi pensa sia una figura positiva, chi negativa e chi una figura grigia, ma in questo film il problema non è la morale datagli da Scott, semmai il fatto di averne tralasciato l'essenza, sia quella nascosta che quella più propagandata, come grande comandante ma anche mosso da ambizioni personali, qui con un'amante che sembra essere il motore della sua condotta (amante che ha una caratterizzazione quasi solo nel suo rapporto con il condottiero), Napoleone era una figura dal temperamento ardente e abile con le parole che si trova qui a comportarsi in modi goffi, ad avere il carisma di un comodino nonostante i risultati conseguiti politicamente e militarmente seguano la storia reale (come potrebbe un generale con poco carisma conseguire tutti questi successi? Mistero della fede).
Lasciando da parte il discorso dell'astio, si è voluto in ogni caso riattualizzare Napoleone, o meglio l' ideale del condottiero invincibile, mettendo in evidenza la fatuità delle prodezze belliche come qualcosa che non rendono una persona caratterialmente forte o di alto spessore morale, ma perché è stato scelto proprio lui? Perché poteva essere una provocazione? Per creare un dialogo con le precedenti trattazioni su Napoleone?
Tutto dà l'idea di voler incastrare a tutti i costi una riflessione contemporanea anche in uno scorcio di storia che non si presta a questo tipo di riflessione, scegliendo questo personaggio solo in quanto icona della memoria collettiva (quindi facilmente "vendibile") invece di rendere quest'esigenza organica ad un discorso alto almeno in una misura simile alle sue ambizioni.
Napoleon è, nonostante tutto, girato discretamente, punta molto sui campi lunghi e lunghissimi nelle battaglie o nei contesti istituzionali contrapposti all' ordinarietà delle taverne o delle scene "di casa", che rappresentano i due lati pubblici e privati del condottiero.
Ci sono delle inquadrature originali come nella battaglia di Austerlitz vista sia dal normale punto di vista che dal basso delle acque sotto il ghiaccio, oppure Waterloo vista nelle sue diverse fasi tra anche alcune zuffe apparentemente più isolate, la ricostruzione dei paesaggi è come prevedibile abbastanza suggestiva e il ritmo forsennato che insieme evitano allo spettatore ulteriori micro-sincopi, ma è come un impacchettamento gradevole che non può riuscire a camuffare a lungo un contenuto repellente.
Le battaglie sono descritte in maniera tale da enfatizzare la vittoriosità di Napoleone (anche se non tanto la sua genialità come generale, sempre naturalmente con l'idea di contrapporre il tutto alla sua vita privata), per cui di rado fanno sentire la durezza e la pericolosità della guerra o al contrario la sua epicità, sembrano molto spesso fredde e iperveloci, quasi come delle battaglie di un videogioco.
Non è dunque solo il tema della trattazione storica a deficitare, ma è anche la sospensione dell'incredulità e lo stile che comunque rimane l'unico aspetto per lo meno gradevole.
Napoleone viene mostrato come una figura dallo scarso carisma e dalle scarse capacità diplomatiche nonostante in questo ottocento fantasmagorico le persone lo trattino come se lo avesse veramente, è una dote che gli sarebbe necessaria per avere queste capacità da generale, visto che i risultati conseguiti in guerra sono più o meno gli stessi del Napoleone reale.
Le scene dei discorsi per la diserzione e della diplomazia nell'isola d'Elba sono eloquenti da questo punto di vista e dimostrano una sceneggiatura che fa acqua da più parti, perché fa sembrare Napoleone una figura carismatica solo nella misura in cui i personaggi intorno a lui sembrano altrettanto sciocchi, come se in quel periodo lo fossero un po' tutti i francesi con cui ha a che fare quotidianamente.
Joaquin Phoenix ha qui una recitazione molto minimale basata su poche espressioni e pochi movimenti del corpo, che ben si adatta a questo tipo di idea sbagliata del personaggio e fa strano vedere in qualsiasi tipo di film un uomo facoltoso iniziare quasi-cinquantenne la sua ascesa militare, tra l'altro senza aver mai preso moglie, ma ovviamente Joaquin Phoenix è un attore blasonato, chi potevano scegliere?
In conclusione, Napoleon è un disastro che sembra sceneggiato da un qualche personaggio inglese del tempo (neanche di oggi), un manifesto di come la tentazione del messaggio morale e sociologico senza un pensiero organico possa rovinare un film nel quale si sarebbe potuto, volendo, trovare qualsiasi capo d'accusa a Napoleone, ma è puerile l'idea di un film-processo dove il reo è il Napoleone di un passato alternativo degno del multiverso Marvel, anche se questo passato sembra comunque meno surreale di un presente in cui qualcuno ha diretto sia Blade Runner che Napoleon, in più non facendolo con argomenti e critiche politiche ma buttandola in caciara con i versi infantili con Giuseppina, dialoghi da bar e inquadrature fatte per deridere la sua altezza come nelle vignette satiriche degli inglesi dell'epoca, sono queste le fragilità più adeguate da mettere in evidenza in un'opera d'arte? Ai posteri l'ardua sentenza.







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