(Cinema) Recensione: Un colpo di fortuna – Coup de chance di Woody Allen (2023)

Un crime di mestiere

Woody Allen è tornato, realizzando per la prima volta un film in francese, con la produzione di una nazione che ha tanto amato cinematograficamente parlando.

Questa nuova esperienza ha portato a qualcosa di buono?

Certamente bisogna partire dal presupposto che Allen si trova da un bel po’ di anni in una parabola discendente rispetto ai fasti di Manhattan, Io e Annie o Crimini e Misfatti, eppure è riuscito comunque a mantenersi in più occasioni a livelli perlomeno interessanti (come Midnight in Paris o Café Society), dimostrando di sapersi adattare anche a linguaggi per i quali non aveva la stessa urgenza espressiva.

L’esigenza da spettatore non è quindi di vedere qualcosa di rivoluzionario, ma perlomeno che abbia un suo perché.

Ma quindi di cosa parla questo “Un colpo di fortuna – Coup de chance”? Una donna della borghesia parigina è sposata con un facoltoso uomo d’affari ma gli fa le corna per uno scrittore ex-compagno di liceo che la desiderava da quei tempi e che parlandoci dei suoi libri ci parla della sua ideologia sul caso che muove tutte le cose, il marito però è molto geloso e, sentendo puzza di tradimento, decide di andarci con le maniere forti.

Vi ricorda qualcosa? Non sono stato il primo a paragonarlo a Match Point del 2005, dello stesso. Lo stesso canovaccio, solo che maschi e femmine sono qui scambiati e che le maniere forti avvengono per altri motivi.

Anche i temi (come quello della casualità) sono gli stessi, però a Parigi invece che a Londra. Insomma, ci sono alcuni cambiamenti e questo sembra in generale la versione “light”, con un po’ più di commedia e ambientazioni più verdi, meno tetre.

C’è sempre la mano di Allen nelle rappresentazioni dell’alta società con i suoi cafè fighetti, la colonna sonora jazz, l’alter ego scrittore esistenzialista, i campi lunghi sulla città per esaltarne i paesaggi migliori, lo stile di regia semplice e mimetico.

Anche se non è la Parigi lirica di Midnight in Paris, è comunque un bel vedere che per certi versi supera l’estetica algida e lo stile della macchina da presa un po’ più tradizionale di Match Point, ed è l’unico aspetto in cui il figlioletto supera il genitore.

Per il resto, il film eccede anche in alcuni dialoghi un po’ didascalici e artefatti anche per lo stile di Allen che, specialmente nei primi film, mirava ad evitare il realismo interlocutorio a favore di battute ad effetto in momenti imprevisti e soprattutto piccoli monologhi improvvisati che nella vita vera sarebbero troppo impostati, come la lunga riflessione sull' importanza della casualità nella vita.


Il problema è che il film fin dai primi minuti ha dato l’impressione di essere molto naturale da questo punto di vista, eppure si è sentita l’ esigenza di creare un senso di straniamento con tanti dialoghi normalissimi e pochi momenti sopra le righe che sembrano fuori contesto come la discussione del marito della protagonista con la suocera davanti al plastico tranviario, per non parlare dei monologhi e dello scrittore che, con le battute sul suo mestiere danno l’impressione di essere pretenzioso e a tratti fastidioso quando l’intento del film era evidentemente mostrarlo come una figura affascinante.

In altre parole, il problema di questo film è non tanto che si sia ispirato a Match Point, ma che questo confronto ha reso il film molto prevedibile, quando strutturalmente un film del genere si basa sui colpi di scena e sulla tensione, non riuscendo tra l’altro a superare il predecessore sullo stesso campionato o a diventare con esso parte di un discorso più ampio, non sembra il completamento di un cerchio, di una “bilogia”, ma più un inutile rispolveramento nostalgico di un successone rimastogli caro.

Il tentativo evidente (e in questo il finale è eloquente) è ciononostante di creare proprio una sorta di gemello speculare a Match Point, in modo da mantenere un dialogo filmografico e aggiungere qualcosa al film precedente, il problema è però che la coerenza è stata confusa con la ripetitività, questo nuovo film si è costruito un’identità diversa solo su inezie come la location e l’alternanza di maschi e femmine, ma la sostanza rimane al 90% quella, per cui il confronto non è qualcosa di arbitrario e frutto di una riflessione a posteriori, ma il film sembra urlarti questa similitudine gravosa in tutte le maniere.

Coup de chance può essere possibilmente interessante per chi è fanatico di Allen a tutti i costi e per chi non ha ancora visto l’altro film perché l’ultima opera di Allen vive in buona parte di luce riflessa, è pur sempre un concentrato di carinerie estetiche (della serie “bello ma non balla”), con un ritmo ben congeniato, per cui è molto fluido ma pur sempre un film mediocre, che ti tiene sempre in un limbo amorfo sospeso tra la noia e la curiosità, è un Match Point dei poveri che non è né brutto né bello e delude chi da Allen voleva ancora qualcosa di perlomeno sufficiente, sperando che questo sia solo un inciampo temporaneo prima dell’uscita di un film che oltre al mestiere abbia anche un po’ di guizzo creativo.



 



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