(Serie Animate) Recensione: Death Note (2009)
Un'opera iconica, dal ritmo forsennato e dai temi importanti, ma è tutto fumo e niente arrosto o al contrario è davvero ciò è sufficiente a definirlo un capolavoro?
Con la mente fredda di un decennio dall'inizio del tormentone, mi sembra un momento più che adeguato per tirare le somme.
La sinossi è ormai celeberrima anche tra chi non bazzica il mondo degli anime: Light Yagami, "normale" liceale di Tōkyō trova un quaderno gettato dal dio della morte Ryuk per divertirsi, quest'oggetto dai poteri sovrannaturali permette di uccidere dopo pochi secondi chiunque, dopo averne scritto il nome sul quaderno. Da qui Light si fa conoscere come Kira e avvia una personale crociata contro i criminali, per i quali si fa giudice, giuria e boia, il giustiziere viene dunque ricercato dalle forze dell'ordine, soprattutto da un detective noto come L.
La prima cosa che in retrospettiva si nota è come Death Note sia stato confezionato con magistrale cura.
Si vede dal design dei personaggi, eleganti e che hanno un po' cavalcato l'onda dello stile emo, però mischiato con tratti goth che si possono individuare nelle belle transizioni con i passi del quaderno, nell'estetica degli dei della morte e di Misa, insomma è uno stile interessante e caratteristico che dice qualcosa di rilevante sulle mode del periodo (e non solo).
Si vede dal quaderno perfetto per un merchandising molto fortunato, per via anche del suo valore simbolico di "memento mori" inteso a volte in senso ironico, nei casi peggiori autenticamente intimidatorio, come avvenuto in alcuni fatti di cronaca.
Ad attirare molte persone è naturalmente il fascino dei due rivali: Light che è il classico cattivo ragazzo belloccio e seducente e la personificazione di un sogno più o meno represso (come in parte riconosciuto nelle parole pronunciate nell'anime stesso) di molte persone, soprattutto in una nazione dove è legale la pena di morte, però è anche un ragazzo che non ostenta queste caratteristiche e anzi è stato concepito per sembrare più "normale" e brillante possibile, una persona intelligente e avvenente e con la faccia da bravo ragazzo, in altre parole la perfezione dell'estetica e delle virtù che celano un lato oscuro spropositato.
Poi c'è L: un investigatore eccentrico e misterioso, sciatto e incompleto rispetto a Light ma mai abbastanza da non essere anche lui una calamita per il pubblico femminile, l'altra faccia della medaglia che ha contribuito molto all'immaginario pop per via anche delle divisioni nei fan tra chi preferisce uno o l'altro.
Un colpo di arguzia è stato anche l'idea effettivamente non comune (sebbene non inedita) di un anime di massa di cui ritmo teso e forsennato non si basa sull'azione ma su giochi mentali e polizieschi tipici dei generi thriller e noir a cui appartiene. Da questo punto di vista, ha svolto il ruolo di aver portato alle masse un certo tipo di contenuti che in occidente ha un certo spazio, ma che negli anime non era affatto comune, rappresentando anche un viatico verso certi tipi di tematiche più cupe e psicologiche che gli hanno ritagliato intorno quest'aura fuorviante di anime intellettuale e profondo, capace di ampliare i confini del medium verso esiti più maturi e artistici.
Il problema dei prodotti-viatico è però che difficilmente riescono a reggere la prova del tempo della vita, soggetta a nuove esperienze e nuove visioni, ne consegue che ad un certo punto questo tipo di prodotti risulta il più delle volte roba di livello medio-basso che non ci dà più molto dopo che siamo stati instradati verso certe opere più mature e ricche di sfumature.
Questo perché arrivare ad un certo tipo di pubblico comporta inevitabilmente avere determinati ritmi di lavoro, cercare dei compromessi e aderire maggiormente alle logiche di mercato, per cui riuscire a conciliare tutte queste esigenze diverse con un certo rigore e una certa autonomia di gusto è difficile e Death Note si è dimostrato da questo punto di vista un prodotto che arranca tra questi binari.
Si tratta di un anime affascinante per la caratterizzazione dei due protagonisti, nei disegni che trasudano prima decade 2000 e nell'atmosfera di Tōkyō espressa in maniera elegante anche nelle inquadrature di interni o di esterni notturni, ma è a livello strutturale che rivela i suoi maggiori difetti.
SPOILER
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Da questo punto di vista, i problemi della serie creano una certa frustrazione nello spettatore perché il potenziale era enorme e parzialmente espresso, ma la necessità di dover raggiungere un determinato numero di episodi (così come nel manga per i volumi) ha lasciato emergere i limiti del talento del soggettista, attuando la scelta coraggiosa di uccidere a metà storia un personaggio così importante senza che però si sia riusciti a trovare un personaggio altrettanto carismatico e in grado di reggere la storia senza la necessità di L e facendo diventare dunque la serie un mero monopolio di Light contro fantasmi amorfi per i quali lo spettatore non è portato a provare empatia o preoccupazione.
Ma i problemi sorgono, in realtà, già da prima che morisse questo personaggio ingombrante, a causa delle più svariate scelte che fanno quasi da deus ex machina come l'esistenza di non uno ma addirittura due Death Note in più che toglie unicità al personaggio di Light perché non c'è neanche un conflitto tra questi possessori che hanno un ruolo infimo di macchiette o comparse.
Misa Amane è stata scelta probabilmente per il ruolo di mettere in pratica un'arma che in precedenza era stata accennata ma ancora non messa in pratica: quella degli occhi dello shinigami, che messa lì senza un utilizzo avrebbe sicuramente avuto una rilevanza di trama nulla, per cui le opzioni possibili erano mettere così tanto alle strette Light da fargli fare questo sacrificio (e sarebbe stato forse un espediente un po' troppo prevedibile), oppure farlo usare ad un altro personaggio. Insomma, la scelta di inserire un personaggio del genere con i suoi motivi per ottenere quest'arma ha il suo senso, soprattutto per l'idea che serva anche per approfondire Light nel suo rapporto con gli alleati e con le donne. Una scelta sulla carta abbastanza intelligente insomma, ma che si è rapidamente trasformata in un mero espediente per sbrogliare i punti ciechi della trama e alleggerire i toni di una serie altrimenti quasi sempre seriosa e cupa, in una maniera che rende però il personaggio una macchietta, sfruttata quasi solo come toppa vivente per le cesure della trama.
Se Amane per metà funziona, la scelta peggiore della prima parte è però nel gruppo Yotsuba, scoperto dai detective per una sciatta fatalità piuttosto che per un rapporto di causa-effetto. Essendo un gruppo amorfo di personaggi di cui non si conoscono le motivazioni più profonde e le identità personali, di loro non rimane che il fatto di essere dei congegni di trama, rantoli viventi della parte in cui L era ancora vivo.
Nella seconda parte, l'atteggiamento della produzione è però diverso perché i personaggi nuovi non sono più (sulla carta) meri congegni di trama, ma sono molto presenti, con una loro articolazione e con un ruolo che ricalca quello di L (con tanto di nome "N" e aspetto quasi speculare, eccentricità simili), per questo creati probabilmente con l'obiettivo di non farci sentire troppo la mancanza del personaggio defunto, ma allo stesso tempo la sceneggiatura cerca di non mettere il coltello nella piaga mantenendo l'aura di eccezionalità di L e rendendolo una presenza "spirituale" ancora presente, soprattutto in scene di riflessione. Un tentativo goffo e fallimentare insomma, che avrebbe potuto essere sistemato semplicemente portando un detective con caratteristiche nettamente differenti, magari dando spazio solo a Mello che aveva caratteristiche più distintive rispetto a Near, entrambi sono descritti in una frase del finale come meno competenti di L se presi da soli ma superiori a lui quando lavorano in coppia, implicando che neanche le loro abilità siano in grado di renderli personaggi interessanti.
Tutta questa storia porta ad un finale mediocre e sopra le righe che molti hanno odiato ma che in realtà non è neanche la punta dell'iceberg (a parte per la maniera molto casuale legata ad un errore con cui Light è stato sconfitto), ma su questo mi spiegherò meglio più avanti.
Death Note è un anime spesso veloce dove non deve esserlo e lento dove non deve esserlo, concentrandosi troppo sull'investigazione e sui piani malvagi e troppo poco sulle radici profonde per cui ad esempio Light fa tutto questo, sul dibattito etico intorno alle uccisioni. È un discorso dato per assodato, forse per evitare critiche dai giapponesi più conservatori o evitare moralismi, in questo relegando giustamente il giudizio sulla pena di morte a noi. Il problema però è che questo trucchetto è molto comodo, perché una narrativa più forte è in grado di ottenere gli stessi risultati non ignorando il discorso ma presentandolo attraverso tutte le ideologie in maniera neutrale e più completa.
Se quindi Death Note si è costruito la reputazione di essere un anime profondo perché parla di determinati temi esistenziali di: giustizia, culto, religione e cose del genere, ciò si deve proprio al fatto che se ne parla veramente e non ne parla propriamente male, ma neanche fa molto per farne emergere la profondità, si ferma sulla superficie e basta, adagiandosi sugli allori di averli sfiorati mentre altri anime del filone più mainstream non lo fanno.
L'anime mostra alcuni momenti interessanti anche negli episodi compresi tra l'arco del Gruppo Yatsuba e la fine, però rimane sempre la sensazione che l'anime avrebbe dovuto prendersi meno tempo e concentrarsi sul duello tra Light ed L, evitando la confusione tra la necessità di arrivare a determinati obiettivi e il voler essere coraggiosi nell'uccisione fatta solo a metà storia di L.
Molti di questi problemi nascono da una caratterizzazione del protagonista sì interessante e credibile (ma solo nella prima parte), ma molto semplicistica perché all'inizio Light è considerabile un antieroe, con il tempo però la sua follia finisce per snaturarlo pur di favorire i colpi di scena gratuiti che devono fare da botta di dopamina per gli spettatori in un percorso psicologico che va da dal vigilantismo all' opportunismo più inverosimile rispetto al profilo mostrato all'inizio e che tra l'altro è utile per annientare comodamente ogni conflitto ideologico e ogni dilemma etico tra i personaggi e tra noi.
Dopotutto, se si va dall'uccisione di criminali a poliziotti fino a meri innocenti che dilemma etico vuoi che ci sia sul protagonista, davanti all'utilizzo che si può fare del Death Note? In altre parole, un espediente che in apparenza può essere suggestivo e audace diventa furbo, perché il modo in cui questo intento è stato eseguito è sciatto e frettoloso, potendo anche contare sul sensazionalismo e sull' attrattiva di un personaggio così affascinante che creerà fraintendimenti in una certa fascia di pubblico, così come succede spesso con prodotti come American Psycho o Joker.
Questo approccio rende Death Note non tanto una riflessione affascinante sulle dicotomie legge-vigilantismo, clemenza-pena di morte (nonostante fosse un tema su cui chiunque nella storia avrebbe riflettuto verosimilmente), quanto più una riflessione su come il potere possa far sprofondare nella follia, tema interessante sì ma descritto in maniera frettolosa.
Al netto di questo, mi sono soffermato molto sui difetti di Death Note non perché questi siano superiori ai pregi ma perché i difetti sono tanti, troppi per un capolavoro e raccontano l'idea di un grande potenziale sprecato che è stato capace di far innamorare tante persone fino a far soprassedere molti fan facilmente accontentabili su questi aspetti, ma aldilà di tutto il ritmo rimane sempre ottimo nella prima parte e perlomeno scorrevole nella seconda e questo è un pregio non indifferente contando che resta un'opera di media lunghezza e non un anime breve sui dodici episodi.
Soprattutto, Death Note è un prodotto molto icastico, basato su una scelta non inedita, dopotutto l'idea dell'assassino con un complesso di dio che uccide le persone scrivendone un nuovo viene da prima, per esempio dal racconto "Ora Zero" di Ballard, uscito nel 1959. Ciononostante, rimane un'idea duttile e che può portare sempre a riflessioni nuove, come quella che Death Note lascia più o meno implicitamente di una persona normale che è stata portata a diventare un criminale dall'idea di poter ordire il suo piano impunemente grazie a mezzi sovrannaturali.
È anche interessante lo spunto del perbenismo di massa e dei politici, che segretamente approvano la sua condotta e hanno attitudini giustizialiste ma vogliono nasconderlo. Un concetto espresso sbrigativamente e in maniera verbosa ma stimolante se lo rapportiamo in particolare al Giappone, dove non mancano prodotti in linea con quelli Hollywoodiani nel lanciare questo tipo di messaggi, che però non resta mai scontato perché sembra che in queste due nazioni (e non solo) se ne freghino.
In conclusione, Death Note è un anime di buon livello, non terribile o mediocre come molti detrattori oltranzisti dicono (magari anche perché è così di moda), ha una sua personalità non indifferente e un'ottima gestione della tensione, ha però troppi problemi che lo rendono, dal mio punto di vista, sopravvalutato da una larga parte del pubblico che lo ha reso così famoso e riempito di voti dall'otto in su quando tanti prodotti superiori annaspano a livello di riscontri. La sua forza sono l'iconicità, il ritmo, il lavoro di mestiere e gli spunti sopracitati, tanto gli basta ad essere promosso.



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